2 maggio 2020

Storie virali. Furore in Svezia

 

Commentando l’alternativa posta dall’editoriale di un quotidiano di Toronto tra “salvare l’economia” e “salvare nonna”, David Cayley (2020) ha sostenuto che pensare il dilemma etico dell’epidemia in questi termini porta inevitabilmente a mettere un cartellino del prezzo sulla testa della nonna. Se posto in quei termini, in effetti, il problema non può che tramutarsi – prima o poi – in quale sia il prezzo oltre il quale non è più possibile “salvare nonna”, e non si può far altro che abbandonarla al suo destino per impedire il collasso dell’economia. Cayley ha suggerito per questo di evitare di ragionare sulla base della entificazione di costruzioni fantasmatiche tipica del management, e ha invitato a pensare più concretamente alle persone e alle attività, piuttosto che a modelli e ad astrazioni statistiche.

Credo che i suggerimenti di Cayley possano essere di qualche utilità per ragionare intorno alla ormai imminente “fase 2” della gestione dell’epidemia. Senza un concreto sforzo di immaginazione, temo infatti che la “fase 2” sarà non meno densa di delusioni della tragica “fase 1” che stiamo ancora vivendo.

In questi giorni circolano diverse ipotesi sul modo in cui dovranno essere riorganizzate le più diverse attività, al momento sospese, per adeguarle alle esigenze della sicurezza contro il contagio da Covid-19. Finora, neanche una delle diverse ipotesi circolate sembra però individuare modalità realistiche di gestione ed erogazione dei servizi. Modalità cioè, che tengano conto da un lato delle caratteristiche (anche immateriali e simboliche) dei servizi e del modo in cui gli utenti li utilizzano, dall’altro delle risorse disponibili e delle compatibilità economiche.

I trasporti, ad esempio, potrebbero non essere in grado di ricominciare a operare sulla base degli stringenti requisiti di sicurezza ipotizzati dai quotidiani. Ryanair ha già comunicato ufficialmente che non potrà riprendere a volare se sarà tenuta a riempire gli aerei al limite del 66%, perché questo non consentirebbe in alcun caso di realizzare un profitto nella gestione del servizio (Repubblica 23 aprile). Altre compagnie aeree hanno immediatamente confermato. A Roma una sperimentazione di due ore sulle nuove regole per il trasporto pubblico urbano, condotta il 24 aprile in pieno lockdown, ha già fatto riscontrare un’insufficienza del trasporto a regime ridotto, che non potrà che peggiorare con la ripresa delle attività. E il sensibile aumento del numero delle corse (per compensare la riduzione dei passeggeri trasportati per singolo viaggio) sembra – date le condizioni fallimentari dell’azienda – più un sogno che non una concreta possibilità. La riapertura dei ristoranti con separatori di plexiglass a dividere gli avventori (una cosa simile è stata ipotizzata anche per le spiagge), per giunta dotati di mascherine, è stata giudicata come del tutto irrealistica da diversi ristoratori intervistati nei giorni scorsi; e non ci vuole un grande sforzo di immaginazione per comprendere perché. Le regole per i negozi di abbigliamento, con la “sanificazione” obbligatoria dei capi a ogni prova, non faciliterà certo la “ripartenza” del settore, al punto che molti proprietari di esercizi ipotizzano di non riaprire affatto. Per non parlare della cultura (cinema, teatri, concerti, musei) che sembra ancora talmente in alto mare da dubitare che possa mai tornare in attività.

Il fatto è che il “distanziamento sociale”, e cioè l’evitazione di ogni contatto tra persone per evitare il contagio, sembra essere incompatibile con la gran maggioranza delle attività economiche, dal lato del consumo molto più che da quello della produzione. Perché qualcosa possa salvarsi dalla “crisi” non è infatti sufficiente che sia rimessa in moto la produzione. La riapertura delle attività produttive separata da una ripresa della vita sociale è inconcepibile sia «per ragioni di mercato (non vi è significativa circolazione di merci senza circolazione di persone)», sia «perché il segno di un lavoro produttivo separato dalla vita sociale è decisamente terrificante», come ha scritto Marco Bascetta sul manifesto (28 aprile).

Si ripete da fonti governative che le nuove regole dovranno valere fino a che non sarà disponibile un vaccino. Ma questo, a giudizio di diversi esperti, non dovrebbe avvenire prima di un anno, nella migliore delle ipotesi. Un tempo lungo che non può essere pensato nei termini provvisori di disposizioni emergenziali. È dunque probabile che, ben prima che il vaccino sia disponibile, ci si trovi costretti a scegliere tra il fallimento di interi settori produttivi, con le conseguenze sociali che questo comporta, e una gestione del tutto differente del rischio del contagio. Per questo ripensare ora i servizi in termini realistici e razionali è fondamentale.

Nella stampa italiana ha fatto scalpore la notizia che la Svezia, dopo aver considerato i pro e i contro dei diversi modelli di gestione della crisi, ha deciso di non adottare il lockdown, o, se si preferisce, di adottarne una versione estremamente “morbida”, senza confinamento obbligatorio e senza chiusura delle attività. La scelta è stata rappresentata dai media italiani come cinica e sconsiderata, fondata su un ostentato disprezzo per la vita umana, testimoniato dalla scelta di non curare i malati oltre i 70 anni d’età (per una ricostruzione della disinformazione sul caso svedese, si rimanda all’articolo di Quirico e Salerno). E accogliendo con giubilo l’ammissione di colpa e il cambiamento di rotta (Corriere della sera, 5 aprile). Notizia peraltro falsa, che ha suscitato le proteste ufficiali dell’ambasciata svedese (Il post 16 aprile).

