24 marzo 2020

Storie virali. Gender Blindness o il sessismo del Covid-19

 

Talvolta i virus, come i batteri e i funghi, prediligono uno dei due sessi, spesso invece prediligono uno dei due generi.

La questione, non è – come potrebbe sembrare a prima vista – un esercizio esegetico, frutto del confinamento – qui in Svizzera non ancora obbligato – o della noia, dello sfinimento o della preoccupazione. È invece una questione seria, che parla di vita e di morte, e di come la medicina si è dimenticata progressivamente che le condizioni sociali di ciascuno – o chiamiamole piuttosto materiali – influenzino le sorti delle persone anche in tempo di malattia, di pandemia. Non soltanto, come intuitivamente si può pensare, perché le sorti delle persone, una volta malate, sono legate alle loro condizioni materiali, ma anche perché queste ultime influenzano la possibilità di ammalarsi. E infine di come, ed è di questo che si vuol parlare, le categorie epidemiologiche (che servono a sapere chi sia malato, come e perché lo sia) siano diventate praticamente cieche alle condizioni materiali delle persone. L’esempio flagrante del fenomeno Covid-19 è che parrebbe, ma appunto i dati mancano, che gli uomini, i maschi, si ammalino e pure muoiano di più delle donne (Li LQ, Huang T, Wang YQ et al., 2020). Secondo le prime analisi, ripeto poche ancora, sembrerebbe però una questione di genere, e non di sesso. Eccoci qua. Un fattore importante di rischio – di cui non si parla affatto - sembrerebbe essere il tabagismo: e gli uomini fumano più delle donne (Cai H., 2020).

 

Allora vi racconterò una storia, non lieta, virale, anzi batterica, di un Signor batterio che si chiama Streptococcus pyogenes.  C’era una volta, il 6 aprile del 1858, il professor Antoine Constant Danyau (medico chirurgo alla Charité di Parigi) che, facendo il punto sulle ricerche della febbre puerperale davanti all’Académie de Médecine, segnalava che le epidemie di febbre si erano propagate «jusqu’aux femelles mêmes des animaux domestiques» (persino alle femmine degli animali domestici). In particolare ‒ diceva davanti ai colleghi ‒ le epidemie si erano estese nel 1787 alle cagne di Londra e a quelle di Edimburgo nel 1821 e pure alle galline di Praga nel 1835 (Danyau, 1858, p. 157). E ricorderemo, per i meno ferrati in anatomia avicola, che le galline non hanno un utero.

Oggi, anzi ieri – prima dell’era Covid19 – l’aneddoto ci farebbe sorridere: oh che grulli questi medici dell’Ottocento! Come facevano a pensare che un’infezione legata alla mancanza di asepsi e di antisepsi fosse un’epidemia? E per giunta di femmine?  

Eppure la notizia fece a quell’epoca il giro del mondo diventando un fatto scientifico, menzionato peraltro nel testo di riferimento per la storia medica sulla febbre puerperale del professor Stéphane Tarnier, celebre ostetrico francese. Citato e stracitato, il fatto scientifico permetteva in realtà in quel momento storico, in quel dato contesto, di dimostrare scientificamente e su basi empiriche (l’osservazione) il carattere contagioso – quindi epidemico - della febbre puerperale. Di fatto, le donne che andavano a partorire negli ospedali morivano numerose di una strana epidemia, che i medici già dalla metà del Seicento avevano segnalato allarmati, agli albori quindi della pratica del parto negli ospedali (Tenon, 1788 p. 344).

 

Il progresso scientifico non mancava e neppure mancavano dei medici visionari che segnalavano, già da tempo, che il fatto di essere femmine (donne e animali) non c’entrava nulla con le cause della febbre puerperale. Il più tristemente celebre è senz’altro il medico ostetrico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis che, dopo anni di ricerche cliniche e di dimostrazioni empiriche, aveva pubblicato, nel 1858, A gyermekágyi láz kóroktana e, nel 1861, Die Aetiologie, der Begriff und die Prophylaxis des Kindbettfiebers. In entrambi i testi, Semmelweis insisteva sull’importanza di disinfettarsi le mani prima di toccare la vagina o la cervice delle donne.

Come si sa, le sue ipotesi furono in parte refutate e i suoi testi restano non tradotti, e a seguito di un internamento al manicomio, morì pure lui di infezione batterica a causa dei maltrattamenti subiti.

