7 maggio 2020

Storie virali. Regimi di tracciabilità in Asia e in Europa

 

In quanto avvenimento globale, la pandemia di Covid-19 è diventata un importante indice di comparazione a livello internazionale. Il virus ha toccato, a qualche settimana di distanza, società diverse con un livello di sviluppo relativamente paragonabile, mettendo in evidenza modalità di gestione dell’epidemia quasi opposte. Da una parte l’Asia, che sembra aver saputo contenere rapidamente la malattia senza limitare troppo gli spostamenti dei cittadini (a eccezione del caso cinese), dall’altra un’Europa che, all’opposto, conosce tassi di mortalità nettamente superiori dopo parecchie settimane di un confinamento di portata inedita. Quando la rivista Science ha diffuso la notizia del virus a partire dal 3 gennaio, l’inerzia degli Europei mostra il fallimento del vecchio continente e, per contrasto, la competenza nella profilassi di Taiwan, Singapore, Hong Kong e Corea del Sud, tutti Stati che hanno individuato una modalità di gestione intelligente della malattia, pur senza avere la possibilità di affidarsi alle immense risorse politiche di cui dispone il Partito comunista cinese.

Questi confronti hanno subito sollevato questioni politiche più generali. In primo luogo l’utilizzo dei dati digitali finalizzato al controllo sanitario: molti Paesi asiatici hanno messo in opera un controllo epidemiologico basato su strumenti informatici, una tecnica che sta per essere adottata da parecchi Paesi europei. A questo proposito, il dibattito si è incentrato su una comparazione dei benefici derivanti dai diversi sistemi politici in Asia e in Occidente, sul ruolo dell’individuo e della collettività, o sull’importanza riconosciuta alle libertà. Ne è emersa una visione dicotomica tra un’Asia collettivista e un’Europa attenta ai diritti individuali (Beech 2020), che desta interrogativi sul ruolo da accordare alla protezione della vita privata. Adesso che è iniziata la discussione intorno all’applicazione Stop Covid, è importante soffermarsi su alcune argomentazioni utilizzate in questi dibattiti, che sembrano evidenziare una doppia cecità: in primo luogo rispetto a ciò che ha consentito una risposta sanitaria efficace in Asia; in secondo luogo relativamente al rilascio dei dati digitali, già avvenuto da parte dei cittadini europei. Ritornare sulla questione dell’identificazione e del tracciamento degli individui, in un gioco di specchi tra Asia e Europa, permette di approfondire altre questioni che vengono sollevate dalle politiche di identificazione sanitaria; quelle concernenti le modalità di adesione della popolazione a questi dispositivi e quelle relative alle condizioni di legittimità dei regimi politici che le mettono in opera, autoritari o meno, occidentali o no.

 

Ritorniamo sulle esperienze asiatiche

L’utilizzo di strumenti di tracciamento digitale in molti Paesi asiatici ha costituito un aspetto importante del dibattito sulla risposta politica e tecnica da dare all’epidemia. E da subito si è anche posta la questione se fosse ipotizzabile replicare in Europa, in tutto o in parte, questi sistemi. A partire da qui, molte analisi sono giunte a contrapporre un Occidente democratico e individualista a un’Asia con inclinazioni autoritarie. Il controllo sanitario che sono riusciti a mettere in atto la Corea del Sud, Hong Kong, Singapore o Taiwan, si spiegherebbe con il primato riconosciuto alla collettività in questi Paesi di tradizione confuciana. Lo stesso tracciamento, per contro, sarebbe improponibile nelle società europee legate alla difesa delle libertà individuali. In breve, a dei regimi asiatici pronti a limitare radicalmente i diritti individuali in nome di un più grande bene comune, si opporrebbe un’Europa dove quegli stessi diritti sarebbero la pietra angolare dell’edificio politico.

Ora, questa impostazione pone un duplice problema. Intanto in Europa e in America del Nord esistono già procedure di sorveglianza digitale degli individui, ma peraltro una breve disamina di ciò in cui consiste la risposta sanitaria in Asia rende un po’ più sfumata la questione dell’approccio differente alle libertà. Osservando la dinamica dell’epidemia in ciascuno di questi due continenti e le misure che sono state prese, non si può evitare di mettere in luce il paradosso per cui si è parlato di un’Asia autoritaria proprio quando la quasi totalità dei governi europei ha fatto ricorso a misure di confinamento radicali. Al di là di tutte le considerazioni sulla sua validità o sull’efficacia da un punto di vista sanitario, si potrebbe valutare questa decisione ben più restrittiva ‒ o addirittura liberticida ‒ rispetto alle applicazioni digitali impiegate in alcuni Paesi asiatici (i quali hanno invece evitato o limitato proprio queste misure di confinamento). Siamo sicuri che la restrizione al minimo indispensabile degli spostamenti dell’insieme del corpo sociale (con l’eccezione di coloro, e sono numerosi, che sono obbligati ad andare a lavorare in condizioni sanitarie dubbie) può essere comparata favorevolmente, in termini di rispetto delle libertà, al tracciamento digitale ed epidemiologico delle persone contagiate come viene praticato in Asia?

