1 aprile 2020

Storie virali. Welfare e salute pubblica

 

Il virus scompagina frontiere, certezze, mercati, rende fragili anche i Paesi più ricchi del mondo, mette a nudo la miopia della riduzione della spesa sanitaria pubblica e, al contempo, costringe a provvedimenti emergenziali, sia a livello nazionale che europeo, che vanno in direzioni, anche simboliche, eterogenee e delle quali solo più avanti capiremo le reciproche relazioni e il peso che assumeranno sugli assetti politici nazionali e internazionali.

 

C’è un aspetto però che può essere osservato fin da subito e sul quale vale la pena di spendere qualche parola: la percezione collettiva della sanità pubblica. È un fatto che quest’ultima in questo frangente abbia una visibilità totale, caricata come è di un surplus di lavoro, e sembra divenuto chiaro come la salute di ciascuno sia letteralmente, a cascata, un bene anche per gli “altri” e che la salute pubblica è un bene collettivo. I più ottimisti affermano che dopo questa esperienza non sarà più possibile procedere con la privatizzazione della sanità o con il regionalismo differenziato; alcuni hanno voluto intravedere, nei canti alle finestre, nei ringraziamenti ai medici, nei cartelli con gli arcobaleni, nelle donazioni agli ospedali, una ritrovata forma di relazione collettiva, il riconoscimento di un sentire comune.

 

Ma davvero questi giorni sono sufficienti per creare una nuova consapevolezza diffusa capace, poi, di arginare i desideri di quelli che – e ci saranno – spingeranno ancora per le privatizzazioni o per i piccoli egoismi regionali? Possiamo augurarcelo, ma resta il dubbio che la celebrazione dell’eroismo dei medici (che di per sé dimostra l’attivazione di un meccanismo di eccezionalità e quindi “temporaneo”) e un reale cambiamento di consapevolezza a livello collettivo non siano esattamente la stessa cosa. Anzi, più probabilmente, afferiscono a due sfere dell’agire pubblico addirittura contrapposte.

 

Molti studiosi, nel tempo, ripartendo da Foucault hanno descritto il neoliberismo come dispositivo non solo economico, ma anche biopolitico e governamentale, ovvero come capace di influenzare non solo le politiche economiche, ma di definire e far introiettare modelli di comportamento che pongono l’individuo e le sue sole risorse al centro di ogni azione personale. Questo significa credere di avere diritto alla libertà in ogni ambito, essere spinti a compiere azioni e scelte su un piano esclusivamente individualistico perdendo del tutto una dimensione sociale e politica necessaria per la difesa collettiva dei diritti. Queste analisi sono condivise da numerosi eccellenti studiosi europei ma largamente sconosciute al grande pubblico e raramente “tradotte” in parole semplici e portate dentro il discorso pubblico. Ma sono queste parole che, se tradotte in parole semplici, possono aiutare a comprendere e a spiegare l’atteggiamento di molti di fronte al servizio sanitario nazionale (SSN).

 

Chi, a ben pensarci, dovrebbe trovare svantaggioso l’esser coperto da una solida sanità pubblica? Non è qualcosa che dovremmo percepire esclusivamente come desiderabile? Eppure da alcuni anni a questa parte è stato più frequente il disprezzo, la sfiducia verso il servizio pubblico; sono stati ricorrenti i discorsi sull’inefficienza, sugli sprechi, sulla malasanità, sia ad opera di molti media, ma anche, più genericamente, come sentire comune. Convinzioni che non hanno prodotto una spinta a chiedere servizi migliori, ma piuttosto a smettere di credere in quei servizi. A quanto pare abbiamo tutti introiettato l’idea di “far da soli” e di essere liberi di scegliere, tanto da pensare di poter ambire, tutti, a prestazioni sanitarie esclusive, private. Tanto è forte questo discorso pubblico da risultare convincente anche per coloro che mai avranno la possibilità economica di sostenere un’assicurazione privata capace di dare prestazioni pari a quelle garantite dal SSN.

 

Un altro aspetto del medesimo fenomeno è di pari interesse. In questi giorni di emergenza si moltiplicano gli apprezzamenti per le donazioni agli ospedali e per la generosità di italiani ricchi e meno ricchi, questi ultimi definiti i “milionari dal cuore d’oro”: da Armani che dona prima 1,250 milioni di euro e poi arriva a 2 milioni, a Berlusconi che ne dona 10 e molti altri ancora. Soldi utili, certo, ma con molti dubbi. Innanzi tutto va sottolineato che esiste uno stigma verso chiunque provi ad argomentare che si tratta di briciole rispetto ai patrimoni personali dei donatori (che ammontano a 11 miliardi, non milioni, di dollari per il primo e a quasi 7 miliardi di dollari per il secondo) e, che si tratta di piccole cifre anche rispetto ai 116.439 milioni di spesa sanitaria statale stanziata in finanziaria per il 2020.

 

Inoltre, e questo è un ulteriore aspetto della questione, tutti coloro che esprimono un sentimento di riconoscenza nei confronti di questi donatori non solo non calcolano mai quanto poco incidano economicamente le loro azioni, ma attribuiscono a questi gesti un valore etico e di compiuta solidarietà che non è assolutamente paragonabile all’indifferenza che si esprime verso tutti coloro che pagano le tasse permettendo di sostenere, quelle davvero, il SSN nel suo complesso.

 

Quale è la ragione profonda di questo atteggiamento? Perché piuttosto che ringraziare non si fanno i conti in tasca a questi donatori che elargiscono con condiscendenza delle briciole? Ipotizzo che possa essere dovuta all’aver introiettato a tal punto il modello neoliberale che ci disegna come individui liberi di scegliere a chi donare, quanto e quando donare e che in quel gesto – che pure molti di noi compiono donando i propri 10 euro, per esempio come i 202.000 che hanno partecipato alla raccolta lanciata da Ferragni e Fedez per un totale raccolto di circa 4 milioni e mezzo di euro – riconosciamo la libertà dei ricchi e la legittimiamo perché è a quello status che ambiremmo.

 

Insomma il protagonismo che è garantito dal donare non è affatto paragonabile a quello del versare le tasse che viene percepito come un’imposizione nella quale non abbiamo libertà di scelta; così come definire i medici eroi è un gesto che non costa nulla e non impone di sentirsi parte in causa per difendere insieme il diritto alla salute pubblica. Riconoscere il significato di questi gesti non significa di per sé cambiare registro, ma è un piccolo passo nella speranza che una riflessione possa essere avviata e qualcosa possa essere costruito, dopo questa grande crisi, in una direzione differente da quella degli ultimi decenni.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Tony Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Roma-Bari, 2011

Pierre Dardot, Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2013

Mariana Mazzucato,  Lo Stato innovatore, Laterza, Roma-Bari, 2014    

Rob Reich, Just giving. Why philanthropy is failing democracy and how it can do better, Princeton University Press, 2018

Rapporto sullo stato sociale 2019. Welfare pubblico e welfare occupazionale, a cura di Roberto Pizzuti, Sapienza Università editrice, Roma,  2019

 

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Immagine: I paramedici con le maschere protettive si preparano ad assistere una persona malata di Coronavirus vicino a una tenda da campo, Bolzano (11 marzo 2020). Crediti: faboi / Shutterstock.com

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