4 maggio 2020

Storie virali. Memento mori

 

«Ciao Simo, ciao. Buon pomeriggio. Come stai? Ho appena visto il tuo messaggio e sentito la tua voce, cosa mi hai detto. […] Sì, tutto a posto però non dormo bene, non vado a dormire presto. Ho guardato la tv tutta la notte. Sto bene. Mi preoccupo per il coronavirus, di quello io ho paura. Non ho mai visto una cosa così in vita mia. Quando ero ancora al Paese, il nostro re aveva detto che tutte le donne – tutte le donne, anche se tu eri la moglie del governatore – dovevano tagliarsi i capelli. Tutto, tutto. Abbiamo tutte tagliato i nostri capelli. I miei capelli erano lunghissimi prima, ma li ho tagliati tutti. Però questo, non è … non lo so cosa devo dire [non so come dirlo], ma questo non è per colpa di dio. Per me questo coronavirus non arriva da dio, non è vero. Ti giuro. Dio non lo sa questo, dio non sa [di questo]. Dio può solo aiutare noi to fight the battle. To fight the battle of coronavirus. Però it’s not god. This coronavirus is not coming from god, maybe they are trying to use it to disease people, they try to use for fighting […]. You understand? God says: ‘You said the true you die. You did not say the true you must die’… So, this is what it’s in my mind. This is what it’s hitting me, hitting me, hitting me in my mind».   

 

Tina ha poi continuato il suo lungo discorso “pentecostalizzando” il Coronavirus e concludendo il messaggio vocale con una possente benedizione, rivolta a me, ai miei figli, a mio marito e ai bambini che ancora potrei avere (if you have a baby boy, the baby boy don’t have on it, in the name of Jesus). Tina non sa che per me sarà molto difficile, alla soglia dei cinquant’anni, avere ancora figli, ma forse lei stava giustamente già pensando ai miei nipoti. Tina si porta avanti con le benedizioni, ancor più necessarie per chi non è nato e arriverà solo dopo tutto questo. La sua lungimiranza potrebbe ricordare una profezia “suscitatrice” (Benedetti, 2018), che non si limita ad annunciare il collasso, come altre profezie virali (Cfr. l’intervento di Diego Ianiro), ma “crea terremoti nelle menti e negli animi” di chi ascolta perché “in grado di suscitare il senso di un’emergenza” in uno scenario di cambiamento epocale. Cosa ne sarà dei miei nipoti quando la disgrazia è accaduta “domani”? This is what it’s hitting me in my mind. Pure a me, Tina (ma quanto materiale per capire l’attuale condizione umana c’è in un messaggio vocale di WhatsApp?).

 

Da quando nuotiamo a vista in questa gigante onda di irrealtà che ci ha travolto tutti, non passa giorno che non abbia notizie da coloro che mi sono diventati familiari quanto se non più dei familiari stessi. Non penso di dire nulla di originale per chi ha deciso di servirsi dell’antropologia come metodo incarnato dentro precise relazioni etnografiche (relazioni cioè umane, tra simili), eppure nel seguire i vari dibattiti che si sono sviluppati a distanza, su piattaforme, forum e blog, di loro – dei tanti nostri informatori e informatrici (con cui, sono certa, molti di noi sono ancora in costante contatto) – non sembra esserci traccia. Gli Altri non intervengono cacofonicamente nel nostro discorso: sembra che con loro non intrecciamo discussioni e riflessioni. A parte qualche ventriloquo che fa loro dire qualcosa di buono su questa o quella teoria – come se ci fosse ora il tempo per speculare, nominare, definire una stagione dell’essere che, come dice bene Tina, non ha niente a che fare con quanto già conoscevamo (inutile quindi radersi i capelli a lutto, se ancora non abbiamo capito chi è responsabile di tutte queste morti) – il resto è solo un parlarsi addosso, quando non contro. Penso alquanto vano, per esempio, chiedersi se si sia dentro uno stato di “eccezione” o di “sospensione”; se la liminalità che stiamo vivendo dentro le nostre case sia simile a quella di chi attraversava un rito di passaggio (che solitamente obbligava gli iniziandi a vivere la transizione in uno spazio lontano e altro dal domestico) o se i giovani di oggi se la prenderanno con i più vecchi tra noi (sarebbe bene ricordare che Greta e i suoi coetanei hanno iniziato a protestare e scendere in piazza molto prima che la pandemia ci imponesse di scandire diversamente il nostro tempo quotidiano).

Queste e altre simili connessioni antropologiche mi sembra lascino solo il tempo che trovano (Cfr. l’articolo di Francesco Remotti).

