27 gennaio 2015

Studi umanistici: perché salvarli

di Francesco Ursini

Mi è capitato recentemente di assistere a un episodio piuttosto emblematico della crisi d’identità che ha colpito in questi ultimi anni gli studi umanistici, e classici in particolare, mettendone in discussione il ruolo formativo e culturale: un noto (e bravissimo) docente universitario di letteratura latina, pubblicamente interpellato, al termine di una conferenza, sul futuro di tali discipline, ha risposto citando

un vecchio articolo di Luca Cavalli Sforza, nel quale il celebre genetista raccontava di come il latino avesse rappresentato, tra tutte le sue esperienze scolastiche, l’attività più vicina alla ricerca scientifica e il miglior modo per «esercitarsi nel procedimento logico-induttivo» che è necessario nella stessa (nell’articolo, peraltro splendido, si diceva in realtà anche altro, ma è questo il passaggio che è stato citato). A colpire, nella risposta, non è soltanto l’apparente ‘sudditanza psicologica’ per la quale, dovendo definire il senso degli studi umanistici, ci si affida alle parole non di un umanista bensì di uno scienziato, che peraltro ne sottolineava l’utilità ai fini della scienza, con la conseguenza di attribuire ad essi – senz’altro al di là delle intenzioni – un ruolo oggettivamente ancillare; colpisce anche, più in generale, quell’atteggiamento difensivo per il quale, in riferimento alle discipline umanistiche, la questione del senso viene ridotta a una assai più banale domanda sull’utilità, come se per giustificare la loro esistenza ci si dovesse necessariamente chiedere a che cosa esse servano. La questione, in effetti, è più ampia e complessa di quanto potrebbe lasciar credere questo piccolo aneddoto, se è vero che a cadere nello stesso errore di prospettiva è la più nota difesa degli studi umanistici che sia stata prodotta a livello internazionale negli ultimi anni: quella di Martha C. Nussbaum , che nel suo fortunato pamphlet intitolato Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2010) sostiene che a tali studi si associno «la capacità di pensare criticamente; la capacità di trascendere i localismi e di affrontare i problemi mondiali come “cittadini del mondo”; [...] la capacità di raffigurarsi simpateticamente la categoria dell’altro»; e che queste capacità siano «essenziali per la salute di qualsiasi democrazia al suo interno e per la creazione di una cultura mondiale in grado di affrontare con competenza i più urgenti problemi del pianeta». In un articolo recentemente pubblicato su http://www.classicocontemporaneo.eu/ (The Debate over Liberal Arts Education in English-Speaking Countries: Martha Nussbaum’s “Not for Profit” and its Nineteenth-century Predecessors), Robert E. Proctor, uno degli altri protagonisti del dibattito internazionale su questi temi, ha espresso forti riserve sulle tesi di Nussbaum, che userebbe – anche se per negarlo: «Not for Profit» – lo stesso linguaggio degli avversari degli studi umanistici e finirebbe quindi per subordinare di fatto questi ultimi al mercato del lavoro capitalistico: se tale critica può apparire eccessiva e forse anche ingenerosa (mi pare che a Nussbaum si possa imputare piuttosto, se mai, la tendenza a identificare il frutto di una ‘buona’ educazione con l’approdo a posizioni liberal), è però senz’altro vero che – come ha ben colto in un altro articolo pubblicato nella stessa sede Elisa Romano (Umanesimo e “Humanities”: il passato nel presente) – in approcci di questo tipo «si continua, nonostante tutto, a privilegiare l’individuazione delle finalità rispetto all’esplicitazione delle ragioni profonde». In una fase storica nella quale le discipline umanistiche (per non parlare degli studi classici) tornano ad essere violentemente attaccate da coloro che ritengono che esse, in quanto ‘improduttive’, non possano avere più diritto di cittadinanza, a maggior ragione in tempi di crisi, e debbano finire di conseguenza «tra i rifiuti della storia» (come è stato pure ‘autorevolmente’ sostenuto), non sarà dunque del tutto ozioso provare a interrogarsi, ancora una volta, su quali siano queste «ragioni profonde», che certo non possono essere ridotte al luogo comune per il quale ad esempio «il latino insegna a ragionare» (molte altre cose lo fanno) o all’utilità dell’esercizio del tradurre (che può essere svolto anche durante l’apprendimento delle lingue straniere, dalle quali ci separa una «lontananza» non necessariamente dissimile, almeno in alcuni casi, da quella che Luciano Canfora rivendica alle lingue classiche); né d’altra parte essere limitate al loro ruolo all’interno della formazione scolastica e universitaria (come se la letteratura, la filosofia, la storia, le arti avessero una funzione esclusivamente pedagogica: il limite principale, questo, della tesi di Nussbaum). E vorrei avanzare la proposta, a tale proposito, di sostituire il criterio dell’utilità con un paradigma alternativo, composto da tre parole-chiave: responsabilità, necessità, opportunità. Responsabilità, innanzitutto: dobbiamo essere consapevoli del fatto che la tradizione degli studi umanistici – così come, ad esempio, quella esecutiva in ambito musicale e coreutico – costituisce un patrimonio da custodire esattamente al pari di quello storico-artistico e monumentale (lo ha sostenuto recentemente, a proposito dei «classici», anche Leopoldo Gamberale); un patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni che ci hanno preceduti, e che abbiamo il dovere di tramandare a quelle che verranno dopo di noi; un patrimonio fragile, perché non ci si può illudere che, dopo aver trascurato una serie di discipline e competenze a causa delle diverse, presunte priorità imposte dalla crisi, sia poi possibile – passata quest’ultima – recuperare una continuità che si è ormai irrevocabilmente spezzata; un patrimonio, d’altra parte, che si rivela spesso di eccellenza nel confronto internazionale e del quale sarebbe, di conseguenza, autolesionistico privarsi (mi è capitato, in passato, di recensire saggi di letteratura latina, pubblicati peraltro da editori tra i più prestigiosi al mondo, scritti da studiosi che mostravano di ignorare persino le più elementari regole della lingua e ricolmi, di conseguenza, degli errori più impensati; questo, in Italia, ancora non potrebbe accadere: non perché non vi siano cattivi studiosi, ma perché la comunità scientifica – e di conseguenza l’editoria – mantiene una funzione di filtro e certificazione). La responsabilità, dunque, è quella di non lasciare che si interrompa una continuità di saperi e di conoscenze il cui valore può anche sembrarci, al momento presente, sacrificabile sull’altare di altre priorità, ma che siamo invece chiamati a custodire oggi per non doverci poi pentire domani, quando sarà troppo tardi, di aver rinunciato a qualcosa di cui avevamo assoluto bisogno. Ma perché ne abbiamo bisogno? Quello della necessità degli studi umanistici è, in effetti, il punto cruciale della discussione sulle loro ragioni profonde. In un vecchio – ma tuttora, sul tema, insuperato – articolo intitolato Latino perché? Latino per chi? (pubblicato nel 1983 su «Nuova Paideia»), Alfonso Traina definiva la cultura come «la coscienza della propria storicità»: studiare il passato, la storia, l’arte, la cultura significa, innanzitutto, acquisire consapevolezza dell’essere parte di un divenire storico, e del fatto che soltanto nel contesto di quest’ultimo è possibile riconoscere e comprendere la propria identità. «Chi non ricorda non vive», scriveva in Filologia e storia Giorgio Pasquali: si può essere felici senza conoscere le proprie origini, senza sapere da dove si viene? Certo che si può; si vive però un’esistenza oggettivamente impoverita, e si corre il rischio – se non si è sufficientemente forti – di perdersi, di diventare come l’«uomo da spiaggia» evocato da Patrick Modiano in Via delle Botteghe