24 aprile 2020

Storie virali. Loro, cicale e formiche

 

Proprio perché sono veri e propri eroi del momento, non credo si debba fare dei medici impegnati a proteggerci contro la pandemia da coronavirus le vittime di un nuovo torto retorico. E sono da elogiare molto anche tutte le infermiere e gli infermieri. La parola “eroi” a me non dispiace, ma certo quello che caratterizza i professionisti dell’assistenza, tutto il personale sanitario in questo momento storico è la potenza della loro responsabilità, come ci ricorda, incarnandola – e gliene siamo grati – Emergency di Gino Strada. Sono loro adesso lo specchio dell’idea stessa di società. Forse sulla constatazione di base su cui si fonda tutto il sistema didattico e di ricerca in antropologia medica, il mio lavoro, potremmo in molti concordare: non c’è medicina senza società. Ora più che mai è questo un dato basato sull’evidenza: il biologico e il sociale sono intrecciati in maniera inestricabile.

 

Ancora mi spingerei a fare una proposta ai colleghi docenti di ogni ordine e grado: perché non illustriamo nelle nostre didattiche on line la vicenda di Ludwik Fleck e il suo libro Genesi e sviluppo di un fatto scientifico (1935)? Il grande microbiologo e filosofo polacco aveva messo a punto il test ideato da August von Wassermann contro la spirocheta pallida della sifilide, nel laboratorio scientifico della sua équipe. Non voglio fare comparazioni erronee, per carità. So che la spirocheta non è certo un virus. Ma il punto è che per l’antropologia medica quel libro del 1935 oggi è fondamentale (cosa si aspetta per ripubblicarne la versione italiana, forse che una canzone nuova lo citi in rima e vinca un festival di Sanremo?). L’impressione è che quando Fleck tornava a casa dal suo laboratorio si facesse le domande giuste, annotandole in una sorta di diario etnografico, per cui trovava risposte pertinenti: «Si è soliti contrapporre il fatto alla teoria in mutamento, e si è soliti contrapporlo come qualcosa di saldo, di duraturo, di indipendente dalle concezioni soggettive dello scienziato. Il fatto è ciò cui mirano le singole scienze, mentre oggetto della teoria della conoscenza è l’analisi critica dei metodi seguiti per arrivare a tale obiettivo» (p. 45). Fleck ci ha mostrato proprio che “i fatti”, anche quelli “scientifici”, sono sempre il frutto di un collettivo di pensiero che produce cultura in una direzione ogni volta scelta consapevolmente. Il suo è uno studio eccezionale, che anticipa la filosofia della scienza. Credo si fosse impegnato molto, sia nella ricerca microbiologica sia nelle faticose letture di filosofia, epistemologia, antropologia, metodologia, psicoanalisi con le quali ci aiutava a riflettere: Mach, Freud, Simmel, Scheler, Weber, Mannheim. Le classi dirigenti europee avrebbero dovuto studiarlo bene quel libro, proprio in quegli anni, anziché bruciarlo. Ma si sa, come ogni guerra anche la seconda mondiale non fu certo “un errore”, fu proprio una diabolica perseveranza.

 

Ora non dimentichiamo però che la Resistenza vinse. La Costituzione della Repubblica ce l’abbiamo ancora. L’articolo 32 è bellissimo. Il welfare (r)esiste. Per questo siamo fieri di essere cittadini italiani. Altrimenti che ne sarebbe oggi della parola “umanità”? Ripenso a questi valori adesso mentre si avvertono gli scricchiolii di una spallata finale allo stato sociale in un rumore di sciabole europee. Spero di sbagliarmi, ma intanto, per sicurezza, avviamo insieme un nuovo progresso intellettuale di massa. Immaginare cosa accadrà dopo è importante.

 

Lo so, ora vorremmo chiederci dove eravamo tutti quando si tagliava spudoratamente la sanità. No, non siamo disperati. Perché tante donne e tanti uomini erano impegnati a lottare contro quei tagli. Certo siamo stati sconfitti. I tagli li hanno fatti. Ma adesso è evidente che chi avrebbe potuto evitarli e non lo fece oggi ha perduto ancora di più. Perché qua sembra quasi che se ci ammaliamo sia colpa nostra. Non è giusto. E non è un’opinione sincera il retorico enunciato neoliberale «mancano le risorse». E l’allocazione? Studiosi di chiara fama hanno spesso evocato la questione di un’altra economia possibile. Non esiste nessun bilancio così povero da non potere immaginare una diversa allocazione delle risorse. Anche se questi economisti non sono mai stati chiamati in televisione a dire, ad esempio, che il diritto alla salute è universale e deve essere garantito sempre. Piuttosto i tagliatori di risorse pubbliche hanno preferito fare come la cicala con la formica. Anche per divertimento. Perché c’è gente che guadagna milioni e c’è chi non guadagna proprio nulla. Diseguaglianze mostruose ci ha regalato questo capitalismo. Isole di plastica più grandi dell’Europa intera. E ora ci si vorrebbe nutrire delle formiche cucinandole alla cinese?

 

Oggi che siamo estremamente attenti – ci mancherebbe – con le nostre mascherine e osserviamo scrupolosi tutte le regole, impegnati quotidianamente a non uscire, a mangiare bene, a ripulire le quattro mura in cui poi scriviamo, a non ammalarci per noi e per gli altri, resta una differenza profonda tra noi e loro. Loro chi? Due sono le figure e noi in mezzo. Loro sono quelli che una casa non ce l’hanno, la gente di sentimento. Loro sono quelli che di case ne hanno troppe, i signori dell’epidemia.

 

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Bibliografia per approfondire

Ciso, Amievs (Centro italiano di storia ospitaliera, Association médicale internationale pour l’étude des conditions de vie et de santé), Sanità e resistenza.  Dalle lotte di liberazione dei popoli una nuova concezione della salute, Edizioni delle Autonomie / Collana Salute e Democrazia, Roma, 1978

Ludwik Fleck, Genesi e viluppo di un fatto scientifico, Il Mulino, Bologna 1983 (ed. originale. 1935)

Sabrina Tosi Cambini, Gente di sentimento. Per un’antropologia delle persone che vivono in strada, CISU, Roma, 2004

Elena Giorgio, La cicala e la formica… e altre storie. Le favole di Esopo, Ape Junior, Firenze, 2012

 

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Immagine: Infermieri con mascherina protettiva dovuta al Coronavirus, Taranto, Puglia (11 aprile 2020). Crediti: Massimo Todaro / Shutterstock.com

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