17 marzo 2020

Storie virali. Separare il puro dall’impuro

Il Coronavirus nel Levitico

 

Nel documento pubblicato il 29 febbraio 2020 concernente le direttive per affrontare e combattere la diffusione del Coronavirus, l’OMS indica come misura primaria la quarantena, strumento classico per il contenimento delle crisi epidemiche nella storia europea (e non solo). Com’è noto, almeno dal XIV secolo, ai tempi della cosiddetta peste nera, le città costiere italiane imponevano quaranta giorni di segregazione e isolamento alle navi che si avvicinavano ai loro porti. La parola quarantena è d’origine veneziana e cominciò a circolare proprio in quel periodo. L’idea di fondo della quarantena, come quella più generale dell’isolamento e della segregazione, era ed è quella di separare il malato, l’infetto, l’appestato dal mondo dei sani. Quest’operazione, per noi ovvia, semplice, quasi banale, ha un fondamento biblico. Essa cela una nefasta insidia etico-politica che, surrettiziamente, s’insinua ancora oggi nel nostro modo di agire e pensare nel quadro delle pratiche d’isolamento e segregazione in campo igienico-sanitario.

 

Il capitolo 13 del Levitico, nella Vulgata, è interamente dedicato alla lebbra, una malattia che ha avuto un carattere epidemico rilevante nel mondo giudaico-cristiano almeno dall’antichità classica sino alla seconda metà del XIV secolo. “Lebbra” è la traduzione prescelta (e ormai canonizzata), del termine ebraico tzaraath: non un’entità nosologica precisa, bensì un’impurità, una difformità, una condizione, spesso cutanea, anormale, visibile sull’esterno del corpo. Un segno. La lebbra, pertanto, non è altro che una patologia che fa parte dell’insieme, molto più vasto, dei segni difformi visibili, racchiusi nella nozione di tzaraath. Nel capitolo 13, Dio, rivolgendosi a Mosè e ad Aronne, dà a quest’ultimo alcune precise indicazioni su come comportarsi in qualità di sacerdote, responsabile del benessere degli Israeliti, e quindi di braccio terreno dell’autorità divina. Tocca al sacerdote, sulla base delle indicazioni fornite nel Levitico, indicare chi è “lebbroso” (impuro, segnato). Tale diagnosi o, se vogliamo, il riconoscimento effettuato dal sacerdote implica, per il bene comune del popolo, la messa in opera di una pratica d’esclusione sociale: «Il lebbroso, affetto da questa piaga, porterà le vesti strappate e il capo scoperto; si coprirà la barba e griderà: ‒ Impuro! Impuro! ‒ Sarà impuro tutto il tempo che avrà la piaga; è impuro; se ne starà solo; abiterà fuori del campo.» (Levitico 13, 45-46). Il medesimo comportamento è ingiunto da Dio a Mosè in un passo del libro dei Numeri: «Ordina agli Israeliti che allontanino dall’accampamento ogni lebbroso, chiunque soffre di gonorrea o è impuro per il contatto con un cadavere. Allontanerete sia i maschi sia le femmine; li allontanerete dall’accampamento perché non contaminino il loro accampamento in mezzo al quale io abito». (Numeri, 5, 1-3).

Levitico 13 e Numeri 5 contengono tre elementi che vale la pena mettere in evidenza e che caratterizzano le pratiche di esclusione e confinamento sociale sino ai giorni nostri:

1) la designazione dell’impuro è fatta da un’autorità superiore (il potere religioso, politico, medico) in nome della salvaguardia della comunità;

2) i puri e gli impuri, i sani e i malati devono vivere in spazi separati;

3) inevitabilmente, la designazione degli impuri (i lebbrosi, i contagiati, gli untori) comporta la loro stigmatizzazione: la loro riduzione al segno (difforme, anomalo, tipico) che li contraddistingue, segno che dev’essere obbligatoriamente esposto, gridato, per poter essere riconosciuto, tenuto a distanza, segregato.

Attenzione perché, di fatto, queste righe della Bibbia, lette alla luce di quanto la storia ci ha poi mostrato nei processi di esclusione e confinamento per motivi igienico-sanitari, hanno consentito molti comportamenti e la creazione di dispositivi che hanno legittimato, sul piano sociale e politico, l’espropriazione della vita sociale, se non addirittura della vita biologica non soltanto dell’impuro, ma anche dell’anormale, del diverso, sinanco dello straniero.

 

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 Bibliografia per approfondire

 

Erwin Goffman, Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity, Englewood Cliffs, N.J., Prentice-Hall, 1963

Mary Douglas, Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo, Abingdon-on-Thames, Routledge and Kegan Paul, 1966 (trad. it. Bologna, Il Mulino, 1975)

 

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