2 aprile 2020

Storie virali. Da dove verrà il cambiamento?

 

Pubblichiamo in esclusiva la traduzione italiana dell’intervista di Didier Fassin, realizzata da Joseph Confavreux e pubblicata in Mediapart il 22 marzo 2020 con il titolo Ce n’est pas d’en haut qu’il faut espérer du changement. Il gruppo di lavoro di Storie virali (Francesca Arena, Andrea Carlino, Maria Conforti, Virginia De Silva, Chiara Moretti) fa qui una duplice eccezione: riprende un articolo già pubblicato altrove e rompe il formato standard della rubrica. L’intervista è di particolare interesse, perciò la condividiamo. Ringraziamo molto Didier Fassin per averci autorizzato la pubblicazione in Atlante Treccani.

 

Come guarda alla reazione del governo [francese] un medico e sociologo che ha studiato i modi di governare?

L’epidemia di Covid-19 non ha eguali nella storia del mondo da più di un secolo, e le recenti epidemie di altri Coronavirus, compresa la SARS nel 2002 e il MERS nel 2012, sono state molto limitate e non lasciavano prevedere la diffusione del Covid-19. In queste condizioni, non è del tutto sorprendente che non abbiamo avuto immediatamente consapevolezza delle dimensioni del problema. Ciononostante, numerosi esperti nel campo delle malattie emergenti avevano anticipato che dopo gli allarmi sull’influenza aviaria e suina, e le infezioni da virus Zika ed Ebola, si sarebbe prodotta una pandemia di grande ampiezza, e gli esperti di salute pubblica lavorano da parecchio tempo sulla “health preparedness”, la “preparazione sanitaria”, cioè la risposta a una grave crisi sanitaria in un contesto di incertezza.

Ora, bisogna guardare ai fatti con il sociologo Andrew Lakoff, che ha studiato diverse crisi di questo tipo negli Stati Uniti: ciò che caratterizza i provvedimenti presi per fronteggiare queste minacce è proprio il loro essere, come indica il titolo del suo libro, “impreparati”. Le reazioni diverse e disorganizzate della maggior parte dei governi a livello globale, così come l’assenza di tamponi e mascherine nella quasi totalità dei Paesi, dimostrano che c’è una grande mancanza di preparazione.

Inoltre, i modelli matematici forniscono proiezioni così diverse da essere solo parzialmente utili ‒ si è parlato di un milione di casi di Ebola, ed erano invece 29.000 ‒ e le soluzioni proposte dalla sanità pubblica non differiscono molto da quelle attuate contro la peste nel XIV secolo e contro il colera nel XIX secolo, almeno in attesa di un possibile trattamento o di un vaccino. In sintesi e concludendo, è degno di nota il fatto che la risposta degli Stati alla crisi di Covid-19 non sia ad oggi che una politica sanitaria applicata con più o meno rigore in un contesto di carenza di mezzi.

 

In una situazione di crisi e di paura, abbiamo assistito a una nuova tensione tra istanze di sicurezza e di libertà. L’equilibrio le sembra rispettato? Che considerazioni le ispira la nozione di “stato di emergenza sanitaria”?

Dal punto di vista del rapporto tra sicurezza e libertà, il vero cambiamento è avvenuto qualche anno fa, con lo stato di emergenza messo in atto dopo gli attentati di Parigi nel 2015, e poi continuamente rinnovato per altri due anni. Il cambiamento ha avuto due componenti. La prima, emozionale, corrisponde alla fase iniziale, nel novembre 2015: il popolo e i suoi rappresentanti sentivano un profondo desiderio di stato di emergenza, ritenendo che fosse normale sacrificare libertà per ottenere maggiore sicurezza. Di fatto, le inchieste parlamentari hanno dimostrato che non vi è stato un guadagno in termini di sicurezza, ma che si è perso molto in termini di libertà. La seconda componente è di carattere giuridico e corrisponde paradossalmente alla fine dello stato di emergenza, dichiarato il 1° novembre 2017: due giorni prima, il presidente della Repubblica ha fatto votare una legge che ha sancito nel diritto comune le principali prerogative dello stato di emergenza. Questa legge si aggiunge ad altre, votate prima e dopo di essa, che danno più potere e meno limitazioni alle forze dell’ordine, e da allora ne abbiamo già visto le conseguenze nella violenza della repressione delle manifestazioni, in particolare contro i “gilets jaunes”.

