25 gennaio 2019

Testimonianza sul sionismo

di David Ben Gurion

 

In occasione del Giorno della memoria ripubblichiamo la “Testimonianza sul sionismo” di David Ben Gurion apparsa postuma nell’“Enciclopedia del Novecento” edita da Treccani nel 1982

 

1. Introduzione

 

Il termine ‛sionismo’ è di origine recente: fu coniato pochi anni prima della convocazione, a Basilea nel 1897, del primo Congresso sionista ad opera di Th. Herzl; ma la sua origine lontana è assai più antica, tanto che la parola ‛Sion’ compare 152 volte nella Bibbia. Questo nome venne dato dal re Davide alla città di Gerusalemme una volta divenuta capitale del regno d’Israele. Quando Abram (Abhram) lasciò la città di Ur in Caldea, tutti gli abitanti credevano in una molteplicità di dei; Abram fu il primo a credere in un solo Dio, e per questa ragione lasciò la sua terra per quella di Canaan, dove abitavano dei giudei (o ebrei) che credevano come lui in un unico Dio. Quando Abram ebbe attraversata quella terra fino alla località di Sichem, il Signore gli apparve e disse: “Alla tua discendenza darò questa terra” (Genesi, XII, 7). In quel luogo Abram eresse un altare al Signore che gli era apparso. Secondo il racconto della Genesi, il Signore cambiò anche il nome di Abram in Abramo (Abhraham) e quello della moglie, Sarai, in Sara. La Genesi narra che, quando nacque Isacco, figlio di Abramo, Dio ordinò a quest’ultimo di portare il figlio amatissimo nella terra di Moria per offrirlo in sacrificio sul monte che gli sarebbe stato indicato. Abramo prese suo figlio e andò nella località indicata dal Signore, eresse poi un altare, preparò la legna e vi legò sopra il figlio Isacco. Prese poi un coltello e stava per compiere il sacrificio, quando si sentì chiamare dal cielo dall’Angelo del Signore: “Abramo! Abramo!” Egli rispose: “Eccomi”. E l’Angelo proseguì: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male, perché ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico” (Genesi, XXII, 12). Abramo tornò allora con i suoi servi a Bersabea, dove era allora la sua dimora. Sara morì a Ebron all’età di 127 anni e Abramo “venne a far cordoglio per Sara e a piangerla” (Genesi, XXIII, 2). Egli domandò allora ai figli di Chet di dargli la proprietà di un sepolcro per seppellire il suo morto, e a questo scopo chiese la caverna di Macpela. La caverna apparteneva a Efron l’ittita. Abramo pesò 400 sicli d’argento e così il campo di Efron a Macpela, il campo e la grotta che vi si trova, divennero sua proprietà. Quando egli a sua volta morì, all’età di 175 anni, fu anch’egli sepolto nella grotta di Macpela, nel campo di Efron l’ittita, proprio come sua moglie Sara, loro figlio Isacco e sua moglie Rebecca; come anche Giacobbe, figlio di Isacco e Rebecca, e sua moglie Lia. Il nome di Giacobbe fu cambiato in Israele, e da allora tutto il popolo ebraico porta questo nome. Il popolo di Israele non è dei più antichi. La storia dei popoli d’Egitto e di Babilonia, di Cina e d’India precedette quella degli Ebrei, ed è indiscutibile che il popolo ebraico ha imparato diverse cose da queste civiltà. I Greci furono superiori agli Ebrei per diversi secoli, sia per le loro attitudini scientifiche sia anche, probabilmente, per le loro qualità letterarie. Ma il popolo ebraico era diverso dagli altri popoli - e si può dire che in una certa misura lo è ancora oggi - non per la scienza, ma per la morale, i cui tre principi fondamentali sono i seguenti: 1) la fede in un unico Dio. Isaia espresse questo principio in una breve frase: “Io sono il Signore; non c’è altri. Io formo la luce, creo le tenebre, opero il bene, creo il male: sono io il Signore che opero tutto questo” (Isaia, XLV, 6-7); 2) l’idea, espressa dagli Ebrei tre volte al giorno, che Dio è inattingibile, non avendo corpo. Un solo popolo sulla terra poteva concepire l’esistenza di una forza universale, eterna e onnipotente, come hanno proclamato Isaia e tutti gli altri profeti d’Israele; 3) la terza grande idea, enunciata per la prima volta da Isaia figlio di Amos e da Michea di Moresheth: “Nazione contro nazione più non leverà la spada, né più s’imparerà a far guerra” (Michea, IV, 3). Il popolo ebraico ha preceduto tutti gli altri popoli non solo per la fede in un Dio unico e invisibile, ma anche per altre grandi idee delle quali l’umanità intera ha bisogno. Una di queste è appunto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. L’ebreo è un essere umano come gli altri, ma il popolo ebraico è diverso dagli altri. Il cristianesimo non è la religione di un unico popolo; un inglese può essere cattolico o protestante; un arabo può essere cristiano o musulmano; un giapponese buddista o scintoista. Invece non possono esistere religioni diverse all’interno del popolo ebraico. Vi sono Ebrei non credenti, ma essi restano Ebrei, mentre un ebreo convertito all’Islàm o al cristianesimo non è più ebreo. La storia del popolo ebraico e dell’ebraismo comprende tre diversi periodi, ognuno dei quali fu segnato da sconvolgimenti nella vita della nazione e nella sua fede. Il primo periodo va da Mosè alla distruzione del Secondo Tempio: è il periodo della vita degli Ebrei nel loro paese, è il periodo dei profeti e della Bibbia. Il secondo periodo è quello dell’esilio e della Diaspora, della Mishnāh e del Talmūd, dei Geonim (capi delle Accademie ebraiche a Babilonia) e degli esegeti. Questo periodo arriva fino alla fine del XVIII secolo. Il terzo periodo va dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, e anche in questo periodo si sono verificati cambiamenti profondi nella condizione degli Ebrei e nella loro fede.

 

2. Primo periodo

Durante questo primo periodo apparve dunque la Bibbia, libro, o meglio complesso di libri, tradotto in più di mille lingue, unico nella letteratura universale, che ha lasciato una traccia profonda su gran parte della storia umana. Si tratta di una raccolta così composta: i ‛cinque libri’ o Pentateuco, i Profeti ‛anteriori’ (quattro), i Profeti ‛posteriori’ (tre libri) e ‛minori’ (un solo libro), gli Agiografi (undici libri), che comprendono libri poetici, sapienziali, di morale e storici. Nella Bibbia non si trovano libri di carattere scientifico, perché gli Ebrei non si occupavano di scienza. Essi non avevano l’inclinazione, caratteristica dei Greci, a studiare e indagare il mondo circostante. Gli studiosi greci si stupivano delle scoperte che effettuavano nell’ambito della natura e volevano spiegarle e comprenderle: questo li conduceva alla ricerca scientifica e filosofica. I saggi di Israele non erano affatto sorpresi dalle rivelazioni della natura, perché tutto per loro era stato creato da Dio. Gli Ebrei sono diversi dagli altri popoli per il loro destino, la loro storia, le loro tradizioni nazionali e la loro fede; il loro credo e la Bibbia sono più universali delle credenze degli altri popoli. Ci sono stati popoli di grande civiltà come gli Egiziani, gli Assiri, i Babilonesi, i Cinesi, i Greci e altri, le cui origini risalgono a un’epoca anche anteriore al primo periodo dell’ebraismo; ma non vi sono stati altri popoli, prima di quello ebraico, che abbiano preconizzato la pace universale, una vita fatta di morale e di giustizia, di carità e di amore. I profeti raccomandarono di credere nel Dio unico e onnipotente ma nel contempo di fare la carità e promuovere la giustizia. Osea, uno dei primi profeti, affermò in nome di Dio: “Io voglio amore e non sacrifici” (Osea, IV, 6); e Isaia proclamò: “A che mi servono tanti vostri sacrifici? - dice il Signore - Sono sazio di olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi [...]. Quando entrate a vedere il mio volto, chi vi ha chiesto mai questo: calpestare i miei atri? Cessate dal presentare vuote offerte: l’incenso lo abbomino! [...] Smettete dal fare il male, imparate a fare il bene. Ricercate la giustizia, proteggete l’oppresso. Rendete giustizia all’orfano, difendete la vedova” (Isaia, I, 11-17). In nome di Dio, Geremia disse: “Il sapiente non si glorii della sua sapienza, il forte non si glorii della sua forza, il ricco non si glorii della sua ricchezza, ma chi si vuol gloriare si glorii di questo: avere senno e conoscere me, ché io sono il Signore che pratica la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra. Di costoro mi compiaccio: oracolo del Signore” (Geremia, IX, 22-23). Anche Isaia si espresse negli stessi termini e con la stessa fermezza: “È forse questo il digiuno che bramo: un giorno in cui si macera un uomo? Curvare la testa come un giunco, giacere sul sacco e sulla cenere? Forse a questo dai il nome di digiuno, giorno di gradimento al Signore. Non è questo forse, invece, il digiuno che voglio, dice il Signore Iddio, sciogliere le catene ingiuste, slacciare i legami del giogo, rimandare liberi i forzati, infrangere qualsiasi giogo? Non questo forse: dividere il tuo pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri erranti, vestire chi hai visto nudo, e quelli della tua carne non trascurare? Allora come aurora sorgerebbe la tua luce, presto spunterebbe la tua guarigione, la tua giustizia ti andrebbe innanzi e dietro ti seguirebbe la gloria del Signore [...]. Allora di tra le tenebre brillerà la tua luce e la tua oscurità come meriggio” (Isaia, LVIII, 5-10).

