21 febbraio 2017

Tempo di maschere

di Tamara Baris

«Esisteva una volta la grande festa di carnevale, quella festa e notturna e liberatoria, che aveva complici gli dèi, sia inferi che superi, una strana e terribile «festa» che parlava di libertà da nemiche catene e antiche piaghe. Una grande intesa cosmica sospendeva la fatica del vivere, rovesciava le gerarchie, imparentava gli ignoti. Il carnevale è morto; al suo posto, subentrano fragori di folle impazienti, un movimento che fa pensare a riti frantumati, faticosamente ricordati».

Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere

 

«Fragori di folle impazienti», «ritmi frantumati» faticosamente ricordati, tempi liquidi che spengono il fuoco carnevalesco, un tempo purificatore; nessun povero Carnevale che fa testamento; nessuna recita che lo liberi in pubblico dalle malefatte e dai suoi vizi; nessuna confessione. Eppure, carnevale è morto, ma forse non lo ucciderà, facilmente, nessuno.

Sfogliavo un manuale l’altro giorno e leggevo questa annotazione napoletana, datata 1670: «le insolenze de' plebei in questi tre ultimi giorni del carnevale non sono state ordinarie, nel menare cetrangole ed acqua da sopra gli astrachi e per le strade»; e, ancora, un’altra del 1675: «le pazzie della plebe sono state in eccesso in ogni quartiero, né sono state sufficienti le guardie di reprimerle, ma bensì per non venire a segno di perdere il rispetto, mitigare al possibile il furore licenzioso di tal sorte di gente».

Carnevale valvola di sfogo, rivoluzione programmata, inversione sociale attesa e puntuale (per dirne qualcuna, senza scavare ulteriormente nel passato). In questi tempi liquidi, il carnevale – mutato – sopravvive. Nei coriandoli che pioveranno sulle strade, nella satira stanca di tanti carri con le facce dei politici già caricature di sé stessi; nei costumi sfarzosi di Venezia maestosi e immutabili; nelle espressioni divertite dei bambini che oscilleranno tra i poli opposti del costume del cartone animato del momento e quelli più classici (sempreverdi).

 

Costumi di tutto il mondo

Nel mondo degli adulti, ognuno è altro. Io è sempre un altro (figuriamoci a carnevale): quanti indossano un costume per niente azzeccato? Una maschera che copre altri risvolti? Si potrebbe cadere nell’ovvietà e naufragare, anche, in un mare di citazioni; ma, pensavo, giorni fa, a un racconto: il costume in questione era una divisa, la divisa del vigile Parronchi, in uno dei racconti che sono stati raccolti recentemente nel volume Sei casi al BarLume.

Il BarLume ormai è ben noto, sia per i libri di Marco Malvaldi, sia per la serie TV tratta dai suoi romanzi. Nel racconto Costumi di tutto il mondo, Malvaldi ci racconta un vecchio carnevale, e in scena ci sono i suoi personaggi che incarnano volti, persone e figure che stanno al BarLume, ma starebbero bene in molti altri bar della sconfinata provincia del nostro paese che, un po’ come Pineta, metaforicamente, spesso, «è al buio, oppure sommerso da una luce grigiastra e nebbiosa, con le insegne dei negozi accese a mezzo, e si fa fatica a pensare che ci sia qualcuno sveglio nei dintorni» (p. 193).

Il barista Massimo da bambino, nel racconto, smaschera un re che non è nudo, ma vestito (in divisa). Un re che incarna malignamente l’inversione dei ruoli, l’anarchia (se è vero che dovrebbe essere garante delle regole) e a punirlo è Massimo bambino (scaltro) che riporta in ordine lo stato delle cose  (ingannando, distraendo il vero colpevole) e risarcisce – è il caso di dirlo – chi ha subito e subisce i torti del vigile Parronchi.

I personaggi di Malvaldi sono il calco della biografia dello scrittore, sono quello che ha visto e vissuto. A partire dal nonno Ampelio con quel nome così strano, esatto nel suo vernacolo, uomo totalmente sincero. Sincero e spietato come solo sanno essere certi anziani dei senati dei nostri paesi (come Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca) : gli organi di governo apparentemente silenziosi che sentenziano e sorvegliano, quasi mai puniscono (perché anagraficamente hanno passato il limite per certe cose). E sono delle pedine gustose e azzeccate nella struttura narrativa del giallo (in cui succede sicuramente qualcosa, ed è altrettanto sicuro che il colpevole verrà individuato). E per gioco, per diletto, questo va bene, e ci rilassa. E una volta l’anno, va bene anche ritornare su una vecchia lettura, riscoprire un libro di qualche mese fa che contiene racconti che hanno qualche anno (i libri non scadono e dovremmo ricordarcelo sempre), finire al BarLume a ordinare qualcosa da Massimo, riflettere sulle maschere da indossare (o da non indossare). Quella giusta – a volte – potrebbe aiutarci a smascherare chi indossa il costume sbagliato, riscoprire i limiti, i ruoli, le infrazioni, senza derisione, ma con una risata, «tra chi veste da parata».

 

Marco Malvaldi, Sei casi al BarLume, Sellerio, 2016, pp. 272

 


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