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17 marzo 2017

Tesori distrutti: la violenza bellica contro la cultura e la storia

La furia distruttrice contro l’arte non è invenzione del Daesh. Da sempre la guerra, oltre alle vite umane, distrugge i simboli della cultura e della storia di un popolo. Molti sono i siti archeologici e i monumenti distrutti dall’odio cieco dei combattenti, in quanto ritenuti espressione fondante di altre culture o civiltà “nemiche”. La questione del rapporto tra patrimonio culturale e violenza bellica ha una storia millenaria. Le motivazioni che spingono a colpire l’espressione artistica in ogni sua forma possono essere ricondotte a tre: di tipo politico-ideologico, religioso e militare. La storia ci ha consegnato molti eventi distruttivi contro i tesori artistici sin dall’antichità. Il tempio di Gerusalemme, centro della vita politica e religiosa di Israele fu distrutto due volte. La prima volta, nel 587 a.C. dal re di Babilonia, Nabucodonosor; ricostruito tra il 536 e il 515 a.C., fu distrutto una seconda volta dalle legioni romane di Tito Vespasiano nel 70 d.C. durante la prima guerra romano-giudaica. Passando al Medioevo, nel 1072, con la sconfitta e la cacciata degli arabi da Palermo, Ruggero d’Altavilla, per ottenere l’appoggio della Chiesa, rase al suolo tutte le moschee della città. Si narra di ben 300 moschee distrutte in una sola notte. Nel 1204 i soldati impegnati nella IV crociata conquistarono e devastarono Costantinopoli, distruggendo statue risalenti a mille anni prima e l’antica Biblioteca bizantina. In epoca moderna, i rivoluzionari francesi, animati dalla furia anticlericale, distrussero chiese gotiche, apparati scultorei (inclusi quelli di Notre-Dame di Parigi) e interi monasteri. Tra le altre, si perse per sempre l’antichissima abbazia di Cluny, gioiello medievale d’immenso valore storico-artistico. Il secolo scorso, con la I e II guerra mondiale e le numerose guerre “regionali” seguenti, è forse stato il peggiore. Basti citare la distruzione dell’antico monastero di Montecassino del 15 febbraio 1944 o la distruzione dello Stari Most (Ponte Vecchio) di Mostar nel novembre del 1993. Ed eccoci arrivare ai nostri giorni, a quegli atti, intrisi di fanatismo religioso, perpetrati contro le opere d’arte sia per provocare e suscitare l’indignazione internazionale, sia per colpire dei simboli universalmente riconosciuti. Parliamo della distruzione dei Buddha di Bamiyan nel 2001 da parte dei talebani su ordine del mullah Mohammed Omar; di quella avvenuta nel 2012 di parte della necropoli di Cirene in Libia risalente al 630 a.C.; della distruzione del minareto della Moschea di al-Omari, avvenuta in Siria nel 2013; per arrivare alle recenti devastazioni da parte dei soldati del Daesh, che hanno colpito l’antica città di Palmira risalente al 2000 a.C: patrimoni irrimediabilmente sottratti alla nostra storia.

 