 

3. Secondo periodo

Durante il secondo periodo della storia d’Israele, quando grande era l’ostilità contro gli Ebrei, quando essi furono privati dei loro diritti e chiusi nei ghetti, solo la religione, la fede e la speranza del ritorno salvarono Israele. Gli Ebrei recitavano tre volte al giorno questa preghiera: “Fa che suoni la grande buccina per la nostra libertà, e alza il vessillo per radunare i nostri dispersi. Radunaci insieme dai quattro angoli della terra nella nostra Terra. Benedetto Tu, Signore, che raduni i dispersi del Tuo popolo Israele. Fa tornare i nostri giudici come in antico, e i nostri consiglieri come in principio, e si stabilisca presto il Tuo solo regno sopra di noi, con grazia e misericordia, con carità e giustizia. Benedetto Tu, Signore, Re che ami la carità e la giustizia [...]. A Gerusalemme, Tua Città, ritorna con misericordia; riedificala come edificio eterno, prontamente, nei nostri giorni. Benedetto Tu, Signore, che riedifichi Gerusalemme”. È assai improbabile che un altro popolo avrebbe potuto sopravvivere per secoli in queste condizioni; in ogni caso, non vi sono altri esempi nella storia dell’umanità. Solo l’aiuto del Signore ha permesso agli Ebrei dei ghetti, tra la distruzione del Secondo Tempio e la Rivoluzione francese, di sopravvivere e conservare intatta la speranza del ritorno nella terra dei loro padri. Anche il più grande filosofo ebreo, Baruch Spinoza, scomunicato dai suoi confratelli olandesi e allontanatosi dal giudaismo senza tuttavia abbracciare un’altra religione, credette tuttavia fermamente nella redenzione d’Israele. Scrisse infatti: “Crederei senz’altro che un giorno, quando si presenterà l’occasione, data la mutabilità delle cose umane, essi costituiranno una seconda volta il loro Stato e Dio di nuovo li eleggerà” (Trattato teologico-politico, in Etica e Trattato teologico-politico, Torino 1972, p. 454).

 

4. Terzo periodo

Dopo la Rivoluzione francese si aprì un periodo nuovo nella vita del popolo ebraico. La concessione dell’uguaglianza giuridica agli Ebrei in Francia e in alcuni altri paesi ebbe due conseguenze opposte nella vita del popolo: da una parte la diffusione di uno spirito laico e il rafforzamento quindi della tendenza all’assimilazione, ma dall’altra anche il rafforzamento della coscienza nazionale e una nuova concezione della redenzione: non attendere il Messia, ma emigrare in Palestina, ricostruire il paesee farvi tornare gli Ebrei per preparare l’avvento del Messia e realizzare così la redenzione nazionale. I ‛modernisti’ e i più importanti rabbini predicarono quindi la necessità dell’insediamento del popolo ebraico in Palestina per favorire la ricostruzione nazionale e l’avvento del Messia. La cosa più sorprendente è che proprio in Francia, dove più avanzata fu l’assimilazione degli Ebrei, in seguito alla concessione dell’eguaglianza giuridica, emersero i tre maggiori fautori e precursori della rinascita dello Stato di Israele. Adolphe Crémieux, per due volte ministro, riconobbe la necessità di ridare vita a uno Stato ebraico in Palestina in seguito alla riesumazione, a Damasco nel 1837, della vecchia accusa di omicidio rituale. Il caso commosse tutto l’ebraismo europeo, e Crémieux, insieme con M. Montefiore si recò a Damasco per ottenere il ristabilimento della verità. Al suo ritorno a Parigi, Crémieux apprese con stupore che molti dirigenti francesi manifestavano atteggiamenti antisemiti a proposito del caso di Damasco: se ciò era possibile in Francia, che cosa mai poteva accadere negli altri paesi dove gli Ebrei non avevano neppure l’eguaglianza dei diritti? Dopo la fondazione della Alliance israélite universelle, egli appoggiò con tutte le sue forze il progetto di Ch. Netter per la creazione in Palestina di una scuola di agraria: lo scopo era insegnare agli Ebrei l’agricoltura e quindi prepararli a ricostruire la loro antica patria. Il secondo uomo che ebbe un ruolo decisivo per il ritorno in Palestina fu appunto Ch. Netter, al quale si deve la creazione (oltre un secolo fa) della scuola agraria di Mikveh Israel, costruita dopo aver ottenuto dal sultano circa 125 ettari di terra nei dintorni di Giaffa. In quell’epoca gli Ebrei di Palestina vivevano nelle quattro città sante: Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. Alcuni esercitavano il commercio, altri lavoravano come artigiani, ma pochi lavoravano la terra. Tutti gli altri vivevano grazie alla alukkah, cioè alle sovvenzioni inviate dalle comunità ebraiche all’estero. Netter presentò al comitato dell’Alliance un programma nel quale proponeva di fondare un’istituzione con l’obiettivo di formare una giovane generazione di agricoltori. “Se voi accetterete la mia proposta scriveva Netter - questo rappresenterà un notevole passo avanti. Dimostrerete in questo modo all’opinione pubblica che gli Ebrei sono adatti al lavoro della terra, e riprenderete inoltre possesso della Terra Santa, dove i nostri antenati proclamarono l’unicità del Creatore”. L’11 gennaio 1860, il comitato dell’Alliance israélite universelle approvò il progetto di Netter che, nel suo discorso all’assemblea dell’Alliance del 1869, disse tra l’altro: “Sottopongo a voi in questa occasione il programma di questa nuova istituzione, per mezzo della quale voi potrete formare la nuova generazione e abituarla al lavoro della terra. In questo modo voi preparerete anche un porto sicuro per quei nostri fratelli che prima o poi vi si dovranno rifugiare. Potrete così prendere possesso gradatamente di questa Terra Santa verso la quale sono rivolti gli occhi di tutte le generazioni dei figli di Israele”. Le proposte di Netter, che furono presentate prima dell’inizio del movimento sionista, fecero una profonda impressione su tutti i partecipanti all’assemblea, e in particolare su Crémieux: “In questi giorni pieni di promesse di tempi migliori per il nostro paese, abbiamo deciso di dar vita a una scuola agraria in Palestina, allo scopo di insegnare ai nostri fratelli il lavoro dei campi [...]. Abbiamo scelto a questo scopo la zona di Giaffa, dove la terra che Dio ha promesso di darci è fertile: su questa terra costruiremo la scuola. Non lontana, Gerusalemme l’illuminerà della sua luce”. Fu appunto in questo spirito che venne redatto, sempre nel 1869, il manifesto con il quale l’Alliance si rivolse a tutti i benefattori del popolo ebraico disposti a sottoscrivere per la realizzazione della scuola: “La terra dei nostri antenati è una Terra Santa, culla della nostra fede, dei nostri profeti e dei nostri saggi. Essa ha una qualità che ci spingerà a tornarvi: è fertile, le sue risorse non sono affatto esaurite e le sue colline non saranno più ricoperte di rovi e di spine. Sarà sufficiente svilupparne le risorse e rimuoverne le pietre che l’opprimono, lavorare con tenacia questa terra un tempo benedetta perché ritorni a essere un paese libero e sicuro”. Il manifesto fu sottoscritto da tutti i capi della Alliance dell’epoca: Crémieux, I. Loeb, il Gran Rabbino di Francia, M. Erlinger, principale aiutante del giovane barone Edmond de Rothschild, e lo stesso Netter, il promotore che riuscì a infiammare e a mobilitare gli Ebrei di tutto il mondo. In seguito a questa decisione, l’Alliance stanziò 100.000 franchi come capitale destinato a realizzare la scuola e ad assicurarne il funzionamento durante i primi tre anni.

 

5. Benjamin Edmond de Rothschild

Il terzo ebreo di origine francese, che fece più di tutti gli altri figli di Israele per il ritorno in Palestina, fu appunto Benjamin Edmond de Rothschild, chiamato giustamente ‛il Padre dello Yishuv’ (la comunità ebraica in Palestina). È difficile trovare in tutta la storia dell’esilio del popolo ebraico una personalità paragonabile a quella eccezionale di Edmond de Rothschild, il vero artefice del ritorno degli Ebrei in patria. Egli non fu soltanto un generoso filantropo; questo discendente della dinastia dei Rothschild, i banchieri più ricchi d’Europa all’epoca, custodiva nel suo cuore la visione dell’antica patria del suo popolo, e fino all’ultimo giorno della sua lunga vita questa visione restò al centro dei suoi pensieri e delle sue azioni. Egli non fu né il solo né il primo (e certamente non sarà l’ultimo) ad avere questa visione. Non può esservi questione di priorità quando si tratta di una visione nazionale che accompagna la vita di un popolo durante tutta la sua storia. Ma egli fu certamente il primo e il solo a compiere un atto magnifico, temerario e ricco di risultati duraturi, anche se non immune da errori e insuccessi. Il barone Hirsch aveva preso un’iniziativa simile a quella di Rothschild, ma verso l’Argentina. Tutte le condizioni oggettive sembravano propizie: gli Ebrei infatti avevano incontrato un atteggiamento favorevole da parte del governo argentino, potevano comprare facilmente e senza restrizioni terre fertili in grande quantità e non si scontravano con alcuna forma di opposizione da parte degli abitanti del paese. La situazione in Palestina era invece completamente diversa: il governo ottomano vedeva di mal occhio l’acquisto di terre da parte degli Ebrei e contrastò l’iniziativa fino a vietarla completamente. Le terre furono quindi acquistate superando numerose difficoltà e restrizioni, e ogni acquisto sollevava contestazioni. Inoltre le terre erano povere e desertiche, e i diversi appezzamenti, lontani gli uni dagli altri, si trovavano circondati dalle proprietà degli Arabi. Per di più gli abitanti accolsero i nuovi arrivati con ostilità e talvolta anche con le armi. Nonostante queste differenze di condizioni, degli insediamenti in Argentina non sopravvisse quasi nulla, mentre quelli in Palestina finirono per dare i loro frutti e condussero alla fine alla creazione dello Stato d’Israele. L’opera del barone Hirsch non aveva infatti alcun legame essenziale con le aspirazioni storiche del popolo ebraico, mentre quella di Rothschild affondava interamente le sue radici nello slancio messianico della nazione ebraica verso la redenzione nell’antica patria. Questo diverso esito rappresenta quindi una prova eterna della superiorità delle forze spirituali rispetto a quelle materiali. Le prime colonie ebraiche in Palestina - Mikveh Israel, Petali Tikvah, Rishon le Zion, Zikhron Ya’akov e Rosh Pinnah - furono fondate prima dell’intervento di Rothschild, ma l’origine era comune: la visione storica del popolo. Inizialmente, Rothschild si limitò a intervenire a favore degli insediamenti più piccoli e recenti. In seguito cominciò a fondare nuovi centri e ad acquistare terre in tutto il paese, a occidente e a oriente del Giordano, secondo una strategia politica di grande respiro e animata da uno slancio iniziale che non arretrava dinanzi ad alcun ostacolo. Egli aveva ben chiara la meta e durante la sua prima visita in Palestina, nel 1887, affermò: “Noi vedremo il raduno degli esiliati e tutto Israele vivrà in sicurezza nel suo paese”. Rothschild capì anche una cosa che i primi abitanti non avevano afferrata: l’importanza essenziale del lavoro ‛personale’ degli Ebrei nell’opera di insediamento. Inoltre, con largo anticipo su alcuni dirigenti sionisti, egli pretese anche un’educazione ebraica e l’uso della lingua ebraica, opponendosi ai coloni che continuavano a parlare francese. Anche Rothschild, come ogni essere umano, commise naturalmente degli errori. Il più grave fu certamente il dominio, prolungatosi per diversi anni, dei funzionari sulle colonie da lui fondate. Tra i membri di Ḥovevei Zion (Amanti di Sion) e tra i coloni sorse quindi una forte opposizione nei confronti di questa situazione umiliante, e vi fu persino qualche ‛rivolta’ contro i funzionari. Il barone riconobbe il proprio errore e l’amministrazione dei funzionari fu così abolita. Anche se non si può certo affermare che l’insediamento degli Ebrei in Palestina sia dovuto unicamente all’opera del barone di Rothschild, è certo tuttavia che nessun altro ha contribuito più di lui al suo consolidamento e alla sua espansione; è quindi a giusto titolo che egli occupa un posto eminente nella storia dello Stato ebraico.

