16 aprile 2020

Teatro

 

Il linguaggio del teatro è pervasivo. Usiamo termini teatrali, anche se non siamo mai andati a teatro: quante volte abbiamo sentito dire “Non fare l’attore”, “stai recitando”, “cala il sipario”, oppure evocare i famosi “nani e le ballerine”. Il linguaggio comune e condiviso prevede il teatro. Tutti, o quasi, hanno una propria idea del teatro, quanto meno nelle sue esternazioni più consolidate: il sipario, il velluto rosso, gli stucchi, le luci, gli attori truccati e vestiti. Come è per la Biblioteca di Alessandria: nessuno l’ha mai vista, eppure è nella nostra memoria. Non scomodiamo Jung, né Warburg per dire una banale verità: il teatro è nell’immaginario collettivo. Come edificio, innanzi tutto.

Quanti sono gli spazi per il teatro? Tanti. Sono strutture, a volte vecchie e fatiscenti, altre modernissime e tecnologiche; sono scatole magiche, salotti buoni per la borghesia o ribollenti cantine destinate ai rivoluzionari. Li troviamo al centro degli antichi borghi e delle città oppure come coraggiosi avamposti di vita culturale, spazi alternativi in periferie e zone disagiate. Gli edifici per lo spettacolo si sono rivelati nodali nello sviluppo armonico dello spazio quotidiano, e sono anche frontiera, terreno di incontro, laboratorio costante di rigenerazione umana e urbana.

È forse anche per queste ragioni che, di fatto, proprio l’edificio teatrale sia il primo pensiero che risuona diffusamente nel pronunciare la parola teatro.

Però, basta entrare in quegli spazi per scoprire un ulteriore significato simbolico, ben preciso: a teatro si prende posto. Occorre uscire di casa, spostarsi, scegliere, cambiare punto di vista. Sedendosi a teatro, ogni singolo spettatore prende dunque “posizione”. Teatro è arte attiva, è ricezione consapevole, è predisposizione partecipante non solo per chi lo fa, ma per chi lo riceve. Il Teatro cambia dunque le prospettive: ogni singolo spettatore si pone nella disponibilità di osservare e di ascoltare, si predispone all’incontro con l’altro e ad attuare, interpretandolo, il teatro stesso. L’opera teatrale, comunque essa sia, trova compimento nella sua condivisione.

Appare allora chiaro come non possa più risultare sufficiente, tantomeno esaustiva, la definizione per così dire urbanistica, architettonica, strutturale. Il teatro non è solo l’edificio, ma è chi lo fa. Ovvero le persone coinvolte: gli attori, le attrici, i tecnici, il pubblico. Quella moltitudine di individualità che costituisce comunità e rappresenta complessità. Dunque, una definizione forse più ampia e possibile di teatro si configura proprio nell’incontro di comunità.

Nato come rito religioso, con un corteo che attraversava la città in onore di Dioniso, il teatro è un ecosistema che si è sviluppato assieme alla polis e alla democrazia. Ecosistemi che, oggi, svelano più che mai la loro fragilità. Poiché nella tragedia in atto, nell’indicibile dolore per le tante, inaccettabili, morti, il dilagare del Coronavirus ha imposto anche la radicale e immediata chiusura dei teatri, in quanto spazio pubblico e dunque luogo di contagio. Provvedimento necessario e indiscutibile, che però va a toccare proprio il valore simbolico, sociale, culturale del teatro stesso.

Nel momento della sua negazione, nella drastica sottrazione della vita teatrale al contesto sociale, emerge paradossalmente il bisogno di definizioni ancora più ampie e cogenti di teatro.

Sono esistite epoche, nel passato recente, in cui il teatro ha rinnovato il suo afflato collettivo, ha abbandonato quegli edifici istituzionali che erano e sono i luoghi deputati. Rinunciando alla “liturgia” consolidata e troppo spesso borghese, ha invaso le strade, le piazze, le fabbriche, le scuole cercando rinnovati sensi e diversi pubblici. Svelandosi nuovamente, proprio come nell’Atene del V secolo a.C., come spazio dell’incontro e della condivisione: quindi mostrando, ancora e di nuovo, la sua forza di luogo di democrazia discorsiva, di momento (rituale, sacro, oggi di una sacralità assolutamente laica) in cui l’Uomo e la comunità riflettono su se stessi.

Mai come in questi tempi, dunque, si impongono altre e impellenti definizioni di teatro, che vertono sulla funzione civile e culturale. Il lemma, però, non può più essere declinato al singolare maschile, semmai in un plurale necessario: i teatri. Perché nella consolidata pluralità, il teatro rinnova quelle sue funzioni capaci di dare senso alla forma: non più edificio costruito per il benessere e il tempo libero; non azienda di dimensioni più o meno grandi, chiamata a produrre il bene (ancorché immateriale) dello spettacolo, ma cardine attorno cui ruota la sempre faticosa costruzione della identità individuale e collettiva. Nell’intreccio di prospettive e di intenti, di pratiche e percorsi, di esiti e di conseguenze, i teatri si rilanciano come fondamentali per la ricostruzione di quel tessuto sociale disperato e disperso di questi tempi. Il teatro destinato ai ragazzi, la ricerca, la performance, il teatro “mainstream”, la danza, il balletto: sono solo alcuni dei “generi” di un’arte che non solo si compone di opere, ma che ribadisce il suo valore di comunità.