Si sa meno, invece, che, nonostante le scoperte scientifiche, i dispositivi biomedicali e le nuove tecniche, ci volle ancora un secolo prima che cambiassero le pratiche sanitarie. È soltanto dalla seconda metà del Novecento infatti (due secoli dopo le prime osservazioni sul carattere contagioso della malattia) che i tassi di mortalità delle donne che partorivano si abbassarono sensibilmente (Gutierrez, Houdaille, 1983, p. 976). Perché?

 

Il racconto delle cagne britanniche e galline praghesi di cui sopra spiega in parte questo quiproquo mortifero. Una parte dei medici, degli scienziati, del personale sanitario, della società erano persuasi e lo sono restati per un tempo lunghissimo che le donne morivano di parto perché c’era un qualcosa in questo corpo di donna d’intrinsecamente patologico: la febbre puerperale era insomma causata da un fattore endogeno (interno), non esogeno (esterno). E anche allorquando si è pensato a un fattore esterno – già Ippocrate nelle Epidemie univa a questo proposito cause esterne e interne, questo non ha impedito che si continuasse a pensare che si trattasse di una epidemia di/tra femmine.

 

Questa storia non è solo il resoconto di un episodio positivista di una medicina antica che si sarebbe progressivamente emancipata disinfettando i propri protocolli – in quello che riguarda soprattutto l’amministrazione della prova. Non riguarda un passato remoto di una scienza infelice che ci metterebbe oggi al riparo dagli errori di Tarnier, o di chi per lui. È, al contrario, la dimostrazione scientifica che la scienza, meglio ancora, le scienze, evolvono certamente, ma sempre e per sempre impregnate dal fatto sociale.

Allora, laviamoci le mani senza scrupoli, ma soprattutto mettiamoci gli occhiali: il gender blindness è sempre tra noi.

 

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Bibliografia per approfondire

 

Jacques René Tenon, Mémoires sur les hôpitaux de Paris, Imprimés par ordre du Roi, l’imprimerie de Ph.-D. Pierres, Paris, 1788, p. 344

Hippocrate, Épidémies Livre III, in Id., Œuvres complètes, trad. Émile Littré, vol. 3, Paris, 1841, pp. 109-113

Antoine Constant Danyau, De la fièvre puerpérale: de sa nature et de son traitement, Communications à l’Académie Impériale de Médecine, J.B. Baillière et Fils, Paris, 1858

Stéphane Tarnier, De la Fièvre puerpérale observeée à l'hospice de la Maternité, J.-B. Baillière et fils, Paris, 1858

Hector Gutierrez, Jacques Houdaille, La mortalité maternelle en France au XVIIIe siècle, in Population, 1983,  vol. 38, n. 6, pp. 975-994

Françoise Thébaud, Quand nos grands-mères donnaient la vie... La maternité en France entre les deux guerres, Lyon, Presses universitaires de Lyon, 1986

Ludwig Fleck, Genèse et développement d’un fait scientifique (I ed. 1935), Belles Lettres, Paris, 2005

Nancy Tuana, The Speculum of Ignorance: The Women’s Health Movement and Epistemologies of Ignorance, in Hypatia, 2006 (summer), vol. 21, n. 3, pp. 1-19

Scarlett Beauvalet, La tragédie des maternités hospitalières au XIXe siècle et les projets de réaménagement, in Spirale, 2010/2, n. 54, pp. 21-29

Francesca Arena, Elsa Dorlin, Introduction, in Chiennes, Comment S’en Sortir ?, n. 6, Hiver, 2018, pp. 1- 8

Cai H., Sex difference and smoking predisposition in patients with COVID-19 [published on-line ahead of print, 2020 Mar 11]. Lancet Respir Med. 2020; S2213-2600(20)30117-X. doi:10.1016/S2213-2600(20)30117-X

Li LQ, Huang T, Wang YQ et al., 2019 novel coronavirus patients’ clinical characteristics, discharge rate and fatality rate of meta-analysis [published on-line ahead of print, 2020 Mar 12]. J Med Virol. 2020;10.1002/jmv.25757. doi:10.1002/jmv.25757

 

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Immagine: Litografia di Antoine Chazal, da Jacques Pierre Maygrier, Nouvelles démonstrations d'accouchements, Paris, 1822. Crediti: Université de Paris (https://www.biusante.parisdescartes.fr/histmed/image?01838)

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