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06 dicembre 2016

La guerra siriana riscrive il patrimonio dell’Umanità UNESCO

La guerra, che ormai da anni si sta combattendo sul suolo siriano, ha già distrutto per sempre buona parte dei resti archeologici dell’antichissima storia del Paese. La città di Aleppo, una delle più antiche della regione e probabilmente del mondo, conquistata nel 2015 dalle forze dell’Is, in questi giorni è al centro di scontri violentissimi. I bombardamenti, che da mesi stanno colpendo buona parte della città senza risparmiare civili, ospedali e moschee, hanno ferito in modo irreversibile la città vecchia e quasi totalmente distrutto il minareto della Grande Moschea, l’antico suq al-Madina e parti della cittadella fortificata. Inoltre, come spesso avviene in situazioni belliche, i musei sono stati presi d’assalto e depredati dei loro tesori. In Siria, i ricchissimi musei governativi di Deir ez-Zor, Raqqa, Maarat al-Numan e Qalaat Jaabar, oltre a quelli di Homs e Hama, hanno fatto questa fine. Buona parte delle loro collezioni è stata trafugata e venduta al mercato nero delle opere d’arte dall’Is con un doppio obiettivo: quello dell’autofinanziamento e quello, forse più incisivo, di eliminare le tracce di una identità culturale comune del Paese per poter meglio affermare il proprio dominio. Quest’ultima è una pratica che in epoche antiche era piuttosto frequente in occasione di conquiste da parte dei popoli stranieri; basti pensare al ritrovamento del grande pozzo della città di Karkemish, dove venivano un tempo gettati tutti gli oggetti che rappresentavano la cultura e l’identità della popolazione sottomessa. Nel caso di Aleppo, fortunatamente, tutta la collezione del Museo Nazionale, forse il più importante della Siria – ha tenuto a sottolineare il direttore dei Musei siriani Hiba Shakel – è stata messa al sicuro nei bunker della banca centrale di Damasco. Certo è che la Siria e il mondo intero, al termine di questa tragica guerra, si sentiranno più poveri, avendo perso per sempre gran parte delle testimonianze della storia in una della regioni che da sempre è stata definita la “culla della civiltà”, e l’Unesco dovrà redigere una lunga lista dei siti archeologici perduti in questi anni.    

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28 ottobre 2016

Viaggio a Karkemish: un sito archeologico sul fronte di guerra

Karkemish è uno dei siti archeologici più importanti del Medio Oriente: si trova al confine tra Turchia e Siria, in un luogo che fino a poco tempo fa era controllato dall’IS. Anticamente era una città ricca e fiorente, costruita sulle rive del fiume Eufrate e controllava gli scambi commerciali tra la costa siriana e la Mesopotamia. Ha una storia antichissima che va dall’epoca preistorica (5000 a.C.), passando per la dominazione ittita, assira, fino a quella romana. Il sito è stato scoperto nel 1876 dallo studioso inglese Smith e in seguito, tra il 1911 e il 1914, la spedizione capeggiata da Lawrence d'Arabia ha riportato alla luce i resti di una delle più importanti capitali dell’antichità. Dal 2011 un gruppo di archeologi italiani dell’Università di Bologna, diretti dal professor Nicolò Marchetti, in collaborazione con i colleghi turchi delle università di Istanbul e di Gaziantep, ha ripreso gli scavi, ritrovando nella casa dove alloggiava il leggendario Lawrence d'Arabia un tesoro ricchissimo di reperti archeologici, costituito da bassorilievi, sculture e fregi antichissimi. Era un vero e proprio laboratorio, dove gli oggetti rinvenuti venivano catalogati e fotografati. Inoltre, durante gli scavi è stato ritrovato un pozzo, dove i popoli conquistatori gettavano diversi generi di manufatti appartenuti alle popolazioni sottomesse, in modo da distruggere ogni traccia del loro passato. La scoperta, sensazionale e senza precedenti, aiuterà gli archeologi a ricostruire la storia e la quotidianità delle civiltà che si sono susseguite in questa regione. L’obiettivo di questa importante spedizione riguarda infatti - attraverso lo scavo dell’Acropoli, delle strade romane e di altri edifici - il rinvenimento dei resti e delle stratificazioni appartenenti alle età precedenti, che possa così aiutare gli studiosi a ricomporre i tasselli della lunghissima storia di Karkemish. Una volta terminato questo progetto di scavi, il governo turco ha comunicato di voler istituire su questa area un grande parco archeologico da collegare al parco naturale dell’Eufrate, già esistente da diversi anni.