Nel cercare una definizione di teatro, in questa prospettiva, dovremmo ripensare i termini della catarsi: catarsi non solo fisica e morale, ma individuale e collettiva.

Nella celebre definizione della Poetica aristotelica di catarsi, risuona, come è noto, una terminologia medico-scientifica: «mimesi di un’azione seria e compiuta in sé stessa la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni». Il teatro fa bene, aiuta, porta al risanamento: di chi lo fa, di chi lo vede, del contesto che lo ospita. Per questo, superato il necessario blocco dovuto all’emergenza sanitaria, occorrerà attrezzarsi al meglio affinché i teatri svolgano appieno il loro ruolo, la propria presenza “catartica” all’interno della società. Altrimenti si rischia di smarrire sempre più il senso di comunità, di condivisione, di civiltà. La paura (e il fascismo) vietano gli assembramenti: ma il teatro è assembramento, è piazza, è un bene pubblico. Ecco dunque la definizione attuale della parola teatro.

 

Andrea Porcheddu, Critico teatrale

 

 

Oh, per una Musa di fuoco, capace di ascendere

al risplendente empireo dell’Invenzione:

un regno per palcoscenico, principi per attori,

e monarchi, a spettatori di un dramma grandioso!

Allora sì che, da par suo, il battagliero Harry

sarebbe un Marte personificato, ed alle sue calcagna,

tenuti a freno come dei segugi, Ferro, Fuoco e Fame

s’acquatterebbero, cupidi d’azione. Ma perdonate, pubblico cortese,

la scarsa, incerta ispirazione di chi ebbe l’ardire,

su questa indegna impalcatura, di portare in scena

sì epica vicenda. Può contenere, quest’angusta arena,

gli sconfinati campi della Francia? Possiam stipare a forza

in questo “O” di legno anche solo i cimieri

che ad Agincourt fecer tremare il cielo?

Ah, perdonateci! perché uno sgorbio da nulla

può, nel suo piccolo, rappresentare un milione.

Lasciate dunque a noi, gli zeri di sì gran rendiconto,

di fare appello alle forze dell’immaginazione.

Immaginate che entro la cinta di questi muri

sian confinati due possenti reami

che si confrontan dall’alto dei loro orgogliosi confini,

divisi solo da un periglioso braccio di mare.

Supplite voi, col vostro pensiero, alle nostre carenze:

dividete ogni singolo uomo in mille unità,

così creando armate immaginarie.

Pensate, se vi parliam di cavalli, di vederli voi stessi

calcare i lor fieri zoccoli nella terra amica;

è alla vostra mente che spetta ora equipaggiare i sovrani

e condurli per ogni dove, bruciando i tempi

e condensando gli eventi di molti anni

in un voltar di clessidra: e proprio a questo fine

fatemi fare in questa storia, vi prego, la parte del Coro;

ed io, da prologo, vi chiederò umilmente di esser pazienti

e giudicare cortesemente il nostro spettacolo con occhi indulgenti.

 (William Shakespeare, Enrico V, Prologo)

 

 

Da Theomai, il verbo greco che indica l’azione del guardare e dall’antica radice thauma, che indica la meraviglia. Se vogliamo può significare guardare il meraviglioso, meravigliarsi guardando, anche.

Il teatro, meraviglioso luogo in cui guardo meravigliato qualcosa che accade al di sopra della mia possibilità di immaginazione. Il sipario, rosso come il sangue degli occhi di Edipo quando decise di accecarsi, ogni sera si apre per permetterci di vedere quello che lui stesso da quel momento ha cominciato a vedere: la verità. Per questo ogni sera quello che accade sul palco, per lo spettatore rappresenta l’unica verità esistente. È protagonista lo spazio specifico in cui l’azione drammaturgica viene celebrata come una vera e propria liturgia, con la medesima ritualità e con le medesime regole di comportamento. Un luogo sacro, un tempio, una volta lo specchio del tramonto del sole. Si tratta di celebrare un patto tra attori e pubblico di reciproco rispetto e reciproca attenzione. Si tratta di un abbandono dell’incredulità da parte di chi osserva e di una presa in carico della narrazione da parte di chi la agisce. L’azione viene difatti agita e interpretata, dopo essere stata scritta e diretta.