Da qui già si nota quanto sia problematica la contrapposizione fra un Occidente democratico e un’Asia autoritaria. Ricordiamo inoltre che l’Asia è stata spesso presentata come un modello alternativo quando l’Occidente ha dovuto affrontare le contraddizioni della sua modernità: è stato questo il caso durante gli anni Settanta a proposito del capitalismo asiatico che sembrava meno distruttivo del suo equivalente nordamericano, o ancora negli anni Novanta quando le democrazie si interrogavano sulle conseguenze problematiche dell’iperindividualismo liberale. Ogni volta, il paragone veniva fatto con i ‘quattro dragoni’ asiatici (Hong Kong, Taiwan, Singapore e la Corea del Sud), oggi additati come (contro-)modelli nella loro gestione dell’epidemia. Si corre un grande rischio nel riprendere le affermazioni superficiali che hanno attraversato i dibattiti precedenti e  rimettere a confronto, senza avere motivazioni più valide che in passato, un Occidente individualista e liberale e un‘Asia collettivista (il presunto annullarsi dei Coreani e dei cittadini di Hong Kong di fronte all’interesse collettivo permetterebbe per esempio di spiegare la limitazione dei contagi di Covid-19, ma anche, in altri tempi, la dinamica del capitalismo asiatico).

In questo dibattito si constata anche come siano fuorvianti gli effetti dell’omologazione e quanto siano in realtà differenti le situazioni locali. Come si può mettere sullo stesso piano i 5,4 letti d’ospedale per 1.000 abitanti di Hong Kong e i 12,7 della Corea (la seconda per dato percentuale del mondo)? Come paragonare la fiducia di cui gode presso i suoi cittadini il governo della stessa Corea (aspetto sistematicamente sottolineato per spiegare l’adesione della popolazione alle misure di prevenzione) con la forte diffidenza dei cittadini di Hong Kong verso il loro, dopo mesi di proteste?  O ancora la vivacità della democrazia taiwanese con il controllo esclusivo di un solo partito sulla società e sullo Stato a Singapore dopo l’indipendenza? In breve, questa Asia che si delineerebbe come un’immagine speculare e rovesciata dell’identità politica occidentale non esiste da nessuna parte, così come sono sfuggenti i pretesi valori collettivi asiatici che avrebbero permesso di evitare gli sbandamenti dell’Europa di fronte all’epidemia.  

Questo non vuol dire che non ci sarebbero considerazioni di carattere politico da trarre dagli indubitabili successi dell’Asia di fronte alla pandemia (243 morti in Corea, 6 a Taiwan, 4 a Hong Kong e 12 a Singapore nel momento in cui scriviamo queste righe). Ma questo presuppone di articolare meglio le convergenze e le divergenze tra quest’ultima e un Occidente altrettanto eterogeneo. La prima considerazione da fare è che il solo denominatore comune tra i Paesi asiatici che abbiamo menzionato è in realtà l’esistenza di solide strutture per la prevenzione dell’epidemia. È un fatto evidente che sarebbe quasi imbarazzante menzionare se non fosse stato spesso occultato; tutti questi Paesi, dopo gli episodi epidemici degli anni Duemila, hanno ricostituito e mantenuto una tradizione di vigilanza epidemiologica, caduta in disuso in Europa (ricerca a tappeto sul campo, centralizzazione delle operazioni, standardizzazione delle procedure e mantenimento delle scorte sono state praticate con una competenza senza precedenti). È per questo che il ricorso al tracciamento digitale è stato oggetto di una valutazione più pacata che da noi: non è che una modalità, tra le altre, nell’ambito di metodologie epidemiologiche collaudate, tanto più indispensabili per questi Paesi, come ha dimostrato Frédéric Keck, in posizione ‘di sentinella’ di fronte a una Cina egemonica.

Ricordare questo aspetto materiale delle metodologie biopolitiche, è rimettere nella giusta prospettiva una presunta specificità asiatica per riaprire la questione della legittimità dell’agire dei governi in tutti i Paesi in tempo di crisi: cosa si aspetta una popolazione da loro e cosa è pronta a concedere in cambio? Se guardare verso l’Asia può esserci utile, è bene che ci si interroghi sulla pregnanza di una sorveglianza digitale alla quale le nostre società hanno già largamente acconsentito.  