Lo stato di emergenza sanitaria mi pare, in tali condizioni, essere soprattutto un gesto performativo, destinato a dimostrare che il governo si vuole dotare di tutti i mezzi per agire. Questo ovviamente non è esclusivamente un abuso di potere e un uso eccessivo della forza da parte della polizia contro un certo pubblico, quello abituale, ma non credo che questo cambi molto la questione dal punto di vista della salute pubblica. Detto questo, è importante restare vigili collettivamente sulle infrazioni possibili, o durature, delle libertà pubbliche.

 

Lei è professore sia all’Institute for Advanced Study di Princeton che al Collège de France. Come giudica le maniere di reagire al Coronavirus sulle due sponde dell’Atlantico?

La Francia, pur avendo reagito lentamente all’epidemia, senza trarre vantaggio da ciò che era successo in Cina e che si annunciava in Italia, ha finito per affrontare il problema di petto, mentre gli Stati Uniti, due mesi dopo il loro primo caso, non hanno ancora preso in mano la situazione (NdT: l’intervista è precedente alle misure prese quest’ultima settimana negli USA).

Ci sono almeno due grandi differenze tra i due Paesi. La prima è la fiducia nella scienza, asserita nel caso francese ‒ anche se questa affermazione arriva dopo anni di tagli alla ricerca; mentre essa è contestata e denigrata dal governo degli Stati Uniti che si è fatto notare per la negazione quasi sistematica dei grandi problemi del nostro tempo, a cominciare dal riscaldamento globale. Il presidente degli Stati Uniti ha dapprima dichiarato che la gravità del Covid-19 era un’invenzione dei democratici per destabilizzarlo; poi ha affermato che esistevano dei casi, ma che l’infezione era benigna, che l’epidemia era sotto controllo e che – a suo dire ‒ sarebbe scomparsa come per miracolo. Ha poi ripetuto che i tamponi e le mascherine erano disponibili, quando i medici invece non disponevano né degli uni, per confermare i casi, né delle altre, per proteggersi. Adesso sta cercando di convincere il pubblico che è stato scoperto un trattamento efficace e che sarà distribuito, riferendosi all’idrossiclorochina, per la quale non esiste nessun test clinico definitivo. Il capo di Stato francese, al contrario, in numerose occasioni si è rivolto agli scienziati per prendere le decisioni, ivi compresa quella, estremamente controversa, di mantenere il primo turno delle elezioni municipali (NdT: il 15 marzo 2020).

Nei due Paesi, tuttavia, si osservano gli stessi strattagemmi di dissimulazione della verità. Si sostiene, ad esempio, che i tamponi sono necessari solo per i pazienti più gravi, mentre sarebbe essenziale poter testare tutti i casi sospetti per delle evidenti ragioni epidemiologiche e mediche; si afferma, ancora, che le mascherine debbano essere serbate per alcune professioni, quando tutti coloro che sono in contatto con i pazienti dovrebbero poterne beneficiare.

La seconda differenza importante riguarda l’organizzazione politica e amministrativa di ciascun Paese. Gli Stati Uniti hanno una moltitudine di livelli decisionali ‒ Stato federale, Stati, contee, municipalità ‒ senza una gerarchica d’autorità. Ad esempio, il sindaco di Los Angeles ha decretato alcuni giorni fa il confinamento non autoritario dei suoi concittadini. In seguito, il governatore della California ha fatto lo stesso per i 40 milioni di residenti dello Stato; il giorno successivo, lo ha fatto il governatore dello Stato di New York. Ma sino al 20 marzo, nessun altro Stato ha preso questa decisione.

