30 aprile 2020

Storie virali. Lo sguardo obliquo del genere

 

Davanti alla crisi reale e tangibile portata dal Covid-19, mentre la politica rischia di farsi dictat, la medicina si fa scienza esitante. Al contempo, entrambe, attraverso la quantificazione del fenomeno tramite indicatori, “suggeriscono” stili di vita.

L’antropologa Sally Engle Merry (2016) ha fatto notare che la quantificazione è seduttiva in quanto in grado di fornire informazioni concrete e numeriche che consentono facili confronti e classificazioni su vari fenomeni, fra cui la violenza di genere. La quantificazione organizza e semplifica la conoscenza, facilitando il processo decisionale in assenza di maggiori dettagli ed informazioni contestuali. Lo sperimentiamo tutti i giorni in questa emergenza. Gli indicatori, in questo senso, rappresentano delle vere e proprie “scatole nere” che immagazzinano processi sociali invisibili, difficili da contestare e così, gradualmente accettati, quindi, incorporati ed infine agiti.

Il virus è senz’altro un’esperienza condivisa, seppur attraversata da mille differenze, condizioni materiali, privilegi, discriminazioni che si ampliano nel mentre e, forse, soprattutto nel “poi”. In che modo questa esperienza possa diventare un sapere collettivo per quello che riguarda il suo senso, è tutto da immaginare se non ci si lascia trascinare da numeri e dati, ma si ripropongono le vite, gli individui, i contesti.

Tutti noi, scrive Judith Butler «ci muoviamo […] in una condizione di non conoscenza, esposti a ciò che potrebbe accadere, e proprio questa impossibilità di conoscere è il segno della nostra impossibilità di esercitare un controllo su ogni dimensione della nostra vita» (2017, p. 37). È in questo momento del nostro vissuto fatto di vulnerabilità che emerge il fallimento delle istituzioni socioeconomiche e politiche connesso, per esempio, allo smantellamento del welfare. Dalla nostra vulnerabilità individuale alla precarietà “politicamente indotta”, parafrasando ancora Butler, pertanto ciascun “io” può scorgere quanto il proprio senso di ansia e di fallimento, percepito come unico, sia in realtà imbricato in un più ampio mondo sociale del “noi”.

Su questo crinale tra ciò che è naturale (il virus come dato biologico) e ciò che è sociale e politico (la pandemia e la gestione dei suoi effetti come costruzione culturale e politica); tra ciò che è reale e ciò che è immaginato; tra ciò che è comprensibile e ciò che ci risultava solo poco tempo fa irrealistico, si gioca la possibilità di ripensamento dei modi e dei tempi che viviamo e che vivremo.

Lo sguardo di genere ci permette di rimettere in discussione costantemente le dicotomie pubblico/privato, sociale/individuale, culturale/naturale che sembrano andare di pari passo con buono/cattivo, responsabile/irresponsabile, civile/incivile. Ad esempio, quelle che associano lo spazio extradomestico come esposto (cattivo/irresponsabile) e la casa come spazio sicuro (buono/responsabile). Vista da un’altra angolazione, quella della violenza domestica, per esempio, la casa si rivela spazio insicuro quando la convivenza forzata rischia di accentuare forme di abuso che faticano a trovare uno spazio extradomestico di ascolto sicuro e di protezione.

Alcuni interventi in questa rubrica (Beneduce, Arena) hanno sottolineato come l’esitazione davanti al reale, in questi giorni diventi anche cognitiva, suggerendo ancora una connessione con la dimensione del genere. Gli sguardi obliqui e trasversali possono fornire una qualche direzione: ci si riferisce in particolare alle pratiche conoscitive dallo statuto epistemologico più mobile, l’etnografia tra queste, che si interroga da sempre sulla “giusta distanza” per la comprensione. Una giusta distanza che pare del tutto inadeguata a quella “distanza giusta”, misurata in un metro e mezzo (o un metro e ottanta, a seconda delle regioni) con cui saremo costretti a convivere per un tempo indefinito.