 

La sorveglianza esiste già ed è ampiamente accettata

L’adozione di un’applicazione per il tracciamento degli spostamenti nella fase di uscita dal confinamento solleva una quantità di questioni legittime (protezione della vita privata, sicurezza dei dati in particolar modo quelli sanitari, costituzione e utilizzo dei file ecc.), ma posto in questo modo, il dibattitto trascura alcuni elementi fondamentali. Noi viviamo già sotto un duplice regime di sorveglianza: uno, statale, di massa, rivelato tra gli altri da Edward Snowden; a questo si aggiunge la rinuncia massiccia e volontaria ai nostri dati personali, motore del capitalismo di sorveglianza analizzato da Shoshana Zuboff. Il risultato è ciò che Didier Bigo chiama una «corporazione transnazionale per il reperimento di informazioni segrete», composta da soggetti ibridati dall’intreccio di pubblico e privato, che organizza la circolazione delle informazioni a livello nazionale e globale. Da questo punto di vista, l’annuncio fatto da Google e Apple, all’inizio di aprile, della messa a disposizione dei loro dati al fine di consentire ai governi di tracciare l’epidemia non deve stupire: attori pubblici e privati interagiscono ormai da anni, in uno scambio di dati dalle dimensioni inaudite.

Si può allora guardare con occhi diversi a un certo numero di esperienze che hanno avuto luogo in Asia; che si tratti dell’accesso dello Stato coreano ai dati in possesso delle compagnie private di telefonia, della cooperazione tra le autorità taiwanesi e gruppi di civic hackers o ancora dell’ingiunzione agli abitanti di Singapore di consentire alla geolocalizzazione negli spazi pubblici. Sebbene queste strategie non siano necessariamente riproducibili in Europa, una formula di chiara contiguità si distende fra i due continenti, dove l’ibridazione tra le autorità pubbliche e i privati ha portato alla frammentazione, e al tempo stesso a un rafforzamento senza precedenti, delle capacità di sorveglianza. A parte questo, si sottolinea spesso la doppia alleanza privato-pubblico, nei regimi come quello della Cina (dove tutto lascia pensare che il governo centrale abbia messo a contributo i suoi ‘unicorni’ per contenere l’epidemia); ma questo rapporto stretto non è poi così particolare, se si tiene presente il potere che hanno nelle democrazie liberali i GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft), i quali, benché abbiano una posizione esterna agli spazi istituzionali nazionali della politica, ne sono ormai una componente essenziale.

Questi accostamenti non devono portare a confondere tutte le traiettorie politiche prese in esame, né a ipotizzare l’inesorabile realizzazione di un incubo orwelliano, prefigurato dall’Asia. Piuttosto, la pandemia a quanto è dato vedere, mostrando un incrociarsi dell’esperienza asiatica e di quella occidentale, fa emergere una questione condivisa: quella della dipendenza e della rinuncia ai nostri dati e alla nostra privacy, ma questa volta in un rapporto frontale con lo Stato, simbolo di coercizione forte rispetto ai soggetti privati che ci hanno accompagnato fin qui ‘con dolcezza’ in questa rinuncia. Così ciò che abbiamo accettato per comodità, per pigrizia, per analfabetismo digitale ci è adesso riproposto giocando sulla spinta della paura e dell’interesse pubblico, ponendo una domanda essenziale: su cosa si può fondare l’accettazione, o meglio l’appropriazione, da parte dei cittadini delle applicazioni di tracciamento e delle politiche di gestione della pandemia?

 

Dall’identificazione alla tracciabilità: i meccanismi del consenso e lo slittamento della governance

Noi ipotizziamo che, oltre alla sorveglianza dolce alla quale ci siamo immolati, possano essere identificate molte delle istanze emotive che hanno favorito il consenso agli strumenti del tracciamento – a cominciare dalla preoccupazione per il bene comune e dalla paura. Siamo consapevoli, grazie a Gérard Noiriel che nella maggior parte degli Stati, l’identificazione dei cittadini va di pari passo con l’accesso a nuovi diritti (assistenza sanitaria, istruzione, sistemi di sicurezza sociale, protezione da parte dello Stato). Nonostante alcune resistenze, che mostrano come questa transazione non sia mai stata scontata, si tratta di un rapporto inedito con il rischio, per sé e per gli altri, che è emerso a partire dalla fine del 19° secolo, fondando un ordinamento politico nuovo. Divenire soggetto, significa al tempo stesso essere identificato e inserito in un rapporto di dominio, che è concepito anche come protezione (De Swaan 1995): un’esigenza che riguarda noi stessi e gli altri. Le giustificazioni del confinamento e della tracciabilità ricordano le catene di interdipendenza teorizzate da Norbert Elias (Chartier 1980), che definiscono le nostre società e ci caricano di una responsabilità supplementare: quella del bene comune. In Asia, in Europa e altrove, la maggioranza dei governi utilizza oggi questa doppia argomentazione della salute individuale e della coscienza del legame sociale per limitare gli spostamenti.  La sanzione e il controllo giocano sicuramente il loro ruolo, ma si può pensare che siano stati fattori secondari e che questa nuova forma di governamentalità sanitaria e digitale sia fino adesso relativamente ben accettata.

