30 marzo 2020

Storie virali. Tempi di eccezione?

 

Quello del disastro è un tempo solo superficialmente eccezionale. In realtà, tanto nel suo compiersi quanto nelle risposte da esso generate, ciò che vediamo emergere con grande chiarezza è la “normalità”: ossia il sistema di relazioni, asimmetrie, ideologie implicite, tendenze e tic che compongono la struttura sociale antecedente l’evento. La crisi determinata da Covid-19 non fa eccezione a questo principio generale, e il campo politico è un eccellente spazio di osservazione per testarne la validità.

 

Se è forse troppo presto per una comparazione tra Stati, la risposta italiana all’emergenza virale è già abbastanza sviluppata per poterne apprezzare la direzione. Possiamo dunque notare come questa risposta appaia insieme univoca e frammentata, rispecchiando così l’organizzazione del Paese.

Per quanto non sia stato così sin dal primo emergere della crisi sanitaria, la risposta istituzionale appare oggi univoca perché universalmente improntata su un registro emergenziale. E frammentata, perché realizzata attraverso una combinazione di risposte locali – su base regionale e comunale – orientate comunque verso il principio del contenimento e del distanziamento sociale.

 

Tuttavia è la possibilità di produrre combinazioni e adattamenti di livello locale che svela, con maggiore intensità del solito, la natura performativa della politica contemporanea, volta a teatralizzare quel principio di responsabilità che una consolidata dottrina sullo Stato, che possiamo fare risalire a Weber (1961), assume – anacronisticamente – a principio dell’agire politico moderno.

 

Com’è banale a dirsi, riforme come quelle riguardanti la nomina diretta dei sindaci e la devoluzione di responsabilità alle Regioni hanno incrociato sia quelle trasformazioni tecnologiche che consentono un rapporto diretto con l’elettorato, sia quei mutamenti di costume che hanno, per così dire, “desacralizzato” le istituzioni, producendo un simulacro di uguaglianza e prossimità tra potere politico e cittadinanza che ha al proprio centro il linguaggio (generalmente di registro basso) e gli stili personali (sovente informali).

 

In questo quadro la produzione normativa dei presidenti della Regione e dei sindaci, nel suo connubio quasi strutturale con i social media e le trasformazioni culturali correlate, mostra come l’azione politica sia tesa più ad asserire la presenza degli amministratori locali e il loro attivismo nel plasmare la realtà che ad assecondare le direttive contenute, poniamo, nei decreti della presidenza del Consiglio dei ministri.

 

In questa cornice gli amministratori intervengono modificando bazzecole – gli orari dei negozi o dei trasporti pubblici – e restringendo in generale i dispositivi (i divieti di passeggiare da soli oppure di correre, sono alcuni esempi). Se in questa logica del “restringimento” è già possibile vedere in modo macroscopico la natura dell’ideologia reale di cui molti di loro sono portatori – una ideologia essenzialmente repressiva, che interpreta la politica come messa in sicurezza dei territori, individuazione di “nemici appropriati” e spoliazione di questi stessi territori delle presenze umane (Christie, 1986; Pitch, 2013; Bukowski, 2019) – è però nella impossibilità di questi amministratori di restare nel cono d’ombra della direzione nazionale dell’emergenza che vediamo assumere il loro principale carattere: quello di attori e maschere. Attori nel senso di soggetti che agiscono. Maschere in quello di soggetti imprigionati in un ruolo. Questa coazione ad agire secondo un ruolo – che implica una responsabilità non di carattere generale, ovvero rivolta alla comunità, ma di carattere “egotico”, improntata alla fedeltà a se stessi e alla propria maschera-immagine – è ciò che fa di alcuni di essi la cifra più autentica di una crisi che non corrisponde tanto a quella sanitaria, ma a quella del Paese da alcuni decenni.

 

Il risultato di questa situazione – che Covid-19 non produce, ma rende solo particolarmente evidente – è la rivelazione di un pericoloso e inefficace pluralismo normativo, che nel caso specifico ha segnato l’impossibilità di gestire il disastro in modo univoco, come se si svolgesse all’interno di un solo Paese. Con conseguenze comunque drammatiche che sono consistite nell’impossibilità, protrattasi a lungo (per lo meno sino alla notte del 22 marzo), di potere considerare questo disastro come un evento reale e serio. Ciò, peraltro, che renderebbe una drastica riforma centralista dell’organizzazione statale una necessità impellente.

 

In conclusione, proprio come accade per la maggior parte delle fasi di risposta a ogni evento indesiderato di grande scala, Covid-19 non è altro che lo specchio anamorfico di un Paese e delle relazioni, anche internazionali, in cui esso è calato. In tal modo l’analisi della sua dinamica è, più che la storia di un fattore di rischio in uno o più luoghi, la cartina di tornasole della dissoluzione di molte categorie consolidate intorno al governo delle persone e delle cose.   

 

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Bibliografia per approfondire

 

Max Weber, Economia e società vol. 2, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, pp. 697-717

Nils Christie, Suitable enemy, in Abolitionism: toward a non-repressive approach to crime. Proceedings of the second international conference on prison abolition, Amsterdam 1985, a cura di Herman Bianchi and Rene von Swaaningen, Free University Press, Amsterdam, 1986

Tamar Pitch, Contro il decoro: L’uso politico della pubblica decenza, Laterza, Roma-Bari, 2013

Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Edizioni Alegre, Roma, 2019

Chiara Moretti, Storie virali. Responsabilità e colpevolezza, AtlanteTreccani (20 marzo 2020)

 

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Immagine: I sindaci dei Comuni intorno a Milano prendono parte a una marcia per commemorare l’anniversario della strage di piazza Fontana, Milano (12 dicembre 2017). Crediti: Tinxi / Shutterstock.com

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