 

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30 settembre 2016

Giustizia per i mausolei distrutti di Timbuctù

Per la prima volta la Corte penale internazionale si è pronunciata condannando un imputato per la distruzione del patrimonio culturale come crimine di guerra. 'Con profondo rammarico e grande dolore, mi dichiaro colpevole. Le accuse formulate nei miei confronti sono accurate e corrette, e provo rimorso per ciò che le mie azioni hanno provocato’. Così il 22 agosto, davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia, Ahmad al-Faqi al-Mahdi ha riconosciuto le proprie colpe e si è detto pronto a pagare il prezzo dell’orrendo sfregio arrecato a un patrimonio storico e culturale di inestimabile valore. Poi, a conclusione delle sue dichiarazioni, ha voluto rivolgere una personale esortazione a tutti i musulmani: ‘Non commettete il mio stesso errore, perché non ne verrà nulla di buono per l’umanità’.

Sono i primi mesi del 2012, e in Mali – Stato cerniera tra il Sahara arabo-berbero e l’Africa nera - imperversa il caos: il 6 aprile, il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad ha unilateralmente proclamato l’indipendenza del Nord del Paese, mentre nella capitale Bamako i militari hanno già rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, incapace di arginare le spinte centrifughe dei movimenti secessionisti. Il sodalizio di comodo contro il potere centrale venutosi a creare tra ribelli tuareg dell’Azawad e militanti jihadisti si rompe tuttavia rapidamente, e sono i secondi ad avere la meglio: donne coperte dal velo integrale, musica bandita dalle radio, calcio e sigarette vietati; sono queste le nuove e rigide regole imposte dalle forze al potere, sulla base della loro interpretazione della legge islamica. È questa la Timbuctù raccontata dal regista Abderrahmane Sissako nella pellicola che ha conquistato ben sette premi César nel 2015; una realtà così lontana da quel vibrante spirito di cultura e civiltà che l’aveva animata tra il XV e il XVI secolo, rendendola straordinario centro intellettuale. Ed è questa la Timbuctù su cui, tra giugno e luglio del 2012, si è abbattuta la furia iconoclasta dei jihadisti, con la distruzione delle tracce di una memoria su cui le comunità locali avevano plasmato la loro identità.     

Tra i responsabili di questa profonda ferita c’è anche Ahmad al-Faqi al-Mahdi: presunto membro della formazione jihadista tuareg di Ansar al-Din – collegata ad al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) –, al-Mahdi era stato nominato alla guida dell’Hisbah, organismo costituito con l’obiettivo di ‘preservare la moralità e prevenire il vizio’. Tra i vertici di Ansar al-Din e di AQIM c’è pieno accordo: nulla può essere costruito sopra una tomba, perciò i mausolei dei santi sufi di Timbuctù devono essere distrutti. Al-Mahdi condivide la tesi, ma invita a ragionare sulle conseguenze, convinto della necessità di evitare un così esplicito affronto alle popolazioni del luogo. Le disposizioni sono però tassative, e il capo dell’Hisbah esegue senza ulteriori esitazioni. Sono nove i mausolei la cui distruzione è imputata ad al-Mahdi, che secondo la Corte penale internazionale avrebbe fatto da supervisore durante le operazioni e indicato la sequenza di esecuzione degli attacchi, addirittura partecipandovi direttamente in cinque casi. Neppure la porta della moschea di Sidi Yahia è stata risparmiata: secondo la leggenda, questa avrebbe dovuto rimanere chiusa, e una sua eventuale apertura avrebbe significato l’ormai imminente fine del mondo. I jihadisti hanno però voluto ‘distruggere il mistero’ e cancellare la storia.

Il mandato d’arresto della Prima camera preliminare della Corte penale internazionale nei confronti di al-Mahdi è stato spiccato il 18 settembre del 2015, e una settimana dopo l’uomo è stato consegnato all’autorità del Tribunale. Il 24 marzo 2016 è stata confermata l’accusa: al-Mahdi ha perpetrato attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte – riconosciuti peraltro dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità – macchiandosi pertanto di crimini di guerra punibili ai sensi dello Statuto di Roma. La sentenza di condanna è stata pronunciata il 27 settembre: 9 anni di reclusione, con una mitigazione della pena legata al riconoscimento della propria colpevolezza, alla cooperazione con la Corte, all’iniziale riluttanza nel commettere il crimine, al pentimento dichiarato e alla buona condotta mostrata durante il primo periodo di detenzione.

