22 aprile 2020

Storie virali. La tirannia della casa

 

Nel 1991 Mary Douglas pubblicava un saggio sulla casa come comunità embrionale. Attraverso un’indagine pragmatica dell’ambiente domestico e una riflessione sulle categorie derivata dalla sociologia comprendente di stampo weberiano, l’antropologa intendeva rielaborare la nozione di solidarietà e mostrarne i meccanismi di produzione e riproduzione domestica. A volte, di un saggio, come delle città, ci rimangono impressi alcuni dettagli. L’autore – come certamente l’architetto – non intendeva attribuire il valore e l’importanza che noi lettori – o flâneursa posteriori accordiamo ai particolari che ci colpiscono. Del saggio della Douglas mi è rimasta impressa la frase di apertura – una minuzia – che recita: «Più riflettiamo sulla tirannia della casa […]» (Douglas 1991, p. 287). La tirannia della casa: un’affermazione radicalmente adeguata a pensare a questi giorni di crisi.

 

La peculiare tirannia della casa sembra infatti agire su diversi livelli ai tempi del Covid-19, invitando a leggere parte dell’esperienza che stiamo vivendo a partire dal valore sociale, materiale, simbolico, politico e culturale dell’abitazione (Meloni 2014). A un primo sguardo, la tirannia della casa riguarda certamente coloro che stanno vivendo l’isolamento presso il proprio domicilio. Per questi, tra cui il sottoscritto, le mura domestiche rappresentano, da un lato, una sfera di protezione, uno spazio-tempo puro e ordinato che protegge dai pericoli del mondo esterno; dall’altro, rappresentano i limiti attuali e praticabili del mondo d’oggi. Assuefatti a un’ipermobilità, alla libertà di movimento, alla possibilità di attraversare e vivere la città, il paese, il mondo a nostro piacimento, questo impedimento rappresenta una ferita che produce dolore. Un dolore borghese, evidentemente. Da bene necessario, la casa, ai tempi dell’epidemia, diventa un male necessario.

 

La tirannia della casa si esercita però anche e soprattutto per coloro che un’abitazione la perdono, l’hanno persa o la perderanno. Mi riferisco nello specifico a sfrattati, senza dimora, migranti, sgomberati. Nelle pieghe delle nostre città, il popolo dei senza casa soffre una doppia perdita: privati della possibilità di avere accesso a una sistemazione degna, subiscono anche la privazione della garanzia di potersi tutelare dal contagio. Ciò va a sommarsi a una serie di fragilità strutturali e personali a cui i senza dimora sono già soggetti, ma di cui nella maggior parte dei casi non sono responsabili. E ai tempi del Coronavirus questi non hanno vita facile: tra denunce per mancato rispetto delle disposizioni anticontagio, interruzione delle attività di supporto e sostegno e impossibilità di praticare un’economia di “sussistenza urbana”, la tirannia della casa si realizza appieno nella violenza della sua assenza.

 

Che dire poi della domesticità tirannica per eccellenza, promossa dalle case di reclusione? Tirannia che si è dimostrata non più tollerabile allo scoppio dell’epidemia, tanto da far esplodere una serie di rivolte carcerarie nel nostro Paese. Venuti a mancare i canali istituzionalizzati di contatto con l’esterno – dico istituzionalizzati perché il carcere nella sua straordinaria ordinarietà è un ambiente particolarmente poroso, la popolazione reclusa ha dato vita a proteste che, pur se immediatamente stigmatizzate e incomprese in primis dal ministero della Giustizia, hanno svelato la particolare violenza – anche simbolica – di un sistema che non si prende cura dei soggetti di cui giuridicamente e letteralmente dovrebbe farsi carico. In questo senso, data la situazione, non sono tanto sorprendenti le rivolte carcerarie, quanto il fatto che una pletora di altri soggetti marginali quali anziani, richiedenti asilo, operai, abitanti di grandi caseggiati popolari – solo per citare alcune categorie a rischio a causa della tirannia dei luoghi di lavoro o di residenza – non abbiano dato vita a proteste.

 

La tirannia della casa si mostra poi nella sua evidenza nell’ampio interesse dimostrato in questi giorni dal governo e dai media al settore del real estate, da cui dipende un quinto del PIL italiano e mezzo milione di addetti. A Milano, città in cui vivo, questa preoccupazione si mostra nella sua acutezza. Dal punto di vista economico, la tirannia della casa si evidenzia nella sua capacità di ergersi a logica privilegiata di profitto urbano. Ad oggi, compravendite, mutui, affitti brevi, locazioni dei negozi e cantieri sono in stasi. Eppure, gli attori principali del mercato immobiliare nostrano stanno già cercando nuove forme di estrazione, che sicuramente andranno a colmare le paure che sopravvivranno al virus: costruire dunque più ospedali per evitare il collasso della sanità, più studentati per evitare la fuga degli studenti, più supermercati e logistica last miles per evitare le code in caso di crisi, più senior living per il controllo degli anziani (Floris, 23 marzo 2020).

 

Infine, paradossalmente, la tirannia della casa si realizza anche nei nostri corpi, che possono essere occupati abusivamente da ospiti indesiderati e pericolosi, come i virus. Ci ritroviamo così a vivere il rischio di incarnare noi stessi la tirannia della casa, a cui il virus è soggetto per poter sopravvivere. Senza la nostra ospitalità, il virus muore. Ci ergiamo così a controllori del nostro tempio – il nostro corpo – a difesa di inquilini che possono danneggiarci. La cura di sé diventa così nodo centrale di un più ampio processo di cura, che non riguarda più solo il corpo personale, ma anche e soprattutto il corpo sociale.

 

Secondo Roche (1999), la casa è l’immagine di un “tempo pietrificato”. È qui che ritroviamo il senso profondo della sua tirannia. Ma, oggi, il tempo pietrificato non è più solo quello passato, ma anche e soprattutto quello presente e quello futuro, tanto che i giorni che verranno non riusciamo neanche a immaginarli. Serve dunque un radicale lavoro di immaginazione, che ci permetta di reinventare noi stessi e le nostre comunità, con l’obiettivo comune di rafforzarci contro ogni possibile forma di tirannia futura.

 

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Bibliografia per approfondire

 

Mary Douglas, The Idea of a Home: A Kind of Space, in Social Research, 1991, 58, 1, pp. 287-307

Daniel Roche, Storia delle cose banali. La nascita dei consumi in Occidente, Roma, Editori Riuniti, 1999 (1997)

Pietro Meloni, Introduzione. L’uso (o il consumo) dello spazio domestico, in Lares, 2014, 80, 3, pp.  419-443

Francesco Floris, Senior living, logistica last mile. Il virus stravolge l’immobiliare, in Affari italiani,  23 marzo 2020

 

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Immagine: Accampamento di senzatetto lungo Central Avenue nel centro di Los Angeles (California), Stati Uniti. Crediti: MattGush / Shutterstock.com

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