10 settembre 2019

Tasu‘a e Ashura nella tradizione persiana: la figura mistica dell’imam Husayn

di Fabio Tiddia

Un verso del divan del poeta sufi Sana’i di Ghazna (m. 1131) così attuale recita: «Colmo di martiri è questo mondo, ma dove, dov’è un martire come Husayn a Karbala?».

Husayn, figlio più piccolo dell’imam ‘Ali e dell’amatissima figlia del Profeta Fatima al-Zahra, era stato così chiamato dal Profeta Muhammad che lo amava e, con lui e suo fratello Hasan, era solito giocare. Il grande poeta turco Emre Yunus li definiva come «gli orecchini del trono divino». Husayn fu martirizzato dalle soverchianti truppe omayyadi nel mese di ottobre del 680 d.C., il 10 del mese di Muharram dell’anno 61 dell’egira presso la piana di Karbala dopo aver rifiutato di prestare fedeltà al califfo Yazid ibn Mu‘awiyah. Abbandonato per debolezza o tradimento dagli abitanti di Kufa, i quali lo avevano invitato a insorgere spostandosi da Mecca, impossibilitato con la sua ridotta truppa ad abbeverarsi nelle acque del vicino Eufrate e oppresso dal caldo soffocante vide perire tutti i suoi compagni e la sua stessa famiglia, prima di essere egli stesso ferito, ucciso e decapitato da Shimr. Il corpo, fatto calpestare dai cavalli e abbandonato, sarà pietosamente seppellito dai beduini della zona. Rosso per sei mesi permarrà l’orizzonte, afferma il giurista, teologo e mistico egiziano Jalal al-Din al-Suyuti (m. 1505).

Il suo sacrificio cosciente e volontario ha segnato l’etica shi‘ita, caratterizzandola in modo peculiare secondo una prospettiva di sofferenza redentrice. Il dramma è rimasto al centro delle meditazioni dei pensatori e sapienti shi‘iti animando ancora oggi quelle cerimonie di lutto (azadari) tese a rinnovare il patto dei fedeli verso il loro imam e l’islam. Anche il viaggiatore rinascimentale Pietro Della Valle (m. 1652) partecipò ad Isfahan alle celebrazioni funebri di Ashura, lasciando in una lettera datata 25 luglio 1618 la descrizione attenta dell’evento. Ad Husayn un grande numero di semplici e straordinari poeti in diverse lingue hanno dedicato versi pieni d’amore e passione: un esempio celebre persiano è rappresentato dall’elegia in dodici strofe (davazdah-band) del poeta safavide Mohtasham Kashani (m. 1588) che con grande passione cantava:

«Quando toccò la terra il sangue della Sua gola assetata

si levò dalla terra un tumulto fino alla fine del Trono.

Poco mancò che crollasse l’intero edificio della Fede,

tante furon le fratture inflitte ai Pilastri della Religione.

Quando la palma alta Sua i vili abbatterono a terra

dalla polvere della terra s’alzò tempesta nel cielo,

E il vento portò quella polvere fino al sepolcro del Profeta,

e da Medina si levò polvere alta fino al settimo cielo,

E quando ne giunse notizia a Gesù, l’abitatore del cielo

si tinse d’indaco la veste nella vasca del firmamento.

E si riempì il cielo di mormorio, allorché prese a piangere

dopo i profeti, ancora, il Santo Spirito dell’Angelo.

E un’errata immaginazione osò pensare che quella polvere

avesse raggiunto e insozzato la veste della Maestà del Creatore!

Ché, sebbene esente da pena sia l’essenza sublime di Dio,

pur egli dimora nei cuori e cuore non v’ha senza pena!»

 

Al principe dei martiri e al suo santuario si rivolgono i pellegrini che cercano la liberazione e la sua intercessione sperando di riacquistare, come fu per l’angelo caduto Fitrus nel suo incontro con il fanciullo Husayn, un paio di nobili ali. Il sapiente commentatore coranico persiano Abdollah Javadi Amoli sottolineò l’originaria, autentica identità angelica dell’uomo, la perfezione per la quale fu creato.