 

6. Il ritorno a Sion

Il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita di uno Stato ebraico in Palestina. Quel giorno ha rappresentato indubbiamente una data essenziale della nostra storia, anche se essa non è certamente cominciata né si è conclusa in tale occasione. Quando eravamo un popolo disperso, perseguitato e privo di diritti, noi abbiamo sempre creduto nel ritorno a Sion, perché questa era stata la promessa fatta da tutti i profeti, a partire da Mosè: “Allora il Signore, tuo Dio, farà tornare la tua primitiva condizione, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo di mezzo a tutti i popoli, dove il Signore, tuo Dio, ti avrà disperso. Fossero pure i tuoi dispersi all’estremità del cielo, di là ti raccoglierà il Signore, tuo Dio, di là ti prenderà. Il Signore, tuo Dio, ti ricondurrà nella terra che avevano posseduto i tuoi padri e ne prenderai possesso, ti farà del bene e ti renderà più numeroso dei tuoi padri” (Deuteronomio, XXX, 3-6). E Isaia disse: “Non temere, ché io sono con te! Dall’oriente farò venire la tua stirpe, dall’occidente ti radunerò, al settentrione dirò ‛Dà qua!’ e al mezzogiorno ‛Non rifiutarti’. Riconduci i miei figli da lontano, le mie figlie dall’estremità della terra” (Isaia, XLIII, 5-6). E Geremia, il profeta delle più terribili distruzioni, proclamò: “Ecco, giorni verranno, oracolo del Signore, quando io susciterò per Davide un giusto germoglio che regnerà da vero re e sarà saggio e praticherà il diritto e la giustizia nel paese. Ai suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele abiterà in sicurezza” (Geremia, XXIII, 5-6). E ancora: “Ecco, i giorni verranno, oracolo del Signore, nei quali io cambierò la sorte del mio popolo d’Israele e di Giuda, dice il Signore, e li ricondurrò nella terra che diedi ai loro padri, perché essi ne prendano possesso” (Geremia, XXX, 3). Ezechiele, profeta degli esiliati, affermò: “Così ha detto il Signore Iddio: ecco, io prendo i figli d’Israele di mezzo alle genti presso le quali sono andati, li raccoglierò da ogni parte e li condurrò nella loro terra. Farò di essi una sola nazione nella terra, sui monti d’Israele, regnerà su di essi tutti un solo re e non saranno più due nazioni, nè saranno più divisi in due regni [...]. Abiteranno nel paese che diedi al mio servo Giacobbe, in cui dimorarono i loro padri: vi abiteranno essi, i loro figli, i figli dei loro figli, per sempre e per sempre Davide, mio servo, sarà loro principe. E farò con essi un patto di pace: sarà un patto eterno con essi. Li beneficherò, li moltiplicherò e stabilirò il mio santuario in mezzo a loro, per sempre” (Ezechiele, XXXVII, 21-26). Aggeo, che profetò dopo il ritorno degli Ebrei dall’esilio a Babilonia all’epoca del re Dario, si spinse anche oltre affermando: “Grande sarà la gloria di questa casa, della seconda più della prima, dice il Signore delle schiere. E in questo luogo porrò pace, oracolo del Signore delle schiere” (Aggeo, 11, 9). È interessante inoltre constatare che la nuova versione moderna della fede nella redenzione ci è stata data dai rabbini sefarditi e ashkenaziti, come Alkalai, Kalisher e Mohilever, mentre la grande maggioranza degli Ebrei ortodossi e osservanti che abitavano la Palestina erano contrari a queste posizioni, le quali sembravano loro irreligiose e negatrici della speranza messianica. Otto anni dopo la fondazione di Mikveh Israel, tre Ebrei comprarono le terre di Mouleibis presso il fiume Yarkon, e vi fondarono il primo villaggio abitato interamente da Ebrei, Petah Tikvah. Le prime case furono costruite senza l’autorizzazione del governo turco, ma nel 1880 un’epidemia di malaria colpì la grande maggioranza degli abitanti. Il villaggio si spopolò rapidamente e tornò a essere abitato soltanto in seguito all’inizio dell’immigrazione proveniente dalla Russia. Nel 1881, infatti, dopo che in Russia si verificarono dei pogromsanguinosi, numerosi Ebrei decisero di fuggire dal paese; tra essi, alcuni giovani studenti, membri dell’organizzazione denominata ‛Bilu’ (dalle iniziali, in ebraico, delle parole “O casa di Giacobbe, venite!”), emigrarono in Palestina e si dedicarono alla lavorazione della terra. Uno dei membri dell’organizzazione, Ze’ev (Vladimir) Dubnow, così scrisse il 10 gennaio 1882 da Giaffa al fratello, lo storico S. Dubnow cui spiaceva la decisione di Vladimir di lasciare l’università per andare a lavorare in Palestina a Mikveh Israel: “Credi dunque che lo scopo della mia partenza sia soltanto quello di stabilirmi qui, e quindi che, se ci riesco, lo avrò raggiunto e altrimenti sarei degno di commiserazione? No! L’obiettivo finale mio e di molti altri è un obiettivo importante, generoso, nobile ma non impossibile da raggiungere. L’obiettivo finale è quello di occupare col tempo il paese per restituire agli Ebrei l’indipendenza nazionale, della quale sono stati privati da quasi duemila anni. Non ridere, non è un’utopia. Questo obiettivo sarà raggiunto con la creazione di centri di agricoltori e di artigiani, e con l’installazione di numerose industrie e la loro progressiva espansione, in breve, attraverso uno sforzo per portare tutta la terra e tutta l’economia nelle mani degli Ebrei. È necessario inoltre addestrare i giovani all’uso delle armi (e nella Turchia libera e indisciplinata tutto è possibile). In questo modo - e qui comincio a sognare - arriveremo a vedere il giorno magnifico annunciato da Isaia nelle sue appassionate profezie. Gli Ebrei si proclameranno (se necessario, armi alla mano) ad alta voce padroni della loro antica terra. Non importa se questo giorno verrà tra cinquant’anni o ancora più tardi; voi converrete, amici, che si tratta di un’idea meravigliosa e sublime”. È difficile trovare in tutta la letteratura sionista una definizione più esauriente dell’ideale di rinascita del popolo ebraico di quella che ci viene fornita da questo giovane pioniere in una lettera al fratello. Occorre anche considerare che, quando egli scriveva, si trovava in Palestina meno di un quarto della popolazione ebraica mondiale e che l’unica colonia fondata quattro anni prima della lettera, Petah Tikvah, era allora deserta in quanto i suoi fondatori l’avevano abbandonata a causa delle paludi e della malaria. Nella lettera sono già presenti tutte le aspirazioni e tutte le linee d’azione che, sessant’anni più tardi, condurranno, quasi secondo il programma prefigurato nel pensiero di Vladimir Dubnow, alla creazione dello Stato d’Israele. Furono appunto questi ideali e questi programmi che spinsero i primi pionieri a venire e a lavorare nel paese. La maggior parte di questi pionieri provenivano dall’esilio russo e rumeno e solo pochi tra loro, come Y. M. Salomon e i suoi compagni, erano originari della Palestina. Circa quattro anni dopo fu acquistata la terra di Ein ha-Ḥoresh e fu creata la seconda colonia, Rishon le Zion. La situazione degli Ebrei in Romania era simile a quella degli Ebrei russi e il movimento di emigrazione in Palestina, che ebbe origine in Russia, passò poi attraverso la Romania. Un delegato proveniente dalla Palestina fece il giro di tutte le città della Romania per convincere il popolo ebraico a emigrare e a guadagnarsi la vita con il lavoro dei campi. Gli Ebrei più agiati decisero quindi di comprare delle terre in Palestina per potervisi in seguito trasferire. Nel 1881 si riunì in Romania una commissione, formata dai delegati di tutte le organizzazioni di Ḥovevei Zion, che decise di inviare tre dei suoi membri in Palestina per cercare delle terre adatte all’insediamento di colonie. Dopo lunghe ricerche, i tre delegati fecero la loro scelta e fondarono Rosh Pinnah, in Galilea, e Zikhron Ya’akov. Un anno dopo giunsero anche numerosi Ebrei provenienti dalla Polonia e dalla Lituania, i quali fondarono Yesud ha-Ma’alah. I primi coloni non avevano alcuna dimestichezza con il lavoro agricolo, ma nonostante la loro inesperienza piantarono alberi da frutta, seminarono i campi e scavarono pozzi per l’acqua. I primi anni furono comunque estremamente duri per i nuovi abitanti. Le numerose paludi del lago di Huleh favorirono il diffondersi della malaria tra gli abitanti di Yesud ha-Ma’alah, e le prime vittime furono naturalmente i bambini e gli adolescenti. Non c’erano medici sul posto e i rappresentanti della Jewish Colonization Association suggerirono agli agricoltori di abbandonare la colonia e di trasferirsi in parte nelle altre colonie e in parte in Argentina. La loro risposta fu: “Solo Dio ci ha condotto qui e soltanto lui ci potrà far spostare, ma nessun altro potrà farci partire”. Dopo la fondazione dello Stato di Israele, le paludi del lago di Huleh furono prosciugate con l’aiuto del Fondo nazionale ebraico e anche il bacino del lago Merom venne trasformato in terra fertile. Tutta la regione a nord del lago di Galilea divenne così la più fertile del paese.