Oscure (non a caso, un romanzo sulla faticosa ricostruzione del proprio passato da parte di un uomo che ha perso la memoria): quel tale che «aveva passato quarant’anni della sua vita sulle spiagge o ai bordi delle piscine a conversare amabilmente con villeggianti e ricchi sfaccendati. Negli angoli e sugli sfondi di migliaia di fotografie di vacanze, lo si vede in costume da bagno fra gente allegra, ma nessuno potrebbe dirne il nome o il motivo per cui è lì. E nessuno si accorse di quando smise di comparire nelle fotografie». Ma è un rischio che corrono anche – anzi, soprattutto – le comunità. L’attuale contesto nazionale e internazionale ci pone di fronte a sfide enormi e in gran parte inedite: da un lato, una prolungata e gravissima crisi economica, i cui devastanti effetti stanno rimettendo in discussione consuetudini e diritti che nelle nostre società si ritenevano definitivamente acquisiti, per non dire scontati; dall’altro, gli epocali fenomeni migratori e demografici, che pongono cruciali questioni di convivenza tra le diverse culture, nonché la necessità di rispondere alla minaccia rappresentata dal fondamentalismo, in tutte le sue manifestazioni. È possibile far fronte a tali sfide senza una salda consapevolezza della nostra identità? Possiamo davvero pensare di dialogare con le culture diverse dalla nostra senza sapere chi siamo noi? Ma anche all’interno delle nostre stesse comunità, possiamo davvero ripensare alle forme e ai modi del vivere associato – perché di questo oggi si tratta, nel bene e nel male – senza una profonda riflessione sul passato che ci consenta di comprendere il presente e di progettare il futuro? Io credo che sarebbe un grave errore strategico: tanto più grave in considerazione del fatto – sul quale ha più volte richiamato l’attenzione in questi anni Tullio De Mauro – che, mentre nelle società occidentali la tendenza prevalente e più diffusa è proprio quella di abbandonare l’educazione umanistica in favore di un’istruzione più tecnica, in altre società e in altri Paesi – in particolare Cina e Giappone, ma anche ad esempio l’India e Israele – la prima rimane il fondamento dei rispettivi sistemi formativi. Ho provato a parlarne io stesso con persone provenienti da una di quelle realtà, chiedendo perché in Giappone sia considerato così importante apprendere a scuola, sin dalle elementari, migliaia di ideogrammi cinesi («il loro greco», come dice Tullio De Mauro, soltanto – aggiungerei – molto più difficile!), e la risposta che mi è stata data mi ha colpito non tanto per il contenuto («perché se non conoscessimo le nostre radici non sapremmo più chi siamo»), quanto per il tono: quello di chi mi stava dando una risposta ovvia, evidente, come se avessi chiesto se fosse utile imparare a leggere e scrivere e far di conto. A queste prime due parole-chiave, con le quali ho cercato di spiegare in estrema sintesi perché non si debba (responsabilità) e non si possa (necessità) fare a meno degli studi umanistici, occorre aggiungerne però una terza, non meno importante, che vuole invece richiamare l’attenzione su quanto queste discipline possano darci, più specificamente, in positivo: opportunità . Senza dilungarsi in generiche petizioni di principio, sarà sufficiente citare un esempio che mi pare illuminante, e che si colloca anch’esso – né potrebbe essere altrimenti – nel contesto delle ‘grandi sfide’ della contemporaneità: nel dirompente discorso pronunciato lo scorso 28 dicembre all’Università al-Azhar del Cairo, uno dei più autorevoli centri educativi e culturali dell’islam sunnita, il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi ha esortato le guide spirituali dell’islam a favorire una «rivoluzione religiosa» tesa a sradicare il fanatismo – definito «ideologia» e non «religione», e accusato di aver reso la comunità islamica «fonte di preoccupazione, pericolo, morte e distruzione per il resto del mondo» – e a sostituirlo con una visione «più