Quella dell’imam Husayn rappresenta infatti una figura essenziale anche per la mistica shi‘ita contemporanea. Lungi dal ridurre l’evento a un piano meramente sociale o politico, i fatti dei giorni di Tasu‘a e Ashura possiedono una dimensione cosmica ed escatologica, atemporale, che sfugge a qualsiasi socializzazione del sacro che, in quanto tale, fu perfettamente colta ed espressa dai più grandi ‘arefin del Novecento. Per dei grandi poeti sufi quali Sana’i e Jalal al Din Rumi (m. 1274) l’imam Husayn era già stato definito come un modello di martire, testimone (shahed) della fede, esempio della sofferenza della separazione, pena necessaria per raggiungere l’Unità divina. Per questo viene accostato da Attar al martyr mystique de l’islam per eccellenza, Husayn Mansur Al-Hallaj (m. 892), il quale anch’egli perse la testa. Il grande poeta sindhi Shah ‘Abdu’l Latif (m. 1752) ne fece per i sufi un esempio di annichilimento in Dio, di sforzo supremo nella via della sofferenza d’Amore. Nel processo di consapevolezza e conoscenza della propria anima (maʻrefat-e nafs) il più grande gnostico shi‘ita contemporaneo Hajj Mirza ‘Ali Qazi Tabataba’i (1869-1947), come riportato nel Resale-ye Lubb al-Lubab dar Sayr wa Suluk-e Ulu’l Albab, riteneva cruciale la supplica (tawassul) e l’intercessione dell’imam Husayn per la sua capacità nel rimuovere gli ostacoli e i veli sul sentiero del viandante spirituale (salik).

Iniziatore di una serie di grandissimi ‘arefin persiani e non, quali Muhammad Taqi Amuli (m. 1971), Sayyid Hashim Musawi al-Haddad (m. 1984), Sayyid Abu l-Qasim al-Musawī al-Khuʾi (m. 1992), Muhammad Taqi Bahjat (m. 2009), definito da Sayyid Muhammad Husayn Husayni-ye Tehrani (m. 1995) nell’opera intitolata Mehr-e Taban come «il Salman del suo tempo» esso fu anche il maestro (ustad) del maggiore filosofo tradizionale contemporaneo, ‘Allameh Sayyid Muhammad Husayn Tabataba’i (1904-1981), il quale fece proprio l’insegnamento del suo maestro sull’imam Husayn, imam dal quale discendeva e le lacrime versate per il quale riteneva, insieme alla preghiera notturna, come il più importante strumento per attingere la certezza. Di uno di questi gnostici contemporanei allievi di Qazi, Sayyid Hashim Musawi al-Haddad, sono le parole contenute nel testo intitolato Roh-e Mojarrad (Lo Spirito liberato), opera a lui dedicata dal suo allievo prediletto, Allameh Tehrani, a sua volta autore dell’essenziale Lama’at al-Husayn, brevissimo trattato che considerava come la sua opera migliore, in quanto costituito interamente dalle parole dell’imam: «L’Ashura è il culmine dell’amore! È la più splendida manifestazione della bellezza e della maestosità di Dio insieme. È il miglior riflesso dei Nomi Divini della Misericordia e dell’Ira nello stesso evento. Per l’Ahl al-Bayt (la “Gente della Casa” di Muhammad) non significava altro che il completamento delle tappe e dei gradi del loro viaggio, raggiungendo il culmine dell’eternità, la libertà dalle apparenze, la realizzazione della vera fonte dietro tutte queste apparizioni e l’assoluto annientamento nell’Essenza dell’Uno. È davvero un giorno di gioia e di festa per l’Ahl al-Bayt perché è il loro giorno di successo e vittoria, quando sono stati ammessi alla Soglia Divina della pace e della sicurezza. È il giorno in cui superarono la particolarità ed entrarono nel dominio dell’universalità. È il giorno della loro salvezza e della loro felicità. È il giorno in cui hanno raggiunto il loro obiettivo finale e hanno abbracciato il loro obiettivo principale. Se ai viandanti spirituali, agli amanti e ai cercatori sulla via di Dio si mostrasse un barlume di ciò che è accaduto quel giorno cadrebbero incoscienti per la gioia e cadrebbero in ginocchio in segno di gratitudine fino al Giorno della Resurrezione».