 

7. Difficoltà dell’insediamento

I primi passi dell’insediamento agricolo in Palestina furono quindi estremamente difficili. Disastri naturali, terreni desertici, odio dei confinanti, corruzione del regime ottomano, opposizione degli abitanti fanatici di Gerusalemme, mancanza d’esperienza nel lavoro dei campi da parte della grande maggioranza dei nuovi abitanti, scarsa confidenza con il lavoro fisico, funzionari incompetenti di Rothschild: tutto questo e altro ancora mise presto in pericolo l’iniziativa rivoluzionaria dei primi pionieri. È difficile per i contemporanei immaginare l’entità degli sforzi richiesti a quei primi abitanti, lo slancio, l’abnegazione e la visione profetica di questi uomini che dovettero trasformare le loro abitudini, cambiare l’ordine naturale del paese e realizzarvi una grandiosa opera creatrice. Parecchi rinunciarono, altri lasciarono il paese, ma lo slancio di questi primi pionieri aprì un capitolo nuovo nella storia del popolo ebraico. Quei primi abitanti non aspiravano soltanto a vivere sulla loro terra, ma anche a lavorarla. L’idea di questo lavoro fatto dagli Ebrei non è una scoperta degli inizi del XX secolo. I pionieri di Petali Tikvah, Rishon le Zion, Zikhron Ya’akov, Rosh Pinnah e tutti quelli che vennero dopo di loro desiderarono tutti guadagnarsi il pane con il lavoro delle loro mani. L’aspirazione era quindi duplice: alla terra da una parte, e al lavoro dall’altra; alcuni membri del Bilu andarono anche a Gerusalemme a lavorare come artigiani. In seguito, il binomio ideale ‛terra-lavoro’ cominciò a rompersi. In particolare aumentò il peso del lavoro salariato nelle colonie, soprattutto dopo l’espansione delle piantagioni. Il barone Rothschild riconobbe l’importanza del ‛lavoro ebraico’, e chiese che i coloni utilizzassero manodopera ebraica. Ma nonostante questa sua richiesta il numero degli operai arabi continuò a crescere. Le lotte per il ‛lavoro ebraico’ e per la costruzione del paese furono più difficili dell’insediamento agricolo. La colonia di Rebovoth, fondata nel 1890 senza l’aiuto di Rothschild e dei suoi funzionari, divenne il centro degli operai ebrei. In seguito anche all’incremento dell’immigrazione ebraica durante quegli anni, gli operai di questo centro e altri volontari tentarono nel 1892 di riunire tutti gli operai del paese in un’unica organizzazione denominata ‛Terra e Lavoro’. Durante i primi anni del XX secolo arrivarono in Palestina i pionieri della Seconda immigrazione, che facevano del lavoro la loro bandiera. Essi trovarono una situazione caratterizzata dal predominio dell’iniziativa privata: le 26 colonie esistenti, cioè, si basavano sulla formula ‛proprietà privata più lavoro salariato’, svolto, quest’ultimo, quasi interamente da non ebrei. Gli esponenti della Prima immigrazione, quindi i fondatori delle prime colonie e i loro successori, erano profondamente diversi da quelli della Seconda immigrazione, per il loro passato, la loro educazione, il loro mondo spirituale e le loro origini culturali. Tra gli uni e gli altri vi furono quindi ripetuti scontri, come tra due campi avversi, ma l’aspirazione delle loro anime e la missione della loro vita erano identiche e questa comune aspirazione ideale finì per prevalere. Infatti gli uomini di entrambe le generazioni erano tutti della tempra dei profeti, dei rivoluzionari e degli uomini d’azione, di quelli che non si arrendono alla realtà, non indietreggiano davanti a nessun tipo di difficoltà, non disprezzano i lavori più umili: le loro anime erano pronte alle grandi azioni alle quali il futuro le avrebbe chiamate.

 

8. Le comunità ebraiche tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento

Nel 1880, quando cominciò la massiccia emigrazione degli Ebrei europei verso l’America, l’ebraismo europeo aveva raggiunto il suo punto di massima espansione, sia quantitativa che qualitativa: nel mondo vi erano all’incirca 7.750.000 Ebrei, l’88,5% dei quali si trovava in Europa; inoltre il 75% degli Ebrei europei si trovava in Europa orientale. L’ebraismo europeo coincideva allora praticamente con quello mondiale. In Europa hanno avuto origine l’umanesimo ebraico, la moderna letteratura ebraica, i primi movimenti di operai ebrei e dei pionieri dell’emigrazione in Palestina. Le grandi emigrazioni dall’Europa, cominciate nel 1880, si indirizzarono durante i primi trent’anni del secolo, come s’è detto, principalmente verso l’America, e in particolare verso gli Stati Uniti. Durante il XIX secolo l’ebraismo russo è stato certamente il più importante del mondo, non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente: nascono al suo interno infatti la letteratura ebraica, i movimenti operai e dei Ḥovevei Zion, il sionismo, i movimenti per il ritorno in Palestina, per l’affermazione dei diritti degli Ebrei e per l’uso della forza nell’autodifesa della popolazione ebraica. Durante i sessant’anni che precedono la seconda guerra mondiale, dal 1880 al 1939, abbandonano i loro paesi d’origine, sia nell’Europa occidentale che in quella orientale, circa 5.000.000 di Ebrei; nel 1940, su 16.734.000 Ebrei nel mondo, ve ne erano solo 7.697.640 in Europa orientale e 2.041.548 in Europa occidentale. Nel 1940 vi erano già negli Stati Uniti 4.228.000 Ebrei, e le dimensioni di questa comunità continuarono a crescere, sia per le ulteriori immigrazioni, sia per l’incremento delle nascite; agli inizi del 1972 la comunità ebraica negli Stati Uniti raggiunse i 6.000.000. Non era mai esistita una comunità così ricca e così influente dal punto di vista politico. Anche mettendo da parte la rilevanza numerica, la ricchezza, lo sviluppo culturale, il potere politico, si può affermare che l’ebraismo degli Stati Uniti risultava diverso da quello di tutte le comunità ebraiche in Europa. L’eguaglianza di diritti degli Ebrei americani era certamente assai più consolidata di quella degli Ebrei di qualsiasi paese dell’Europa occidentale, ma non era ancora questo l’elemento che caratterizzava in modo specifico la comunità americana. I popoli dell’Europa avevano infatti alle loro spalle una storia e degli Stati nazionali, come l’Italia, la Francia, la Spagna ecc., o multinazionali come la Russia o l’Austria-Ungheria; in tutti i paesi d’Europa gli Ebrei non facevano realmente parte dei popoli in mezzo ai quali vivevano. Anche quegli Ebrei che erano favorevoli all’assimilazione e si consideravano francesi o tedeschi, non erano mai trattati come membri effettivi del popolo del quale si consideravano parte. Inoltre, durante la seconda metà del XIX secolo l’antisemitismo divenne particolarmente virulento nel vecchio continente, e numerosi Ebrei che avevano tentato di assimilarsi, o vi erano riusciti, cominciarono ad avvertire di non essere effettivamente accettati dal popolo del paese nel quale vivevano. Il movimento Ḥibbat Zion e il sionismo si formarono in Europa per la concomitanza di due fattori: a) in Europa orientale e in una parte dell’Europa occidentale e dei Balcani, l’attaccamento tradizionale all’ebraismo e alla speranza messianica, che erano presenti con forza nel popolo; b) in Europa occidentale, soprattutto le manifestazioni di antisemitismo, quelle manifestazioni di odio crescente nei confronti degli Ebrei che colpirono con tanta violenza Th. Herzl, il quale viveva in Francia all’epoca del processo Dreyfus. Il termine ‛sionismo’ risale alla fine del XIX secolo. I fondatori dei primi villaggi ebrei erano i Ḥovevei Zion e il loro movimento era la Ḥibbat Zion.

 