illuminata»: un’operazione culturale che dovrebbe prendere le mosse dall’«uscire al di fuori di sé stessi», dal riuscire a «guardarsi dal di fuori e riflettere in maniera illuminata» su quel «corpus di idee e di testi che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che è divenuto molto difficile metterli in discussione». È evidente che quella auspicata da al-Sisi, come è stato osservato dagli analisti, è innanzitutto la possibilità di sottoporre i testi della tradizione a un’interpretazione storico-critica, a una ricerca ermeneutica che – senza metterne in discussione i contenuti – li contestualizzi però storicamente e culturalmente, come è stato fatto in passato per la tradizione giudaico-cristiana, rendendone possibile da una parte una comprensione più completa e profonda, dall’altra un’applicazione più consapevole: non credo si potrebbe dare meglio il senso della cruciale importanza, persino dell’urgenza di quelle istanze di analisi critica, di riflessione e di dialogo che soltanto all’interno di un contesto ampio e strutturato di studi e ricerche di ambito umanistico possono trovare espressione compiuta. Detto questo, mi pare necessario, in conclusione, sgombrare il campo da un equivoco nel quale è molto facile cadere, ma che presuppone, a ben vedere, anch’esso un errore di prospettiva. Tornare a ribadire, come si è cercato di fare in queste poche righe, l’importanza degli studi umanistici non significa in alcun modo contrapporre questi ultimi alle discipline scientifiche: lo ha affermato con chiarezza Nuccio Ordine nel suo recente libro-manifesto L’utilità dell’inutile (2013), sostenendo che «creare contrapposizioni tra saperi umanistici e saperi scientifici» finirebbe per confermare il «totale disinteresse per la necessaria unità dei saperi – per quella indispensabile nouvelle alliance, su cui ha scritto pagine illuminanti il premio Nobel Ilya Prigogine – purtroppo oggi sempre più minacciata dalla parcellizzazione e dalla ultraspecializzazione delle conoscenze»; ma già Claudio Magris ha avuto in passato occasione di osservare che «se il latino e il greco servono a non imparare le lingue moderne o l’informatica, vuol dire che si è tradito il loro significato. Aprire la scuola, di ogni ordine e grado, al sapere scientifico e tecnologico vuol dire essere fedeli all’autentico spirito classico, rivolto all'intelligenza del mondo e della natura». Si parva licet, anche chi scrive proponeva un paio di anni fa, su queste stesse colonne, un rilancio di entrambe le «due culture»: una «nuova alfabetizzazione umanistica e scientifica» che consenta di porre le basi per colmare quel deficit nella consapevolezza epistemologica e nelle capacità di analisi e di interpretazione che affliggono larga parte della società e della stessa classe dirigente italiana. Lontano da ogni sterile contrapposizione, il compito al quale tutti coloro che si occupano di cultura sono chiamati – oggi, come in passato – è quello di contribuire, ciascuno nel proprio ambito ma anche in reciproco dialogo, a dare delle risposte alle grandi domande e ai grandi problemi del nostro tempo e di sempre: è impensabile, certo, cercare quelle risposte senza l’aiuto della scienza e della tecnica; ma sarebbe altrettanto irragionevole pensare di poter fare a meno dello studio del passato, della riflessione critica sul presente, della possibilità di immaginare un futuro diverso.

 

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Dei temi affrontati in questo articolo l’autore discuterà con Tullio De Mauro, Gianfranco Mosconi, Roberto Nicolai, Nuccio Ordine, Micaela Ricciardi, Silvia Ronchey e Alessandro Schiesaro il 16 marzo 2015, alle ore 16, nel contesto di una Tavola Rotonda su «Gli studi classici nel terzo millennio» promossa dalla Delegazione di Roma della Associazione Italiana di Cultura Classica e ospitata dall’Istituto della Enciclopedia Italiana.


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