Dopo la cancellazione dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan per mano dei talebani nel 2001, la drammatica devastazione delle testimonianze delle grandi civiltà in territorio siro-iracheno per mano del sedicente Stato Islamico e dopo che Khaled al-Asaad ha pagato con la vita il suo smisurato amore per Palmira, la decisione del Tribunale lancia comunque un messaggio e appare per questo confortante.

Il Mali intanto sta cercando lentamente di riprendersi: schiacciati dalla superiorità delle forze francesi dell’Operazione Serval – lanciata da Parigi in sostegno a Bamako nel gennaio 2013 – i jihadisti hanno ripiegato, ma la loro presenza nella regione è ancora assai pericolosa. Per contrastare la minaccia terroristica, il primo agosto 2014 è così partita l’Operazione Barkhane, che ha sostituito Serval e a cui partecipano anche altri Paesi dell’area saheliana. Sotto il profilo politico, accanto agli importanti passaggi elettorali delle presidenziali (luglio-agosto 2013) e delle parlamentari (novembre 2013), è stato attivato un processo di pace e di riconciliazione con l’obiettivo di giungere a una stabilizzazione del Paese, ma l’implementazione dell’accordo raggiunto nel 2015 si sta rivelando – come prevedibile – non agevole.

Sotto il profilo processuale però, un primo punto fermo è stato messo; alcuni mausolei sono già stati ricostruiti e poi, quasi a voler chiudere il cerchio, il 19 settembre è stata ufficialmente completata la ricostruzione della porta della moschea di Sidi Yahia. La fine del mondo profetizzata dalla leggenda almeno per ora può aspettare.

 

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21 settembre 2016

Il patrimonio in pericolo: da Palmira ad Amatrice

In questo periodo storico si parla sempre più spesso di recupero e salvaguardia del patrimonio artistico e culturale mondiale. Infatti quest’ultimo, mai come in questo momento, è stato così in pericolo. L’estremismo islamico ha già, in diverse occasioni, distrutto per sempre molti siti di grande importanza artistica e archeologica, minando così le fondamenta culturali delle società che le hanno prodotte. Solo per fare alcuni esempi, le rovine di Palmira in Siria, le due statue dei Buddha giganti di Bamiyan sono state addirittura bombardate. Altri tesori sono stati fortunatamente messi in salvo, grazie all’eroismo di archeologi e studiosi, che spesso hanno pagato con la vita le loro azioni. In questo caso un ricordo particolare va all’archeologo siriano Khaled al-Asaad, responsabile per tanti anni del sito di Palmira. Allo stesso tempo accadimenti naturali, quali il terremoto di Amatrice e prima ancora dell’Aquila hanno spesso distrutto paesi e borghi storici, rovinando e, a volte, distruggendo per sempre,il patrimonio artistico di molte regioni italiane e non solo.

Dal 15 Settembre fino al 6 Novembre, presso il Museo di Sant’Eustorgio di Milano, si terrà la mostra dal titolo Salvare la memoria, curata da Sandrina Bandera ed Elena Maria Menotti, che raccoglie cinquecento fotografie originali, oltre a documenti, filmati, testimonianze dirette e pannelli didascalici, con il fine di porre l’attenzione e sensibilizzare la comunità internazionale sull’importanza della salvaguardia del patrimonio culturale mondiale. All’interno della mostra si terranno incontri e dibattiti con i responsabili d’importanti esempi di salvaguardia e difesa del patrimonio artistico, tra questi ci saranno i responsabili della ricostruzione del ponte di Mostar, in Bosnia-Erzegovina.

Dal 6 ottobre fino all’11 dicembre, con la stessa finalità, saranno in mostra al Colosseo le riproduzioni di alcuni reperti archeologici, quali il toro di Nimrud o il soffitto del tempio di Bel a Palmira, oppure la sala dell’archivio di Stato di Ebla, che solamente grazie a tecnologie particolarmente innovative e ad altri strumenti tecnologici, hanno potuto rivivere ed essere riprodotti.

 

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