9. Theodor Herzl

Herzl non fu certamente il primo a proclamare la necessità di uno Stato ebraico. Dopo la pubblicazione del suo libro, Der Judenstaat, avvenuta nel 1895, uno dei suoi amici gli consigliò di leggere il saggio dell’ebreo russo L. Pinsker, dedicato all’autoemancipazione del popolo ebraico. Herzl disse allora che se avesse avuto occasione di leggerlo in un’epoca precedente, non avrebbe scritto il suo libro, in quanto egli riteneva che per profondità di pensiero e potenza d’immagine Pinsker dovesse essere collocato al primo posto tra i pensatori sionisti. In effetti il saggio di Pinsker era stato fino a quel momento l’opera di maggior respiro della letteratura sionista. Herzl non introdusse in realtà nessuna idea nuova rispetto a quest’opera; la novità fu la sua grande iniziativa politica per trasformare gli Ebrei in un popolo politicamente autonomo e unito, proteso nella lotta per l’emancipazione nazionale. Se, per la prima volta dopo l’inizio dell’esilio, il popolo ebraico tornò a essere una forza politica mondiale, il merito va in effetti attribuito all’opera di Herzl. Prima di lui, tra gli Ebrei della Diaspora circolavano due concezioni opposte, ma egualmente controproducenti e negative, a proposito della posizione e del ruolo degli Ebrei nell’ambito dei diversi popoli. La prima concezione era imperniata sull’idea del ghetto, secondo la quale tra gli Ebrei e gli altri popoli esisteva un profondo fossato che non poteva in alcun modo essere superato; fino alla venuta del Messia gli Ebrei sarebbero stati impotenti e avrebbero dovuto dipendere dal favore degli stranieri. La seconda posizione, opposta alla prima, era quella degli assimilati (e Herzl era stato educato tra loro), i quali ritenevano che gli Ebrei non fossero un popolo vero e proprio, e che solo un diaframma inessenziale e caduco, costituito da un retaggio di idee e credenze preconcette, tenesse gli Ebrei separati dagli altri popoli. Se gli Ebrei fossero stati capaci di integrarsi con i loro vicini sul piano della lingua e dei costumi, avrebbero anche potuto diventare parte organica dei popoli in mezzo ai quali si trovavano a vivere. Per molti anni Herzl fu sostenitore di quest’ultima posizione, spingendosi anche più avanti su questa strada, al punto di sostenere che gli Ebrei dovessero convertirsi al cristianesimo. Soltanto il processo Dreyfus e le manifestazioni di odio profondo della maggioranza della popolazione francese nei confronti degli Ebrei riuscirono a modificare questa sua posizione fino a fargli prendere coscienza della necessità che il popolo ebraico costituisse uno Stato indipendente, in Palestina o altrove. Il suo primo atto in questa direzione fu la decisione di convocare il I Congresso sionista, nel 1897, per discutere appunto dei modi per realizzare tale Stato ebraico. Il rapido accenno a uno Stato modello, fatto alla fine del congresso, fu in seguito esplicitato analiticamente da Herzl in un libro dedicato interamente all’argomento (Altneuland). Egli vi descrisse un regime caratterizzato non solo da una condizione di indipendenza del popolo ebraico, ma anche da un nuovo sistema sociale, basato sulla cooperazione dei lavoratori liberi. Herzl non era socialista, ma aveva fede nell’uomo, che soffre ma può emanciparsi per mezzo della sua volontà e dei suoi sforzi creativi. Egli credeva nell’importanza della scienza e della tecnica nell’organizzazione nazionale e sociale, e credeva altrettanto fermamente nelle possibilità di una liberazione e redenzione del popolo. Il I Congresso sionista tenne dunque la sua seduta inaugurale il 29 agosto 1897, e Herzl vi pronunciò il discorso d’apertura. Dopo tre giorni di dibattito, egli venne anche chiamato a pronunciare il discorso finale, che concluse con queste parole: “Quando l’aratro sarà nuovamente tra le forti mani del contadino ebreo, il problema ebraico sarà risolto”. Evidentemente, gli Ebrei devono essere grati a Herzl di non aver letto l’opuscolo di Pinsker prima di scrivere il suo saggio sullo Stato ebraico. La sua idea non era infatti nuova, ma nuova fu la sua capacità di renderla operativa. I precursori di Herzl erano infatti numerosi e celebri; tra essi ricordiamo il rabbino J. Alkalai, il rabbino Abulafia, F. Lassalle, M. Hess e altri. Neppure essi avevano tuttavia apportato sostanziali novità all’idea sionista, in quanto l’aspirazione del popolo ebraico all’indipendenza nazionale nell’antica patria non era mai venuta meno dall’inizio dell’esilio, e per centinaia d’anni gli Ebrei avevano continuato a pregare tre volte ogni giorno per il ritorno a Sion. Herzl fu però il primo, come s’è detto, e questa fu la sua grandezza storica, che seppe infondere nuova vita e una nuova volontà di realizzazione nella fede e nelle aspirazioni del popolo ebraico per una rinascita nazionale, e fu anche il primo che di tali aspirazioni seppe fare un fattore di trasformazione politica, anche sul piano internazionale. Herzl fondava la sua fede nella vittoria del sionismo su due elementi: le sofferenze d’Israele e la visione profetica del sionismo. Come tutti i grandi liberatori della storia dell’umanità, egli aveva piena coscienza del fatto che le sofferenze e la miseria delle masse potevano non essere unicamente fonti di umiliazioni e di debolezza, ma anche convertirsi in fonti di forza e di coraggio, di elevazione e di eroismo, quando erano accompagnate da un’idea di liberazione e di redenzione e quando gli uomini e le loro sofferenze venivano indirizzati alla lotta e alla creazione. Prima del I Congresso sionista, Herzl dichiarò: “Noi abbiamo le forze necessarie per creare uno Stato modello”. E nel discorso di apertura ribadì quello che egli riteneva il principio fondamentale: “Il popolo può salvarsi solo con le proprie forze”. Soltanto il 18 maggio 1901, dopo numerosi tentativi falliti, Herzl riuscì a incontrare il sultano ottomano, al quale propose un prestito di cinque milioni di sterline in cambio dell’”autorizzazione agli Ebrei di insediarsi in Palestina e in Siria”. Nonostante la profonda impressione fattagli dalla personalità di Herzl, il sultano rifiutò la sua proposta. Un anno dopo Herzl ricevette questa offerta: 1) gli Ebrei avrebbero saldato i debiti del governo ottomano e avrebbero ricevuto in cambio l’autorizzazione a creare una società per lo sfruttamento delle miniere sul territorio ottomano; 2) gli Ebrei avrebbero avuto il diritto di insediarsi in tutto il paese a condizione di prendere la nazionalità ottomana, ma senza concentrarsi in alcuna zona in particolare, e in ogni caso non in Palestina. Herzl respinse l’offerta, ribadendo che gli Ebrei avrebbero reperito i fondi richiesti solo se la Turchia si fosse impegnata a garantire l’insediamento in Palestina. Nello stesso periodo Herzl riuscì però a interessare lord Rothschild al movimento sionista, e questi gli diede l’opportunità di entrare in contatto con le autorità inglesi. Nell’ottobre del 1902 cominciarono quindi gli incontri tra Herzl e Chamberlain, ministro per le Colonie, e Lansdowne, ministro degli Affari Esteri. Le autorità inglesi proposero a Herzl di insediare gli Ebrei a El-Arish, vicino quindi alla Palestina, ma per questa soluzione vi era un ostacolo: la mancanza d’acqua. Inoltre lord Cromer, rappresentante inglese in Egitto, fece presente che il governo egiziano non poteva accettare di deviare le acque del Nilo verso il Sinai per favorire gli insediamenti degli Ebrei. Chamberlain propose allora di trasferire gli Ebrei in Uganda, dove avrebbero potuto ricevere delle vaste superfici e dove un ebreo sarebbe stato nominato capo dell’amministrazione in quella parte del paese destinata a diventare una colonia ebrea autonoma. Di fronte all’incalzare dei pogrom in Russia, Herzl si convinse alla fine ad accettare la proposta inglese. In quegli stessi anni furono anche create le istituzioni finanziarie dell’Organizzazione Sionista. In particolare, all’epoca del II Congresso fu fondata la Colonial Bank, che secondo Herzl doveva sostituire il sistema delle sottoscrizioni e delle donazioni, così come il sionismo politico aveva sostituito la filantropica Ḥibbat Zion. Gli abitanti della Palestina non potevano dipendere per tutta la vita dalla beneficenza: era quindi necessario formare con l’aiuto del credito una classe di contadini e di artigiani capaci di rendersi progressivamente indipendenti dalle sovvenzioni internazionali. La banca sarebbe stata quindi l’istituzione finanziaria alla quale si sarebbero appoggiati gli insediamenti sionisti e il suo capitale sarebbe stato costituito con azioni vendute al pubblico. Della creazione e della direzione della banca fu incaricato D. Wolffsohn, collaboratore dello stesso Herzl. In occasione del V Congresso sionista (1901) fu creata anche la Keren Kayemet le-Israel (Fondo nazionale ebraico), con l’obiettivo di riscattare le terre della patria e metterle a disposizione del popolo. Principale promotore di questa iniziativa fu Zvi (Hermann) Shapira. Da molto tempo Herzl si proponeva di avere un incontro con rappresentanti del governo russo, dal quale dipendeva il destino di milioni di Ebrei. Egli partì quindi per Pietroburgo con lo scopo d’incontrare il ministro dell’Interno von Pleve, le cui mani grondavano del sangue di moltissimi Ebrei (uno degli uffici del suo ministero organizzava tumulti contro la popolazione ebraica); ma, poiché la necessità non conosce leggi, Herzl si era riproposto di scendere in questa fossa dei leoni. Egli discusse quindi con Pleve in due riprese, ed ebbe anche incontri con il ministro delle Finanze. Durante i colloqui, Pleve sostenne che il suo governo non aveva alcuna ostilità nei confronti degli Ebrei e che era pronto a favorirne l’assimilazione o l’emigrazione. Anche il sionismo, aggiunse Pleve, sarebbe stato appoggiato dal governo se si fosse limitato a occuparsi dell’emigrazione degli Ebrei dall’Europa. Herzl decise quindi di presentare una memoria articolata in quattro richieste rivolte al governo russo: 1) cercare di ottenere dal sultano un’autorizzazione agli insediamenti ebrei in Palestina, ad eccezione dei luoghi santi del cristianesimo; 2) favorire l’emigrazione degli Ebrei dalla Russia, da realizzarsi però con fondi versati dalle organizzazioni ebraiche; 3) riconoscere ufficialmente il movimento sionista in tutte le sue articolazioni stabilite con il Programma di Basilea; 4) ampliare il più possibile la ‛zona di residenza’ ebraica in Russia. A queste richieste di Herzl, il governo russo rispose con una nota ufficiale nella quale veniva ribadita la posizione espressa da Pleve durante il suo primo colloquio con lo stesso Herzl: l’appoggio al sionismo era garantito finché esso si fosse occupato di emigrazione e non di questioni di carattere etnico. Alcuni sionisti reagirono negativamente agli incontri di Herzl con i ministri dello zar, persecutori di Israele e organizzatori dei massacri; ma la maggior parte, così come molti non ebrei, interpretarono questa visita come una vittoria morale del sionismo. Fu quella anche l’occasione in cui Herzl poté incontrare per la prima volta le popolazioni ebree russe e constatarne personalmente la miseria e la disperazione. Fu proprio durante il soggiorno in Russia che Herzl seppe che il governo inglese aveva approvato il progetto relativo agli insediamenti ebraici in Uganda. Il progetto ugandese fu al centro delle discussioni del VI Congresso sionista (agosto 1903), l’ultimo al quale Herzl ebbe modo di partecipare, e la grande maggioranza dei sionisti russi, che rappresentavano allora la più forte comunità ebraica, si opposero fermamente al progetto. Nella sua replica Herzl fece rilevare che i colloqui con il sultano non avevano ancora dato risultati tangibili e che il progetto di El-Arish era fallito; nello stesso tempo le sofferenze d’Israele erano aumentate. Aggiunse che il nuovo territorio non aveva certamente lo stesso valore storico, poetico, religioso e ‛sionista’ di quello della penisola del Sinai: non era Sion e non lo sarebbe mai stato; il progetto doveva essere considerato un insediamento provvisorio, un “rifugio per la notte”, la cui novità sarebbe consistita unicamente nella sua base nazionale. Una commissione fu incaricata di studiare il problema. Nel suo discorso di chiusura Herzl insistette nuovamente sul fatto che egli non si sarebbe mai allontanato dal Programma di Basilea e ribadì, con un solenne giuramento, la sua fedeltà a Gerusalemme e alla Palestina. Al termine del Congresso Herzl fece il suo ultimo viaggio politico a Roma, dove fu ricevuto in udienza da Vittorio Emanuele III, il quale gli espresse la sua simpatia per la causa sionista. In quell’occasione egli fu anche ricevuto da Pio X, che non si dimostrò però eccessivamente amichevole. Herzl morì il 3 luglio 1904 all’età di 44 anni, in seguito a una malattia cardiaca. Gli Ebrei di tutto il mondo presero il lutto per la sua scomparsa e migliaia di persone, molte delle quali giunte da lontano, accompagnarono Herzl al cimitero di Vienna. Nel 1951 i suoi resti furono trasportati a Gerusalemme e sepolti sul monte che porta il suo nome.