Non voglio criticare tout court i discorsi che si sono sviluppati, perché da alcuni dibattiti sto apprendendo molto. Vorrei solo suggerire in queste brevi note che per cogliere la “sfida” (Cfr. l’articolo di Luigi Pellizzoni) di questi “sciami di virus” (Cfr. l’articolo di Clio Pizzingrilli) si dovrebbe muovere da quelle aree di non conoscenza (Cfr. l’intervento in queste pagine di Roberto Beneduce) da una prospettiva più inclusiva, almeno in antropologia.

È da Tina e da altre donne immigrate che apprendo di prima mattina lo scandalo e la paura: l’Africa, dove ancora ci sono i propri cari, continua a essere pensata come terra di impunita sperimentazione, dove qualcuno può continuare a giocare a dama con i tuoi figli (Cfr. Malik Bouriche). È nelle loro parole che ascolto l’inquietudine (di non poter più neanche immaginare di tornare a casa, né di avere speranza di ricongiungimento con chi, più che mai oggi, si vorrebbe vicino); e, poi, la sorpresa (quasi rivoluzionaria per l’arrivo dei medici cubani in Italia e l’applauso con cui sono stati accolti dei Neri); e la rabbia (di sentirsi additate in quanto extracomunitarie incolumi al contagio virale, come fosse una colpa non ammalarsi) accompagnata da attimi di allegria, visto che è la prima volta nella Storia in cui sono i Bianchi le mosche (almeno in Africa, ma non così nelle Americhe: si veda l’articolo di Martino Mazzonis) e da tanta, tanta ironia, court mais efficace, dei tanti improvvisatori nati.

           

Je ne respire pas docteur

Quand vous respirez vous avez mal ?

Oui

Bah, il faut plus respirer.

 

Tina, Rita, Aja, Bintou masticano questo sciame virale mutante, lo rimuginano dentro tutto il giorno, tutti i giorni. È con la morte che si è aperto un contenzioso esistenziale incessante. E a differenza di Massimo Troisi io non posso indietreggiare con un timido Mo’ me lo segno.

Il memento mori è ciò che anticipa la fine: naturale, certo; ma ancor più violenta, inattesa, drammatica, “comprata” da qualcuno (Yengo, 2016). Il rapporto tra i due morire si disequilibra e si rimettono in gioco le teorie intorno alla responsabilità del divenire polvere. Nella sua forma simbolica si fa maledizione, umana o divina, vera e propria stregoneria, come una sorta di necessità alla potenza: è il must die di Tina; l’ha da murì di più familiare memoria. Quando si fa oggetto, il memento mori contrassegna lungo le frontiere e nei luoghi di transito dei migranti (Soto, 2016) il nostro ambiguo proseguire il cammino. Gesto di rispetto per gli innumerevoli anonimi ormai sommersi, esso è al contempo la richiesta di una protezione rivolta ai morti stessi per chi ancora può rubricarsi tra i salvati e annuncio di un percorso possibile per tutti coloro che ancora da lì dovranno passare. Così, mentre molti tra noi sono impegnati a pensare la “buona vita” con argomentazioni più che convincenti, come fa Illetterati (Cfr. si veda l’articolo), gli immigrati intorno a noi continuano a inventare una buona morte, anche al tempo del Coronavirus e anche per noi.

Quanto conoscevano non è più utile, neanche a loro, e devono ora mobilitare tutte le risorse della loro lingua e cultura per esprimere e spiegare un’esperienza su cui né quella cultura e lingua – né alcun’altra – ne sanno nulla. Sayad (2002) sosteneva che l’«opacità di un linguaggio che non si apre dal primo istante è senza dubbio l’informazione più importante e rara» in cui possiamo imbatterci durante la ricerca. Potremmo forse chiamarla la seconda lezione dell’antropologia: apprendere dalla scia che lascia ogni memento mori simbolico o materiale di cui veniamo a conoscenza e provare insieme a comporre qualcosa di culturalmente significativo a partire dalle «reliquie di un corpo sociale perduto» (De Certeau, 1994): da tutti questi boccioli di non-sapere che ci fioriscono in bocca. Ora, non domani. Con gli altri, non tra noi.

 

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Bibliografia

 

Benedetti Carla, 2018, “‘Acrobati del tempo’. Anders, Pasolini e l’efficacia della profezia”, Laboratoire italien [Online], 21 | 2018, online 21 juin 2018, consulté le 07 décembre 2019

De Certeau Michel, 1994, La prise de parole et autres écrites politiques, Seuil, Paris.

Sayad Abdelmalek, 2002, La doppia assenza. Dall’illusione dell’emigrato alla sofferenza dell’immigrato, Cortina Editore, Milano.   

Soto Gabriella, 2016, “Migrant memento mori and the geography of risk”Journal of Social Archaeology 16 (3), 335-358.

Yengo Patrice, 2016, Les mutations sorcières dans le bassin du Congo. Du ventre et de sa politique, Karthala, Parigi.

 

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L’immagine è un fotogramma tratto dal video Appunti per un’Orestiade africana (1975)

 

 


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