20 aprile 2020

Storie virali. Il valore del tempo

 

Non puoi dirmi sempre

Che tempo non ce n'è…

Ma che tengo 'a vedè'?

(Viento ‘e terra – Pino Daniele, Vai mò [1981])

 

Per Leroi-Gourhan, l’addomesticamento del tempo e dello spazio rappresenta il fatto umano per eccellenza. Il tempo è una dimensione costitutiva dell’esperienza individuale in diretta relazione con lo spazio e la «capacità di agire» che abbiamo all’interno di esso, relazione determinata da flussi di potere e meccanismi di coercizione agiti sul «corpo fisico». Memorabili sono la descrizione dell’organizzazione del tempo dei Nuer, in relazione alle attività di pastorizia (Evans-Pritchard 1975) e l’esercizio di etnocentrismo critico sulle differenze della concezione del tempo tra gli Nzema, dove esso serve a creare relazione, e la “società occidentale”, dove il tempo crea valore (Lanternari 1983). Vi è un aspetto del tempo che ci interessa in questo breve spazio sottolineare: il rapporto tra il tempo e le gerarchie sociali, tra esso ed il potere.

 

Il tempo libero e il plusvalore

Il tempo è centrale per la comprensione del mondo emerso dalla rivoluzione industriale. Marx ne descrive l’organizzazione e reificazione intorno all’attività produttiva già nell’idea che un’ora fosse esprimibile nel movimento del filare e nella quantità di refe prodotta: «un’ora lavorativa oggettivata nel cotone» (Il capitale, Libro I, sezione III). Di più: il tempo è centrale nella creazione del plusvalore, sintetizzabile nella differenza, non pagata al lavoratore, tra il valore del tempo socialmente necessario alla produzione delle merci e il tempo-lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro stessa. Una formula riassumibile nella versione più sloganistica: il capitalismo trasforma il tempo libero delle masse in tempo di lavoro. Che c’entra Marx con il virus? Proviamo a rispondere mettendo in evidenza due aspetti strettamente connessi: 1) la manipolazione sociale del tempo come strumento di disciplinamento; 2) la trasformazione del rapporto tra tempo libero e tempo di lavoro.

 

1. Tempo e disciplina del corpo

Il controllo, la scansione e l’organizzazione del tempo costituiscono un aspetto fondamentale delle pratiche e delle politiche dei regimi totalitari e non solo. Un esempio esplicativo può essere considerato l’Opera nazionale dopolavoro fascista nata con lo scopo di occuparsi del tempo libero dei lavoratori per penetrare negli aspetti più diversi delle loro vite. Concetto ribadito da Mussolini quando afferma che «i capitalisti intelligenti non si occupano soltanto di salari, ma anche di case, scuole, ospedali, campi sportivi per i propri operai».

Pur non vivendo più sotto regime, a causa dell’emergenza Covid, i nostri governanti hanno impugnato lo stato d’eccezione. Il tempo riveste la dimensione simbolica del “tempo senza tempo”, tipica delle fasi liminali del rito, in cui vi è l’incertezza sui nuovi status da acquisire. In tale fase, il tempo va visto come socialmente manipolato nella forma della disciplina del corpo confinato in casa (o sul posto di lavoro per gli addetti di quelle attività considerate essenziali), anche attraverso comportamenti da assumere in orari precisi (l’applauso ai medici delle 12.00 o l’inno nazionale delle 18.00).

 

2. Tempo libero e tempo di lavoro

In questi giorni un’opinione accomuna molti: lavorare da casa non piace, e, nonostante l’apparente guadagno di tempo dovuto ai mancati spostamenti fisici, non riescono a lavorare molto. La domanda è allora “dove finisce tutto questo tempo risparmiato?” e forse “come esso si trasforma in profitto per qualcuno?”. Per rispondere è necessario considerare la spinta di molte aziende al telelavoro (smart working) già prima della crisi; forme che è molto probabile che permangano a crisi finita… se finirà. In essa vi è un risparmio materiale, in termini di costi di affitto degli spazi, corrente elettrica, connessione Internet, nonché di quella cosa fastidiosa che è l’assembramento dei lavoratori, da cui può nascere il conflitto. Ma vi è un aspetto complesso che qui possiamo solo accennare: la trasformazione, appunto, dei rapporti tra tempo libero e tempo di lavoro. A casa sembra dilatarsi il tempo di lavoro all’infinito, nell’illusione della gestione autonoma di esso. Allo stesso tempo si assiste al quasi annullamento del passaggio tra il tempo di lavoro e il tempo necessario alla riproduzione della forza lavoro: si stacca dal computer per prendere le padelle, senza soluzione di continuità (talvolta le due cose sono fatte insieme). Ancora più nel profondo, si stacca dal lavoro per pause (sempre più dilatate) – attuate nel divieto alla passeggiata ed alla corsa (innocue sul piano del contagio) – dedicate ai social network, in cui un nostro post (magari critico) o una nostra condivisione si trasforma immediatamente in profitto (Facebook, ad esempio, vende i dati guadagnandoci), oppure è dedicato alla visione di materiali video o audio sulle piattaforme rinchiudibili in quella che David Harvey chiama “Netflix economy”. Se già prima del Covid-19, le nostre attività ricreative apparivano sempre più legate al consumo e all’accumulazione di capitale (si pensi ai quartieri gentrificati, al turismo di massa, alla proliferazione di grandi catene di ristorazione), la chiusura in casa è il trionfo della valorizzazione del nostro tempo libero e della sua manipolazione da parte delle gerarchie sociali ai fini del disciplinamento alle esigenze della nuova rivoluzione industriale.

 

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Bibliografia per approfondire

 

K. Marx, Il capitale, versione online: http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/Marx_Karl_-_Il_capitale_Libro_I.htm

E.E. Evans-Pritchard, I nuer. Un’anarchia ordinata, Milano, FrancoAngeli, 1975

A. Leroi Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino, 1977

V. Lanternari, L’incivilimento dei barbari, Dedalo, Bari, 1983

 

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