 

10. Il sionismo spirituale

Accanto al sionismo ‛politico’ puro creato da Herzl, che consacrò i suoi sforzi alla lotta politica volta a ottenere il riconoscimento dei diritti politici degli Ebrei in Palestina, e al sionismo ‛pratico’ del movimento Ḥibbat Zion, rivolto all’immigrazione e all’insediamento in Palestina, si sviluppò anche una terza corrente all’interno del movimento sionista. Tale corrente, fondata dal filosofo e pubblicista A. Ginzberg, meglio noto con il nome di Aḥad ha-Am, mise l’accento prevalentemente sull’aspetto intellettuale e culturale del sionismo, e fu chiamata sionismo ‛spirituale’. Aḥad ha-Am non credeva alla possibilità di riunire in Palestina la maggioranza della popolazione ebraica. Egli non respingeva l’idea di uno Stato ebraico, ma non credeva che questo fosse il problema essenziale, mentre propugnava la creazione di un centro spirituale ebraico in Palestina: in sostanza, egli credeva in una soluzione spirituale e non pratica del problema ebraico. Ai suoi occhi, il pericolo maggiore per la sopravvivenza degli Ebrei era rappresentato dall’assimilazione, e cioè dal declino del giudaismo per il crollo della religione nell’epoca moderna. Egli considerò il sionismo politico e quello pratico come dei semplici mezzi ausiliari per il sionismo spirituale. Nonostante la sua positiva influenza su numerosi sionisti ‛politici’ e ‛pratici’, questa sua posizione rappresentò indubbiamente un errore.

 

11. Il VII Congresso sionista

Il VII Congresso sionista, che cominciò i suoi lavori il 27 luglio 1905, aveva all’ordine del giorno due problemi di grande importanza: 1) il rapporto della commissione scientifica alla quale era stato affidato il compito di studiare il territorio dell’Uganda proposto per l’insediamento; 2) la strategia del movimento sionista. Gli orientamenti della commissione non erano unanimi; venne infine adottata una risoluzione nella quale si affermava che l’Organizzazione Sionista restava fedele al Programma di Basilea e che dovevano essere respinti tutti i progetti d’insediamento al di fuori della Palestina. Il Congresso ringraziò il governo britannico per la sua proposta e per il desiderio che aveva dimostrato di collaborare alla soluzione del problema ebraico: espresse anche la speranza che in futuro il governo britannico potesse prendere in considerazione le aspirazioni dei sionisti e formulare un progetto conciliabile con il Programma di Basilea. Tale occasione si presentò in effetti dodici anni dopo con la Dichiarazione Balfour. I quaranta delegati al Congresso favorevoli alla soluzione ugandese abbandonarono l’Organizzazione Sionista; il loro leader, I. Zangwill, scrittore ebreo inglese, fondò il movimento territorialista, che non raggiunse però alcun risultato e perse col tempo la sua ragion d’essere, mentre il numero dei membri dell’Organizzazione Sionista continuò a crescere. Presidente dell’Organizzazione negli anni 1905-1911 fu uno dei più stretti collaboratori di Herzl, D. Wolffsohn, il quale riscosse grande ammirazione negli ambienti del sionismo per la sua devozione alla causa, per la sua fermezza di carattere e per gli sforzi profusi per rafforzare l’organizzazione dopo le traversie della vicenda ugandese. In quel periodo l’Ufficio sionista centrale, la direzione della Keren Kayemet e la redazione di “Die Welt”, il giornale di Herzl, si trasferirono da Vienna a Colonia, città dove risiedeva lo stesso Wolffsohn.

 

12. Caratteristiche della Seconda immigrazione

Nell’agosto del 1907 si riunì a L’Aia l’VIII Congresso sionista, durante il quale venne deciso di istituire una sezione speciale per gli affari palestinesi con sede nella Palestina stessa, e di affidarne la direzione ad Arthur Ruppin. In quegli stessi anni ebbe inizio la Seconda immigrazione, all’interno della quale furono prevalenti in un primo tempo i membri dell’‛Autodifesa’ ebraica in Russia e quei giovani Ebrei che avevano perso ogni speranza nella causa della Rivoluzione russa. Quasi tutti questi immigrati si dedicarono al lavoro della terra e in coincidenza con la loro venuta in Palestina furono fondati due partiti operai: Ha-Po’el ha-Za’ir (Il giovane operaio) e Po’alei Zion (Operai di Sion). In quegli anni la sola comunità fondata dalla Jewish Colonization Association, nella quale lavorassero esclusivamente Ebrei, era quella di Sejera. Fu proprio all’interno di questa comunità che prese corpo l’idea che gli operai salariati avrebbero dovuto autorganizzare il loro lavoro, e fu questo il primo tentativo di economia collettiva, con operai che lavoravano in comune e sotto la loro diretta responsabilità. Il primo insediamento della Keren Kayemet (Fondo nazionale, v. sopra) in Palestina fu realizzato nel 1908 nella fattoria di Kinneret tramite la locale sezione dell’Organizzazione Sionista. In seguito, Ruppin riuscì a organizzare un gruppo anche a Um Junya, a est del Giordano, che divenne poi la kevuah (colonia agricola cooperativa) di Deganyah, primo esempio del genere nel paese. La maggior parte degli operai aveva una fiducia assai limitata nelle possibilità di successo di queste cooperative, ma l’esperimento ebbe invece esito positivo e molte altre iniziative del genere seguirono. Nel 1972 vi erano in Israele oltre 300 kibbutzim (grandi colonie agricole organizzate in forma cooperativa), tutti basati su una totale comunanza dei beni e su un’assoluta uguaglianza dei lavoratori. Dopo Deganyah, fu fondata la cooperativa di Merhavyah che non era un vero kibbutz, bensì una cooperativa in cui ogni lavoratore riceveva un salario proporzionato al suo lavoro. Il progetto di una cooperativa di questo tipo venne sottoposto al Congresso sionista da Fr. Oppenheimer, professore di agraria, ma l’esperimento si esaurì dopo circa un anno e i lavoratori interessati si dispersero per il paese. Nel 1909 fu fondata a Sejera l’organizzazione Ha-Shomer (Il guardiano), i cui obiettivi erano: 1) difendere le proprietà degli Ebrei contro gli attacchi dei vicini Arabi; 2) estendere contemporaneamente i rapporti di buon vicinato con gli stessi Arabi. Alla guida dell’organizzazione si trovavano I. Schochat, arrivato in Palestina nel 1904, sua moglie M. Wilbuschevitz, e I. Ben Zvi, futuro presidente dello Stato di Israele. Nei primi tempi i membri dell’organizzazione esercitavano la loro sorveglianza soltanto sulle colonie della Galilea, ma con la crescita della loro fama furono in seguito chiamati a difendere anche i centri della Giudea e della Samaria. Il villaggio di Kefar Giladi nell’alta Galilea, che porta il nome di uno di questi eroici difensori di Israele, fu fondato espressamente per i membri dell’organizzazione. Nel 1908 il sultano venne deposto dai Giovani Turchi e il paese ebbe così un Parlamento e una Costituzione; il IX Congresso sionista, riunitosi ad Amburgo l’anno successivo, concluse che le aspirazioni sioniste dovessero armonizzarsi con lo spirito della nuova costituzione ottomana e fosse quindi necessario modificare, anche se solo parzialmente, il programma politico di Herzl. Ma il nuovo governo turco non vedeva di buon occhio gli insediamenti ebraici in Palestina e di conseguenza i colloqui di Wolffsohn con i membri del governo turco e con i dirigenti dei Giovani Turchi non approdarono ad alcun risultato positivo. Nello stesso tempo, i rappresentanti arabi al Parlamento, che cominciò a riunirsi a Costantinopoli, si opponevano alle aspirazioni sioniste. Nel nuovo Parlamento non vi era nessun rappresentante della popolazione ebraica residente in Palestina, in quanto pochi Ebrei avevano la nazionalità ottomana. In considerazione di ciò, due giovani Ebrei di origine russa, I. Ben Zvi e D. Ben Gurion, decisero di prendere la nazionalità ottomana e di entrare nell’Università di Costantinopoli per studiare diritto, entrare in Parlamento e poter così difendere gli interessi degli Ebrei nell’impero. I due giovani iniziarono i loro studi di diritto nel 1913, ma nel 1914, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, il dittatore turco Gemā’l Pascià decretò la loro espulsione dal territorio nazionale. Entrambi decisero allora di riparare negli Stati Uniti, dove, con l’appoggio dei Po’alei Zion, fondarono un’organizzazione di giovani pionieri militanti. Quando gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania, che si era nel frattempo alleata con la Turchia, i due giovani si rivolsero al governo britannico chiedendo l’autorizzazione a organizzare un contingente di Ebrei da impegnare al fianco dell’esercito britannico in Palestina. Qualche mese più tardi l’autorizzazione venne concessa: il governo della Gran Bretagna, che aveva già permesso agli Ebrei di origine russa, che non volevano far ritorno in patria, di arruolarsi in una speciale unità inquadrata nel suo esercito, diede l’autorizzazione a organizzare un contingente di Ebrei negli Stati Uniti per combattere contro i Turchi in Palestina. Nel 1918, i due espulsi, I. Ben Zvi e D. Ben Gurion, fecero ritorno nel loro paese come soldati del contingente ebraico americano (formato da oltre 4.000 uomini) e parteciparono alla guerra, che si concluse con l’espulsione dei Turchi dalla Palestina.