La scelta del testo da rappresentare viene presa di concerto da produttore e regista, mossi dalla necessità di costruire uno spettacolo. Un preciso e determinato spettacolo, che voglia esprimere lo stato che sentono di voler condividere. Ma il teatro è anche una complessa macchina che da dietro le quinte permette agli attori e al pubblico di sincronizzare il proprio respiro. Una macchina che lavora tanto tempo prima e tanto tempo dopo, che prevede il coinvolgimento di differenti figure professionali, artistiche e tecniche. Una macchina che muove l’intero racconto fantastico.

È lo spazio dell’illusione e della coscienza. L’unico luogo in cui è possibile condividere un’esperienza o un pensiero. È la sintesi del sentimento e della commozione, della risata catartica e delle lacrime profonde in cui attori e spettatori si riuniscono ogni sera per recitare la propria più intima preghiera.

È una macchina straordinaria, quella del teatro, che ha saputo accogliere dal VI secolo a.C. una quantità enorme di persone, riunite per assistere ad un evento universale e unico al tempo stesso. Ogni sera lo spettacolo è diverso, ogni pubblico è in grado di orientarne l’andamento dal punto di vista animico. Ogni sera un attore ha un giorno di vita in più addosso, da riversare all’interno della sua emotività messa a servizio del personaggio. La costruzione di tutto questo molto spesso nasce da un’idea, da un’intuizione che delle persone condividono e perseguono.

Il coraggio, spesso, è l’unica via di accesso per la riuscita di un prodotto teatrale: il coraggio di rischiare capitali propri o preziosi fondi pubblici, il coraggio di contrapporsi alla forza dirompente della tecnologia mantenendo la propria identità, il coraggio il più delle volte di combattere contro un’economia mondiale che sembra ritenere a tratti superflua la continuità di un’arte tanto preziosa.

 

Monica Savaresi, Produttrice e organizzatrice teatrale

 

 

Il teatro non è merce, è una esperienza, e questa unicità fragile è la sua forza. Una forza capace di resistere al tempo, esistere da sempre e consolidarsi nel futuro. È un corpo a corpo con un testo e prima ancora con noi stessi per trovare, dentro di sé, il modo giusto di pronunciare quelle parole che le persone saranno convocate a pagamento ad ascoltare. Un corpo a corpo con la sala piena o mezza vuota che sia, questo è il fascino maggiore. Un corpo a corpo tra gli spettatori seduti in sala, ognuno diverso dall’altro per età, storia, condizione, eppure, quando il teatro è vero teatro, come per incanto, una pluralità di persone diventa l’unità singola che unisce e comprende tutti ‒ il pubblico ‒ e ride, applaude, apprezza o si annoia, ma insieme.

È questa un’altra parola che definisce il teatro, il buon teatro: insieme. Testo, regia, attori, scene, costumi, luci e... il pubblico. Tutti contribuiscono alla realizzazione, chi il teatro lo fa, ma anche chi lo osserva materializzarsi in scena ad ogni replica in maniera diversa perché Il teatro è l’unica arte del presente. È la magia di una ripetizione mai uguale a sé stessa, si rinnova lasciando entrare la vita sul palcoscenico e dentro ogni singolo spettatore, non più solo ma parte di un complicato ‒ e allo stesso tempo semplice ‒ ingranaggio.

Un corpo a corpo capace di lasciarci disarmati e inermi, ma soprattutto di darci la forza per reagire insieme.

 

Andrée Ruth Shammah, Regista e anima del Teatro Franco Parenti

 

 

Il teatro è il luogo dello sguardo. Ovvero il luogo dove si guarda e ci si fa guardare. Il luogo della mondanità, dunque, ma anche della scoperta e della curiosità. Il luogo della contemporaneità assoluta, in cui scena e platea condividono lo stesso luogo e la stessa ora, consentendo, sia agli attori che agli spettatori – pur in modi diversi – di esperire la rivelazione della complessità dell’identità, e di essere testimoni delle peculiarità del nostro tempo, tanto dei vizi quanto delle virtù. Il luogo dove trovare ogni volta l’occasione di guardarci dentro e scoprirci nudi davanti alle cose che ci legano, ci dividono, ci spaventano e rallegrano come individui e come comunità. Il luogo dove trovare l’occasione di rinascere o svelarsi, di cambiare, di crescere.

Lo studio e l’esperienza portano a queste parve considerazioni, e l’esempio di quegli artisti che hanno saputo viverlo, a varie latitudini geografiche e in epoche diverse, come una frontiera del possibile. Artisti come Jouvet, che così rispondeva alla domanda su cosa fosse: «Condannati a spiegare il mistero della propria vita, gli uomini inventarono il teatro».

Anche oggi credo che lo si possa intendere così, come una grande invenzione dell’anima e della ragione. Come l’espressione del desiderio dell’uomo di trovare, nella selva dei simboli, delle risposte e dei rimedi alle proprie domande insolute e alle proprie angosce, e insieme godere della più grande fonte di gioia: l’unità.

Il teatro è la vera vittoria contro la cultura della morte.

 

Lino Guanciale, Attore

 

 

Immagine: Teatro Parenti. Crediti: foto Mario Carrieri

 

 


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