Quanto al presidente, continua a diffondere notizie inesatte, a fare dichiarazioni senza nessi con la realtà e ad astenersi da ogni direttiva forte. In una certa misura, tenuto conto dell’incompetenza catastrofica delle autorità federali, sarebbe meglio che non se ne occupassero, ma si capisce che questo sistema genera una totale eterogeneità delle decisioni.

All’opposto, la Francia giacobina e centralizzata può attuare una risposta più omogenea sull’intero territorio. Ciò che decide il governo viene applicato ovunque. Questo, ovviamente, non garantisce che tale applicazione avvenga in tutto il territorio nella stessa maniera. Le forze dell’ordine mostrano più zelo nei quartieri popolari che nelle zone residenziali. Si può fare jogging o portare a spasso il cane nel centro di Parigi dove esse sono assenti, ma si viene controllati e sanzionati in periferia a Seine-Saint-Denis, dove al contrario pattugliano regolarmente.

 

In un recente articolo apparso sul sito AOC ha dichiarato che gli Stati Uniti producono le condizioni per una progressione massiccia dell’epidemia tra le fasce più vulnerabili. In che modo?

Ci sono 2,2 milioni di persone nel sistema carcerario americano, che comprende le prigioni federali, le prigioni dei 50 Stati e le carceri locali, che lì chiamano jails. All’interno di queste ultime, che raggruppano gli imputati in attesa di giudizio che non sono stati in grado di pagare la cauzione e i condannati a pene brevi per reati minori, i detenuti sono ammassati in dormitori di varie dimensioni, che possono contenere fino a sessanta prigionieri, con letti a castello separati da meno di un metro. Sapendo che oltre 10 milioni di persone entrano in queste jails ogni anno, è possibile immaginare quanto il Coronavirus vi possa penetrare facilmente e diffondersi rapidamente. I prigionieri che devono scontare una pena di lunga durata sono ovviamente esposti anche loro a questo rischio. Allo stesso tempo ci sono in media, quotidianamente, 50.000 stranieri nei centri di permanenza. Il numero di coloro che transitano in questi centri è di 500.000. Le condizioni di reclusione e sovraffollamento sono state più volte denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani. Si aggiungono a questi numeri le migliaia di persone richiedenti asilo che vivono in campi di fortuna allestiti nel confine meridionale del Paese, in Messico, e ai quali, violando la Convenzione di Ginevra del 1951, è vietato entrare per presentare il loro dossier. Quanto agli 11 milioni di persone in situazione irregolare nel Paese, si può facilmente intuire che le retate che si sono moltiplicate nel corso degli ultimi tre anni non le incoraggeranno ad andare in ospedale per sottoporsi a esami clinici o a cure se sono malate, il che faciliterà la diffusione dell’epidemia. Dovremmo anche considerare le 500.000 persone senza fissa dimora, più o meno riparate in rifugi di fortuna, dove i rischi di contaminazione sono elevati.

 

Il destino oggi riservato ai detenuti e ai trattenuti nei centri di permanenza è così tanto diverso in Francia?

Gli ordini di grandezza sono totalmente diversi, ovviamente. Con 70.000 persone detenute, la Francia ha 30 volte meno carcerati, che vivono in due o tre all’interno di celle di nove metri quadrati progettate per una persona. Con 45.000 stranieri di passaggio ogni anno nei centri di permanenza, le persone considerate in situazione irregolare recluse in Francia sono 11 volte meno, ma versano in condizioni spesso precarie. Le cifre sono diverse, ma i rischi sono identici anche se di gravità inferiore. E questi rischi non riguardano solo i carcerati e chi vi è trattenuto, ma anche il personale. Tuttavia, una differenza importante tra i due Paesi è che in Francia c’è stata una mobilitazione per richiedere il rilascio dei carcerati in sovraffollamento, poiché lo Stato non rispetta la legge in materia di incarcerazione individuale, e per sollecitare l’evacuazione totale dei centri di permanenza, a causa del fermo dei voli che impedisce l’accompagnamento alla frontiera. Sindacati di magistrati e avvocati, organizzazioni non governative, ricercatori in scienze sociali, l’Autorità di controllo generale dei luoghi di privazione della libertà e altri hanno espresso il loro parere attraverso forum, petizioni e comunicati stampa che i media hanno diffuso. Il risultato è che sono state adottate delle misure, certamente limitate, per rilasciare i detenuti e i trattenuti nei centri di permanenza. Niente di tutto questo negli Stati Uniti. È come se questo milione di persone non conti nulla, nonostante il pericolo che le autorità fanno loro correre.