 

13. Il sionismo socialista

Nell’ambito del movimento sionista divenne progressivamente prevalente la corrente del sionismo socialista, che traeva la sua forza particolarmente dal movimento di massa dei pionieri, sia in Israele che all’estero. Questa corrente divenne sostenitrice, come già aveva fatto Weizmann, del ‛sionismo sintetico’, cioè di quella fusione delle diverse tradizioni - politica, pratica e spirituale - del movimento sionista che fu alla base della stretta collaborazione che si stabilì tra Weizmann e il sionismo socialista. Il sionismo socialista si ispirò inizialmente al marxismo, in particolare per l’influenza di Borochov; ma, una volta entrato in contatto con i problemi della Palestina, con N. Syrkin e sotto la guida di B. Katzenelson, Ben Gurion e altri, il movimento si sviluppò in forme originali rispetto alle altre correnti del socialismo mondiale, in forme che divennero con il passare del tempo fonte d’ispirazione e di studio per i movimenti socialisti di numerosi paesi, sia sviluppati che in via di sviluppo. In Palestina il sionismo socialista cominciò a svilupparsi con la Seconda immigrazione e si affermò poi con la Terza immigrazione e quelle successive. La sua realizzazione fu la Histadruth, le cui molteplici articolazioni inquadravano l’intera vita economica della comunità. Come l’Organizzazione Sionista e il Consiglio Nazionale, anche la Histadruth svolse un ruolo centrale nel periodo dello ‛Stato in formazione’. Il ruolo svolto da questa organizzazione per realizzare gli obiettivi del sionismo e la trasformazione del movimento sionista a partire dal 1931 (e in particolare nel 1933-1935) sono il risultato del passaggio dal concetto di ‛classe’ a quello di ‛popolo’; in questo modo il sionismo socialista seppe evitare sia una posizione di puro nazionalismo, caratteristico invece della destra sionista, sia una posizione esclusivamente classista, auspicata invece dalla sinistra sionista, riuscendo a realizzare una unione organica tra sionismo e socialismo. Con la sua lotta per la conquista del lavoro ebraico nei centri agricoli creati dalla Seconda immigrazione, attraverso la creazione di una propria economia, cooperativa e pubblica, e attraverso la lotta popolare e la mobilitazione del capitale nazionale come mezzo per ricostruire il paese, il sionismo socialista salvò l’intero movimento sionista dal pericolo di uno scadimento della nuova società in forme di economia capitalistica e colonialistica, basate su una mano d’opera araba a buon mercato. L’obiettivo essenziale del sionismo socialista non era solo quello di creare un’economia e una società nazionali e indipendenti fondate sul lavoro degli Ebrei, ma anche quello di modellarle fin dall’inizio, e nei limiti del possibile, come economia e società socialiste. Tra le personalità di maggior rilievo del sionismo socialista, oltre quelle già menzionate, si possono ricordare: I. Ben Zvi e Z. Shazar, presidenti dello Stato d’Israele dopo Weizmann; M. Sharett, L. Eshkol e G. Meir, presidenti del consiglio dopo Ben Gurion; E. Kaplan e D. Remez, membri del governo con Ben Gurion e Sharett; J. Sprinzak, primo presidente del Parlamento; Ch. Arlosoroff, E. Golomb, I. Tabenkin e M. Yaari. Anche altri dirigenti del paese negli anni più recenti, M. Dayan, Y. Allon, P. Sapir, A. Eban, I. Galili, Sh. Peres, ecc., sono tutti rappresentanti del movimento laburista israeliano.

 

14. La Dichiarazione Balfour

Nel 1917 venne pubblicata la Dichiarazione Balfour, nella quale veniva dichiarato che il governo britannico considerava con favore la costituzione di “una sede nazionale” ebraica in Palestina. La dichiarazione venne inviata a lord Rothschild, anche se fu il risultato soprattutto degli sforzi e dell’opera di Weizmann. A questo proposito è interessante rilevare che quasi un secolo prima della Dichiarazione Balfour numerosi uomini politici e studiosi inglesi avevano perorato la causa del ritorno degli Ebrei in Palestina. Per esempio, lord Shaftesbury fin dal 1838 aveva cercato di dimostrare che il riscatto del popolo ebraico sarebbe stato possibile soltanto in Palestina, e nel 1840 il “Times” aveva pubblicato un memorandum sul ritorno degli Ebrei in Palestina. Il 22 gennaio del 1839 il memorandum era stato presentato alla regina Vittoria, con la preghiera di considerare con attenzione e benevolenza il problema del riscatto del popolo ebraico. Un testo analogo venne inviato anche a Palmerston, il quale dichiarò, il 14 marzo, che la regina era vivamente interessata alle aspirazioni e al benessere degli Ebrei e aveva preso in attenta considerazione il memorandum sottopostole. Memorandum furono inviati anche ai sovrani di Svezia, Danimarca, Hannover, Württemberg, Prussia e al presidente degli Stati Uniti. Nel febbraio del 1841, dei cittadini inglesi pubblicarono una risoluzione nella quale si leggeva: “Poiché è volontà del cielo che gli Ebrei facciano ritorno nel loro paese e che i popoli li aiutino, noi riteniamo che sia dovere del governo di Sua Maestà aiutarli a realizzare gli scopi che sono per loro desiderabili”. Nel marzo del 1841, Palmerston dichiarò di aver preso conoscenza del testo della risoluzione e di averne studiato attentamente il contenuto e le implicazioni. Non bisogna poi dimenticare la grande impressione prodotta dalla pubblicazione, nel 1876, del romanzo di G. Eliot Daniel Deronda e il ruolo che il libro svolse nel rafforzare l’idea del ritorno a Sion. I risultati di queste tendenze dell’opinione pubblica inglese non tardarono a manifestarsi: già all’epoca di Herzl il governo britannico dimostrò di voler aiutare gli Ebrei, prima a insediarsi nel Sinai e poi in Uganda.

 

15. Il Congresso di Karlsbad

Lo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, scosse l’unità dell’Organizzazione Sionista Mondiale e interruppe pure l’insediamento degli Ebrei in Palestina. Anche l’Organizzazione Sionista, come l’Europa, si trovò spaccata in due campi. Fu quindi solo nel primo Congresso riunito dopo la fine della guerra, a Karlsbad nel settembre del 1921, che Weizmann, il quale aveva riscosso un grande successo politico in Inghilterra nel 1917, poté essere eletto presidente dell’Organizzazione Sionista. Il Congresso di Karlsbad, il XII dell’Organizzazione, superò tutti i precedenti sia per numero di partecipanti che per livello d’interesse, anche se gli Ebrei della Russia non poterono prendervi parte, poiché il nuovo regime comunista, che aveva preso il potere nel 1917, aveva dichiarato illegale l’Organizzazione Sionista. Nonostante ciò, il Congresso di Karlsbad risultò uno dei più imponenti: si riunirono 512 delegati in rappresentanza di 855.590 membri delle diverse organizzazioni nazionali (nel Congresso del 1913 erano stati rappresentati solo 217.231 membri). Il Congresso decise di comperare le terre della valle di Jezreel e di appoggiare l’organizzazione dei pionieri, e si impegnò a sostenere tutte le scuole operanti in Palestina che avessero accettato l’autorità dell’Organizzazione Sionista. Sul terreno economico, il Congresso decise poi di portare il capitale della Angio-Palestine Bank a un milione di sterline e chiese a tutti gli scrittori, insegnanti e studiosi ebrei di consacrare i loro sforzi allo sviluppo della lingua e della letteratura ebraiche: a questo scopo, anche l’organo ufficiale del movimento, “Die Welt”, il giornale fondato da Herzl, sarebbe stato in futuro pubblicato in ebraico. Inoltre il Congresso protestò contro i disordini promossi dagli Arabi contro gli Ebrei in Palestina nel maggio del 1921, e manifestò il desiderio di vivere in pace con gli Arabi sulla base del reciproco rispetto. Il Congresso decise infine che le donne avrebbero goduto degli stessi diritti degli uomini e avrebbero potuto essere elette a tutte le cariche.

 

16. Vladimir Evgenevič (Ze’ev) Jabotinsky

Una delle personalità di maggior rilievo del sionismo fu certamente V. E. Jabotinsky, uno dei capi della Legione Ebraica organizzata in Gran Bretagna durante la prima guerra mondiale e poi dell’‛autodifesa’ organizzata a Gerusalemme durante i disordini del 1921. Egli abbandonò in seguito il movimento sionista e fondò una nuova organizzazione sionista (‛revisionista’) che si oppose senza successo al movimento sionista e ai suoi dirigenti. Dotato di qualità letterarie e oratorie, Jabotinsky fu sostenitore e interprete di un sionismo politico puro con tendenze estremistiche, che disprezzava i ‛piccoli risultati’ ottenuti con l’immigrazione, con il progressivo insediamento nel paese e la sua difesa, e attribuiva assai scarsa importanza alla situazione internazionale e al problema dei rapporti tra Ebrei e Arabi in Palestina. I suoi seguaci dettero vita a due organizzazioni impegnate nella lotta contro gli Inglesi: Eẓel e Leḥi.

 