A questo sentimento di responsabilità collettiva si aggiunge una logica emotiva: quella della paura provocata dall’epidemia. Dal panic shoppig alle manifestazioni di razzismo, il corpo sociale ne ha ampiamente mostrato gli effetti. In fondo, quello che le autorità chiamano accettazione sociale di politiche come il confinamento o l’utilizzo di applicazioni è più l’espressione di un timore che di un consenso consapevole. I regimi autoritari ottengono l’adesione a questo tipo di misure tramite la costrizione fisica e la sorveglianza, combinate alla paura del virus. Adottando delle misure di sorveglianza del comportamento individuale nello spazio pubblico, i nostri regimi democratici governano, invece, attraverso le emozioni dei cittadini mettendo in campo strumenti e procedure d’eccezione (Codaccioni 2015) di cui la lotta al terrorismo ha mostrato la vocazione duratura. Al tempo stesso, se bisogna sottolineare l’apparente volontà delle autorità europee di governare con degli strumenti morbidi (applicazioni bluetooth volontariamente scaricate e non la geolocalizzazione collegata al riconoscimento facciale), emergono dei limiti, poiché la Polonia ricorre a un’app di quarantena biometrica (con regolari selfies geolocalizzati da casa), oppure perché il governo francese, per il momento, non ha saputo garantire la riservatezza delle persone malate in tutte le fasi e prevede di usare dati centralizzati, decisione già contestata per il Regno Unito (vedi Rapid evidence review dell’Ada Lovelace Institute del 20 aprile 2020).  Alla logica temporanea del confinamento si sostituisce così la possibilità di un controllo duraturo, consegnandoci al potere opaco che nasce dalla collaborazione tra autorità pubbliche e soggetti privati. Lo Stato che qui si riafferma è il frutto di anni di ibridazione con le autorità private: uno Stato profondamente trasformato. Il passaggio supplementare che ci si prospetta è inquietante; sulla base delle spinte emotive provocate dalla crisi, l’utilizzo dell’emotività da parte delle razionalità dell’azione pubblica permette l’adozione di nuove misure d’eccezione (Braibant 1975). In Italia, i pieni poteri al governo hanno ridotto al silenzio il Parlamento, istituzione che in Francia non ha avuto la possibilità di pronunciarsi sull’opportunità di utilizzare un’applicazione di tracciamento e sarà consultata solo a conclusione del suo processo di realizzazione. Dappertutto la gestione dell’epidemia rimette in discussione i rapporti fra centro e periferia e spinge verso l’adozione di strumenti potenzialmente dannosi per le libertà. Allarmati dai passi indietro compiuti dalla democrazia in Asia, gli europei potranno trovare altrettanta materia di riflessione negli sviluppi recenti dei nostri sistemi politici. L’apparente ritorno del potere pubblico al centro della scena, spesso celebrato come la rivincita del keynesismo sulla ortodossia neoliberale, dovrebbe essere accolto con prudenza: se Keynes ritorna, arriva in compagnia di Hobbes

 

La versione originale in francese del presente articolo è disponibile qui

 

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Bibliografia per approfondire

G. Braibant, L’Etat face aux crises, in Pouvoirs, revue française d’études constitutionnelles et politiques, 10 (10), 1975, pp. 5-9

R.  Chartier, Norbert Elias interprète de l’histoire occidentale, in Le Débat, 5 (5), 1980, pp. 138-143

A. De Swaan, Sous l’aile protectrice de l’État, Paris, PUF, 1995

V. Codaccioni, Justice d’exception. L’Etat face aux crimes politiques et terroristes, Paris, CNRS, 2015

D. Bigo, Sociology of Transnational Guilds, in International Political Sociology, 10 (4), 2016, pp. 398-416

S. Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, PublicAffairs, 2019

H. Beech, Tracking the Coronavirus: How Crowded Asian Cities Tackled an Epidemic, in New York Times, 17 marzo 2020

F. Keck, Avian Reservoirs. Virus Hunters and Birdwatchers in Chinese Sentinel Posts, Duke UP, 2020

 

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Crediti immagine: Foto di Pasi Mämmelä da Pixabay

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