Una prospettiva ben più alta, storiosofica, guida la loro visione degli avvenimenti. Non quella meramente politica o dinastica come l’analisi nel Kitab al-‘ibar (Libro che tratta degli avvenimenti che hanno valore di avvertimento) di Ibn Khaldun (m. 1406) dedicata all’imam Husayn e gli avvenimenti di Karbala che egli vorrebbe giudicare secondo un metro esclusivamente storico che elimini ogni causalità trascendente. In gioco v’era il destino del messaggio profetico, la salvaguardia esteriore delle forme e dei rituali. Ed interiore, la fede, del suo messaggio. L’ingiustizia, i crimini e la tirannia del governo omayyade non basterebbero dunque a spiegare un avvenimento simile, la sua portata erfanica e le sue conseguenze. Le straordinarie parole dell’imam Husayn nella supplica (du’a) di ‘arafat traboccano d’amore e di segreti divini da cui son scaturiti fino ai giorni nostri preziosi commentari quale quello di Allameh Muhammad Taqi Jaʻfari (m. 1998). Lo stesso straordinario discorso di Zaynab, sorella dell’imam Husayn, passato agli annali come esempio di eloquenza della lingua araba, pronunciato a Damasco al cospetto di Yazid dove erano state trasportati le donne, i bambini e le teste dei settantadue martiri, la rivendica.

I maggiori testimoni contemporanei all’evento ‒ su tutti lei, una donna, Zaynab, e suo fratello, superstite testimone dell’impari battaglia e da lei salvato, l’imam Zayn al-‘Abidin ‒, parlarono di ciò misteriosamente. In fondo niente di migliore che il riportarle può offrire il senso recondito di una dimensione spirituale. Quando le fu chiesto da Ibn Zayd come Allah avesse trattato suo fratello e l’intera sua famiglia essa rispose: «Non ho visto nient’altro eccetto che la Bellezza (al-Jamal)!». Sotto il velo del conflitto, le frecce e i pugnali del dolore della molteplicità, essa aveva scorto il viso della sposa, la dimensione dell’Unità (tawhid), il pieno manifestarsi della teofania divina nell’imam del tempo e la realizzazione del suo Amore. La sconfitta del proprio io, identificabile in Yazid e nell’assassino Shimr, è in tal senso la suprema vittoria (jehad-e akbar) del nostro cuore, dell’imam Husayn. In questo modo la morte venne percepita come più dolce del miele. Momento di liberazione dalla prigionia dalle pesanti catene che serravano la porta del tesoro e nel deserto del tormento e dell’afflizione (karb-o-bala), paradossalmente somma gioia.

L’Amore è tanto per gli imam, come per grandissimi mistici shi‘iti quali Mirza Java Agha Maliki Tabrizi, Seyyed Ali Qazi Tabataba’i, Seyyed Allameh Muhammad Husayn Tabataba’i, Seyyed Hashem Haddad o il poeta mistico Rumi il cuore stesso dell’islam, il suo spirito più autentico. Chi lo cerca anela a tale ritorno ed estinzione in Dio, ha come primo maestro l’imam Husayn e trova nell’intricata storia di Karbala una sicura fons vitae dove poter placare ogni sete. Al pianto e al lamento, al lutto permanente che come afferma lo shaykh Shamsoddin Lahiji (m. 912/1506) «non cesserà fino all’alba della Resurrezione», corrisponde inscindibilmente la più sublime felicità, il più alto e universale messaggio di libertà. Come riporta un hadith nell’al-Kafi fi usul al-din (I fondamenti necessari della religione) del dotto Muhammad ibn Ya’qub al-Kulayni (m. 940-941) fu l’imam Jaʻfar al-Sadiq a dire:

«Vi sono tre tipi di adoratori: coloro che adorano Dio per paura, e questa è l’adorazione dello schiavo; coloro che adorano Dio per riceverne ricompensa, e questa è l’adorazione del mercante; e coloro che adorano Dio perché Lo amano, e questa è l’adorazione dell’uomo libero e il migliore tipo di adorazione».

 

Immagine: Cerimonia del lutto di Ashura, rituale sciita che rievoca la morte di Husayn nelle pianure di Karbala, Iraq (16 settembre 2018). Crediti: Sajjad Haidar Malik / Shutterstock.com

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