Il governo svedese presenta al contrario la propria politica come la scelta meno dannosa e pericolosa, date le drammatiche circostanze in cui ci troviamo. Fredrik Erixon, il direttore dello European Centre for International Political Economy, in difesa della politica del proprio governo ha sostenuto che, dal momento che “la teoria del lockdown non è provata, non è la Svezia che conduce un esperimento di massa. Sono tutti gli altri” (Cayley 2020). Naturalmente il governo svedese non sa se la scelta darà i risultati sperati ed è pronto a correggere le proprie politiche in base all’andamento dell’epidemia, tenendo come obiettivo principale di evitare la saturazione dei reparti di terapia intensiva. Allo stesso modo, andrebbe aggiunto, in cui noi non sappiamo quali saranno gli effetti delle nostre politiche di lockdown, né quali sarebbero stati gli effetti se fossero state adottate scelte differenti. Ma con la differenza che la strategia del lockdown più spinto, dannoso per le attività economiche e lesivo dei diritti costituzionali, sembra qui aver assunto il carattere di un dogma, anche a fronte dei suoi risultati tutt’altro che eccellenti. Basterebbe, infatti, un limitato confronto con la gestione di altri paesi per comprendere quel che dovrebbe essere radicalmente ripensato nel “modello italiano”. In un articolo del New York Times del 4 aprile sono illustrate le specificità che hanno fatto della Germania un esempio positivo di gestione: l’aver preparato piani precisi, rifornendosi delle attrezzature necessarie, l’aver praticato test quanto più possibile estesi, soprattutto agli operatori sanitari, l’aver tracciato i contagiati, l’aver disposto il ricovero preventivo dei malati sintomatici in prossimità del momento in cui l’infezione rischia di aggravarsi (Bennhold 2020). Al contrario, il modello italiano, sperimentato disastrosamente nella regione Lombardia, e poi esteso a livello nazionale (senza che alcuno sappia dire perché), a dispetto delle vistose differenze territoriali, è stato oggetto di analisi mirate a evidenziare tutti gli errori fatti nella gestione dell’epidemia per evitare che siano ripetuti (si veda l’articolo di Pisano, Sadun, Zanini 2020).

In un famoso saggio, intitolato Furore in Svezia, Ernesto De Martino analizzava gli episodi di cieca violenza e distruzione che, durante il capodanno del 1956, avevano devastato il Kungsgatan, la principale arteria del centro di Stoccolma. Dal punto di vista dell’etnologia, sosteneva De Martino, queste manifestazioni erano meno incomprensibili ed eccezionali di quel che sembrava: esse manifestavano «un pericolo che tutte le epoche e tutte le società hanno dovuto fronteggiare»: «l’angoscioso essere afferrati dalla nostalgia del non-umano, l’impulso a lasciar spegnere il lume della coscienza vigilante e ad annientare quanto, nell’uomo e intorno all’uomo, testimonia a favore dell’umanità e della storia» (de Martino 1962).

Facendo affidamento alle cronache dei nostri quotidiani, sembrerebbe quasi di trovarsi davanti a un ritorno di Furore in Svezia, alla «nostalgia del non umano» allo smarrimento del «lume della coscienza». A me pare invece che, se un simile rischio è ravvisabile, risieda molto più dalla parte delle nostre politiche ossessive di “sanificazione”. Mentre vedo piuttosto in Svezia il tentativo di impostare una politica razionale, basata su considerazioni realistiche, che mettono insieme questioni diverse, non tutte affrontabili nell’ottica ristretta della medicina, e della virologia in particolare. Roberto Beneduce, su queste pagine, ha individuato nel fatto che «la medicina è tornata a farsi scienza esitante, indiziaria» una delle “lezioni” dell’epidemia. Ma nella feticizzazione della Scienza, dietro la quale abdicano e si nascondono i nostri decisori politici, ogni traccia di questa lezione sembra assente, così come sembra mancare la consapevolezza della estrema complessità di un fenomeno che, come il fatto sociale totale di Mauss, non può essere ridotto a una sola delle sue molteplici dimensioni (sanitarie, sociali, economiche, politiche, giuridiche). È necessario trovare un modo per riprendere a vivere, in un senso più ampio di quello del bios, della “nuda vita” (Agamben 1995; Esposito 2002). Vivere in senso pieno, e non solo lavorare e proteggersi dal contagio, per non dover finire a mettere il cartellino del prezzo sulla testa di nonna.

 

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Bibliografia per approfondire

 

D. Cayley (2020), Questions about the currentpandemicfrom the point of view of Ivan Illich

M. Quirico e R. Salerno (2020), Glieretici di Stoccolma. Come e perché la stampaitalianadisinforma su Svezia e coronavirus

G.P. Pisano, R. Sadun, M. Zanini (2020), Cosa imparare dalle rispostedell’Italia al Coronavirus

K. Bennhold (2020), A German Exception?Why the Country’s Coronavirus Death Rate Is Low, New York Times 4 aprile 2020

E. De Martino, Furore, simbolo, valore, Il saggiatore, Milano 1962.

R. Beneduce (2020), Le lezioni di unapandemia

G. Agamben (1995), Homo sacer : il poteresovrano e la nudavita, Einaudi, Torino.

R. Esposito (2002), Immunitas. Protezione e negazionedellavita, Einaudi, Torino.

 

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Immagine: Stoccolma / Svezia - 21 aprile 2020: gli svedesi si godono il bel clima primaverile durante la pandemia di coronavirus, nella famosa piazza "Nytorget" a Södermalm, un quartiere nel centro di Stoccolma. Crediti: Susie Hedberg / Shutterstock.com  

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