Su quest’aspetto, il capo di Stato e il governo francese dovranno rispondere della loro passività e delle conseguenze che ne deriveranno. È scioccante sentire il ministro degli Interni esprimere indignazione per il fatto che alcuni francesi escono di casa, chiamandoli sciocchi ‒ per inciso, linguaggio indegno del suo ufficio ‒ e minacciando di perseguirli, quando né lui né i suoi colleghi fanno quanto è necessario per proteggere la popolazione a rischio. La cosa più assurda è vedere le forze dell’ordine multare i senzatetto perché sono per strada. Non possiamo appellarci alla responsabilità dei francesi quando il capo di Stato e il governo non si assumono le proprie.

 

Anche se è difficile pensarci fin quando il picco non sarà superato, il carattere distintivo di un’epidemia è che avrà una fine. In generale, cosa succederà dopo? Ci sarà un ritorno alla normalità, al business as usual? Possiamo sperare in evoluzioni sociali che vadano nella giusta direzione o dobbiamo invece temere nuovi irrigidimenti politici o slanci economici sfrenati?

Questa è la vera sfida del periodo post-crisi, ma il modo in cui gli Stati lo affronteranno è davvero difficile da prevedere. Molti Paesi, tra cui la Francia, si sono mostrati inadeguati nella risposta alla situazione, anche se dobbiamo riconoscere la difficoltà di agire in un tale contesto di incertezza. La mancanza di tamponi ha determinato un notevole ritardo nel controllo dell’evoluzione dell’epidemia. La carenza di protezione per le persone esposte ha favorito la contaminazione, anche tra il personale sanitario. Le misure di polizia sanitaria sono state messe in atto in ritardo e in modo contraddittorio.

In modo più strutturale, la riduzione dei posti letto ospedalieri che, ogni anno al momento dell’influenza stagionale o in ogni situazione critica come il verificarsi di forti ondate di calore mette in difficoltà i servizi sanitari e di emergenza, si rivela particolarmente pregiudizievole per la gravità del Covid-19 in alcuni pazienti. Per quanto riguarda poi le restrizioni di budget imposte alla ricerca, e soprattutto la loro allocazione secondo una logica di laboratorio e non di progetto, privando così i ricercatori di continuità nel loro lavoro, è difficile pensare che non abbiano un impatto sul lavoro dei ricercatori.

Il presidente della Repubblica ha giurato che non sarebbe più stato così, che aveva capito che alcuni beni erano comuni e che d’ora in poi avrebbe dato più risorse agli ospedali e alla ricerca. Vedremo se le lezioni del Covid-19 sono state utili. Quello che è successo dopo la crisi finanziaria del 2008 a livello internazionale non rende molto ottimisti su come, una volta passata la crisi, le promesse fatte al suo culmine vengano poi mantenute.

Ma è possibile che l’imprevisto della crisi attuale e le sue conseguenze senza precedenti per la vita sociale abbiano un effetto più profondo e duraturo di quanto non sia stato in altre occasioni, e questo ben oltre la sola dimensione sanitaria. Tuttavia, non è dall’alto, cioè dal capo dello Stato o del governo, che ci si può attendere un cambiamento, poiché abbiamo già esperienza di promesse senza futuro, ma piuttosto dalla società stessa, da tutti coloro che si rendono conto che il mondo che si costruisce per loro non è quello che vogliono lasciare ai loro figli.

 

L’originale in francese dell’articolo è disponibile qui

 

 

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Immagine: Primo giorno di quarantena in Francia durante lo scoppio dell’epidemia di Covid-19. Le persone a spasso i loro cani, Parigi, Francia (17 marzo 2020). Crediti:  Ekaterina Pokrovsky / Shutterstock.com

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