Come possiamo ripensare una dimensione pratica, corporea, quotidiana, esperienziale, sufficientemente comune, attraverso le discipline qualitative?

Come ricordato da Beneduce, anni fa Carlo Ginzburg suggeriva una conoscenza indiziaria, che parte dal sintomo, dal senso, e pure lo travalica, «lontanissima da ogni forma di conoscenza superiore, privilegio di pochi eletti», conoscenza «di cacciatori, marinai, donne», che accomuna l’essere umano alle altre specie (1986). Più di recente Kath Weston (2017), antropologa femminista e queer, analizzando l’intreccio complesso tra forme di vita e l’intimità con l’ambiente oltre la semplice “convivenza”, ha ricordato le modalità storiche di implicazione dei corpi degli scienziati al fine di testare le ipotesi: il corpo è stato fino a tempi recenti mediatore linguistico e spazio di verità ed esercizio del dubbio per la scienza. Il recente pilotaggio dei media da parte dei grandi interessi negli Stati Uniti, che intendeva fornire legittimità alle sensazioni del corpo (non fa caldo!) per supportare le tesi contrarie al riscaldamento globale, non ha tenuto a lungo. I discorsi che suggeriscono che la propria esperienza sia semplicemente frutto di una incapacità di comprendere (le molestie sessuali sono solo “percepite”, non vi è alcun intento lesivo nell’autore), che ci sono aspetti troppo complessi (l’economia e la finanza innanzitutto!) che chi possiede un atteggiamento protettivo nei confronti dell’ambiente non afferra, che la privatizzazione di ciò che è comune sia una risposta efficace ai bisogni di tutti, possono essere contrastati a partire dalla valorizzazione dei corpi e dai vissuti quotidiani.

Ovviamente non si intende rimettere in piedi un’idea di esperienza corporea come prova incontestabile, né si vuole eleggere il senso comune a sapere intuitivo, ancor meno “femminile”: l’esperienza è un processo all’interno del quale le soggettività stesse storicamente e socialmente si formano. Tuttavia, la condivisione di un’esperienza in questo frangente storico, può dare luogo a una collaborazione tra saperi, e dunque aprire spazi per pratiche che possono avere un senso collettivo e politico di rivendicazione nel senso anche richiamato dell’alleanza dei corpi (Butler 2017). Nel potere di un esperire assieme, in una dimensione antropologica come orizzonte di possibilità per ciò che intendiamo come umano (Pandian 2020), sta lo stimolo all’azione, qualcosa che sorpassa ed eccede la semplice comprensione.

Dunque capire e conoscere il virus implica un esercizio difficile da disegnare a priori, imprevedibile, che possa aggirare le forme di soggettivazione morale di marca biopolitica che prevedono l’interiorizzazione del controllo sociale (Cutolo). Una volta intuito quanto la diffusione del virus sia dovuta a modalità di gestione perversa del mondo ‒ sociale e naturale assieme (Schirripa, Palumbo) ‒ e quanto questo si possa combattere abbandonando le lettere maiuscole (Uomo, Natura), applicando uno sguardo obliquo, possiamo forse trovare gli strumenti per agire di conseguenza.

 

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Bibliografia per approfondire

Carlo Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia, Torino, Einaudi, 1986

Sally E. Merry, The Seductions of Quantification. Measuring Human Rights, Gender Violence, and Sex Trafficking, Chicago, University of Chicago Press, 2016

Judith Butler, L’alleanza dei corpi, nottetempo, Milano, 2017

Kath Weston, Animate Planet: Making Visceral Sense of Living in a High-Tech Ecologically Damaged World, Durham, NC, Duke University Press, 2017

Anand Pandian, A Possible Anthropology. Methods for Uneasy Times, Duke University Press, 2020

 

 

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