28 marzo 2020

Storie virali. Mobilità, corpi e confini

 

Credo che dall’antropologia si possano trarre alcuni strumenti utili per affrontare questo presente: la nozione di shock culturale e il distanziamento come posizione per vedere meglio. Questa del Covid-19 è un esempio lampante di shock culturale, in primis poiché è uno shock at home. Piasere sostiene che la ricerca etnografica sia una «curvatura dell’esperienza» e che dinanzi a contesti in cui gli habitus sono differenti dovremmo percepire lo straniamento. Ma cosa accade quando a curvarsi è l’esperienza del quotidiano? Possiamo finalmente rintracciare quanto le nostre azioni quotidiane, il modo di muoversi, gli spazi percorribili, siano storicamente, e quindi socialmente e politicamente, determinati? La distanza (si veda il blog La giusta distanza. Piccolo osservatorio etnografico sull’isolamento), codificata in questo caso in un metro per le misure di contenimento del contagio, è una postura che antropologhe e antropologi conoscono; perennemente sul confine, come dice Salzman «outsider marginali», perché per capire meglio occorre lo sforzo di decentramento e di distanziamento dello sguardo.

 

È allora proprio sui confini e sulla mobilità che vorrei qui riflettere. Gli spazi, reali e immaginati, di mobilità si sono ridefiniti: la porta di casa, il balcone (vedi l’articolo di Fernando Blasi in questa rubrica); ma in un processo di ricostruzione, sono anche il confine e gli schemi corporei ad essere ridisegnati.  Pensare il nostro corpo al di fuori dei confini dello stesso: il nostro respiro, la saliva. Si dice che sentiamo il nostro corpo nel momento in cui fa male. In questo caso, quello sofferente è un corpo collettivo e, per quanto il nostro proprio non sia quello che prova dolore, attraverso i corpi sofferenti altrui ci accorgiamo del nostro e cambiamo ciò che Marcel Mauss chiama le «tecniche del corpo»( vedi anche articolo di Chiara Moretti in questa rubrica). Apriamo le porte con il gomito, starnutiamo nell’incavo del braccio come da indicazioni fornite dall’OMS, non abbracciamo e non baciamo. Stringere la mano, segno di educazione, diventa adesso un gesto di minaccia alla salute pubblica.

 

Ecco, penso che in tutto questo ci sia una re-invenzione del quotidiano: un disincorporare e reincorporare (Pizza, Johannessen, 2009) modi di essere nel mondo, molto diversi dal nostro abituale “essere nel mondo come a casa” (Svenaeus, 2000). Il termine mobilità mi sembra, perciò, pregnante in questa situazione: la veloce mobilità del virus, l’ipermobilità dell’informazione e la (im)mobilità, la nostra. L’invisibilità del virus sta rendendo visibili tutta una serie di questioni: quella dei corpi e dell’indissolubile legame tra corpo individuale, corpo collettivo e ambiente, ma anche quella dei diritti/privilegi di mobilità. Corpi e libertà di movimento diventano evidenti nel momento in cui cessano: il corpo quando cessa di funzionare, la libertà di spostarsi quando nuovi regimi frontalieri vengono attuati.

 

Quando adesso prendo il guinzaglio e il passaporto, unico documento di identificazione che ho dopo aver smarrito gli altri, mi rendo conto di quanto esso sia il precipitato materiale di rapporti geopolitici e di potere e, con essi, dei miei privilegi. Il passaporto, insieme all’autocertificazione, è in questo momento il mio lasciapassare per portare il cane a passeggiare; in passato è stato la mia chiave per aprire le porte di altri Paesi. Con facilità perché è un documento italiano ed europeo.

Il servizio giornalistico che riprendeva l’esodo dalle aree del Nord Italia nel momento in cui veniva dichiarata zona rossa, riportava la voce di qualcuno che diceva “sono un profugo”. Tale paragone, per quanto a mio avviso poco calzante, ci può far riflettere però nuovamente su quanto la libera circolazione, non tanto delle merci ma delle persone, sia sempre il frutto di contingenti rapporti di potere, di diseguaglianze e di privilegi: chi si può muovere e dove può andare, chi in questo momento in cui si deve restare a casa, può avere il privilegio di restarci o deve continuare ad andare a lavorare.

 

Le istanze “purificatrici” delle ideologie degli Stati-nazione sono sempre rivolte a farci sentire, come recita la traduzione italiana del titolo di un bel libro di Arjun Appadurai, “sicuri da morire”. Ora che l’estraneo è il virus, spero che il distanziamento necessario al contenimento del contagio non sia premessa di chiusura, ma di apertura al mondo.

 

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Bibliografia per approfondire

 

Fredrik Svenaeus, The hermeneutics of medicine and the phenomenology of health, Kluwer, Dordrecht, 2000

Leonardo Piasere, L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in antropologia, Editori Laterza, Roma-Bari, 2002

Arjun Appadurai, Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione, a cura di Piero Vereni, Meltemi editore, Roma, 2005

Giovanni Pizza, Helle Johannessen, Two or three things about Embodiment and the State, in AM. Rivista della Società italiana di antropologia medica, vol. 27-28, , 2009, pp. 13-20

Valentina Moro, Claudia dall’Ora, Michele Scandola, Leonardo Piasere, La reinvenzione del quotidiano nelle persone con tetraplegia, in AM. Rivista della Società italiana di antropologia medica, vol. 38, 2014, pp. 555-580

 

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Immagine: Effetto Coronavirus, un solo passeggero attende la metropolitana, Milano (12 marzo 2020). Crediti: ph.FAB / Shutterstock.com

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