17. Il mandato britannico sulla Palestina

La scelta di un ebreo, H. Samuel, da parte del governo britannico come primo Alto commissario per la Palestina suscitò molte speranze in una prossima fine dell’atmosfera di odio che circondava il potere britannico nella regione. Questa scelta rafforzò anche la convinzione che il governo britannico avesse ormai deciso di dare attuazione integrale alla Dichiarazione Balfour. Poco tempo dopo il suo arrivo in Palestina, davanti ai funzionari e ai rappresentanti di tutte le comunità e di tutti i settori della vita della regione, Samuel pronunciò un discorso in cui venne ribadita la volontà dei governi alleati di adottare misure idonee a “creare progressivamente una sede nazionale ebraica in Palestina”. Egli promise anche che in nessun modo sarebbero stati intaccati i diritti civili e religiosi dell’insieme della popolazione o sarebbe stata danneggiata la sua prosperità economica. Gli Ebrei rimasero soddisfatti di questa pubblica dichiarazione, ma molti funzionari civili e militari continuarono a guardare con scarsa simpatia la nuova politica che erano stati chiamati ad applicare. Inoltre, i pochi Ebrei che occupavano posti di responsabilità continuarono ad avere scarsa influenza rispetto alla maggioranza inglese, animata da sentimenti di ostilità nei loro confronti. I decreti e i regolamenti del nuovo governo furono pubblicati in inglese, in arabo e in ebraico, e anche di fronte ai tribunali le parti potevano deporre nelle tre lingue; l’Alto commissario decise però che il paese non avrebbe adottato il nome tradizionale, ‛Ereẓ-Israel’, ma quello di Palestina, seguito dalle iniziali del nome tradizionale. Quando Churchill venne a Gerusalemme nella sua qualità di ministro per le Colonie, si presentò a rendergli visita una delegazione araba, la quale gli chiese che venisse respinto il principio di una sede nazionale ebraica in Palestina, e che venisse impedito agli Ebrei di immigrare e di dar vita a un governo nazionale. Churchill respinse queste richieste, ma aggiunse che la dichiarazione del governo non presupponeva affatto che alla sede nazionale ebraica fosse destinato l’intero paese, ma semplicemente che una tale sede sarebbe stata creata in Palestina; e aggiunse: “Se si vuole sapere cosa significhi lo sviluppo di una sede nazionale ebraica in Palestina, possiamo rispondere che l’intenzione non è quella di dare al nazionalismo ebraico un potere esteso anche agli altri abitanti del paese, ma di favorire il miglioramento delle condizioni degli Ebrei che già si trovano sul posto con l’aiuto anche degli altri Ebrei sparsi per il mondo, in modo che la Palestina possa trasformarsi in un punto di riferimento al quale tutto il popolo ebraico sia interessato e del quale possa andare orgoglioso sia dal punto di vista religioso che razziale. A questo scopo è indispensabile che si sappia che il popolo ebraico si trova in Palestina per diritto e non per carità; e questo spiega la necessità di un interessamento internazionale per la creazione di una sede nazionale ebraica, la cui esistenza si troverebbe inoltre a poggiare su legami storici di antica data”. Per dare attuazione a questa politica, il Libro Bianco di Churchill prevedeva “il proseguimento dell’immigrazione ebraica, ma entro i limiti delle capacità di assorbimento economico del paese”. Il Libro Bianco di Churchill precedette di poco la ratifica del mandato per la Palestina da parte della Società delle Nazioni, avvenuta a Londra nella seduta del 22 luglio 1922. Nel testo approvato si leggeva tra l’altro: “È necessario creare in Palestina condizioni politiche, economiche e amministrative tali da assicurare l’insediamento di una sede nazionale ebraica e lo sviluppo di istituzioni di potere indipendenti. È necessario inoltre riconoscere l’Organizzazione Sionista come controparte abilitata a trattare per conto degli Ebrei con l’Amministrazione tutti i problemi concernenti la sede nazionale ebraica. L’Organizzazione Sionista deve arrivare a cooperare con tutti gli Ebrei pronti a collaborare alla creazione di tale sede. Occorre facilitare l’immigrazione ebraica (entro limiti opportuni) e incoraggiare insediamenti sicuri degli Ebrei sulle terre di proprietà pubblica e su quelle abbandonate che non siano necessarie per pubbliche necessità. Occorre promulgare una legge sulla nazionalità che permetta, tra l’altro, di attribuire la nazionalità palestinese a tutti gli Ebrei che si trasferiscono in Palestina. Le lingue ufficiali devono essere l’inglese, l’arabo e l’ebraico, e le feste delle tre religioni devono essere giorni ufficiali di riposo per i membri delle tre comunità”.

 

18. Verso la costituzione dello Stato d’Israele

La conferenza del 1935 elesse nuovamente Weizmann alla presidenza dell’Organizzazione Sionista e Ben Gurion alla presidenza dell’Esecutivo. Nel 1931 fu nominato Alto commissario a Gerusalemme il generale Wauchope, e fu così mantenuta la promessa, fatta precedentemente dal presidente del Consiglio britannico a Ben Gurion, di nominare un funzionario disposto ad aiutare l’immigrazione ebraica. In questo modo nel 1933 immigrarono 30.377 Ebrei; nel 1934, 24.259 e, nel 1935, 61.854. Queste cifre ufficiali non comprendevano però i ‛turisti’ che s’installarono nel paese in quello stesso periodo e che formarono le punte più elevate dell’immigrazione all’epoca del mandato britannico. Dopo l’ascesa di Hitler al potere, gli Ebrei tedeschi persero tutti i loro diritti e, durante gli ultimi anni del regime hitleriano, sei milioni di Ebrei europei furono sterminati da parte dei nazisti. In un primo tempo Hitler permise ancora agli Ebrei di abbandonare la Germania e di andare in Palestina. Questa emigrazione portò nel paese un patrimonio di conoscenze, di capitali e di capacità d’iniziativa che rappresentò un fattore decisivo nello sviluppo delle industrie e degli insediamenti agricoli. La guerra italo-etiopica del 1935 rappresentò la causa diretta e indiretta dei sanguinosi disordini che scoppiarono a Giaffa il 19 aprile del 1936 e che si propagarono poi in tutto il paese ad opera degli agenti del gran muftī di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini, che agiva in collaborazione con Hitler e Mussolini. Questi disordini, e la loro matrice internazionale, spinsero il presidente del Consiglio britannico, N. Chamberlain, e il ministro delle Colonie, M. MacDonald, ad annullare la Dichiarazione Balfour e gli impegni assunti con il mandato: si voleva ora trasformare la Palestina in uno Stato arabo sotto la protezione britannica. I disordini ebbero inizio, come s’è detto, il 19 aprile del 1936 e le violenze furono rivolte inizialmente contro gli Ebrei di Giaffa, sedici dei quali furono uccisi in un solo giorno. Alcuni giorni dopo l’Alto comitato arabo proclamò uno sciopero generale dei lavoratori, del commercio e dei trasporti i cui obiettivi comprendevano tre punti principali: interruzione dell’immigrazione ebraica, proibizione di vendere terre agli Ebrei e formazione di un potere eletto dagli abitanti del paese. Si trattava in poche parole di trasformare la Palestina in uno Stato arabo. Con il passare dei giorni, i disordini crebbero d’intensità e il terrorismo arabo si diffuse in tutto il paese. Quando poi venne chiuso il porto di Giaffa - dal quale dipendevano sia l’immigrazione ebraica sia il commercio ebraico, ma dove neppure un ebreo era autorizzato a lavorare - vennero adottate particolari disposizioni per scaricare i battelli sulla costa di Tel Aviv: furono così poste le premesse per la creazione di un porto in questa città ebraica. Lo sciopero proclamato dagli Arabi non danneggiò economicamente la comunità ebraica; al contrario: il numero degli operai ebrei nelle colonie agricole e nel porto di Ḥaifā crebbe considerevolmente, la produzione agricola degli Ebrei aumentò e la popolazione si organizzò con coraggio e intelligenza per far fronte alle difficoltà della situazione. Nonostante le provocazioni, gli Ebrei non attaccarono mai Arabi innocenti; nessun centro ebraico fu abbandonato e furono anzi creati nuovi agglomerati. I danni provocati dallo sciopero all’economia araba furono invece enormi, e pressioni sempre più forti furono quindi esercitate sull’Alto comitato arabo perché interrompesse lo sciopero. In seguito all’intervento dei sovrani arabi, il risultato fu raggiunto l’11 ottobre 1936. Nel frattempo, il 18 maggio 1936, il nuovo ministro delle Colonie aveva annunciato al Parlamento britannico la nomina di una Commissione d’inchiesta per indagare sulle cause dei disordini e per esaminare le lagnanze delle due parti. Sotto la direzione di lord Peel, la Commissione arrivò in Palestina l’11 novembre 1936. Weizmann comparve davanti a essa e parlò dei sei milioni di Ebrei europei la cui esistenza e il cui avvenire dipendevano dall’immigrazione e dalla creazione di uno Stato ebraico. Uno Stato siffatto era dunque una necessità urgente per gli Ebrei d’Europa, che avevano del resto sia la volontà sia le possibilità, economiche e culturali, di crearlo e assicurarne la sopravvivenza. Queste considerazioni fecero una profonda impressione sulla Commissione e influirono indubbiamente in modo consistente sulle sue conclusioni circa la creazione di uno Stato ebraico su una parte - in verità piccola - della Palestina. Il rapporto della Commissione fu pubblicato il 7 luglio 1937; la prima parte comprendeva un panorama storico, che illustrava gli antichi ininterrotti legami tra Palestina e popolo ebraico, le sofferenze dell’esilio, gli insediamenti ebraici in Palestina, i valori immortali creati dal popolo ebraico, l’importanza di tale patrimonio per l’umanità e la volontà indomabile degli Ebrei di ridare vita alla loro patria. Mai, fino a quel momento, neppure nell’ambito della letteratura sionista, era stata pubblicata una descrizione più esauriente della storia degli insediamenti ebraici in Palestina relativamente alle ultime tre generazioni. La Commissione ricordò poi che anche la popolazione araba aveva ricevuto la sua parte di benefici dall’immigrazione e dall’insediamento ebraico in Palestina: gli impegni assunti a questo proposito con il mandato erano stati rispettati e l’economia araba non aveva sofferto in alcun modo per la creazione di una sede nazionale ebraica. Il rapporto della Commissione rivelava inoltre per la prima volta un aspetto centrale della Dichiarazione Balfour: “Siamo stati autorizzati a verificare i documenti si legge sul rapporto - e abbiamo potuto constatare che con le parole ‛creazione di una sede nazionale ebraica in Palestina’, il governo di Sua Maestà aveva riconosciuto la possibilità, col tempo, della nascita di uno Stato ebraico, ma non era stato in grado di garantirla”. Il rapporto della Commissione citava poi il presidente Wilson, il quale il 3 marzo 1919 aveva detto: “È evidente che gli alleati, con il completo accordo del nostro governo e del nostro popolo, hanno deciso di creare un commonwealth ebraico in Palestina”; il rapporto aggiungeva che l’emiro Faisal, rappresentante degli Arabi alla Conferenza della pace, aveva accettato la Dichiarazione Balfour e aveva promesso, d’accordo con Weizmann, la cooperazione tra Stato arabo e Palestina e l’accettazione di una massiccia immigrazione ebraica e di una sistemazione quanto più rapida possibile nel paese. Il rapporto della Commissione concludeva affermando che la Palestina a ovest del Giordano doveva essere divisa in due parti, di grandezza ineguale, con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico sulla parte più piccola (a nord e a ovest) e uno Stato arabo, con la Transgiordania, a sud e a est. Con il rapporto della Commissione il governo britannico pubblicò anche un Libro Bianco, nel quale il governo stesso faceva presente di aver esaminato il rapporto e di averne approvato sia le valutazioni generali che le conclusioni. Lloyd George, presidente del Consiglio all’epoca della Dichiarazione Balfour, attaccò violentemente il rapporto, definendolo tra l’altro “vergognoso” in quanto misconosceva tutte le promesse fatte in precedenza agli Ebrei. In seguito anche ad altre critiche mosse al rapporto, sia alla Camera dei Comuni che a quella dei Lords, il governo ritirò la sua approvazione e decise di sottoporre il problema alla Società delle Nazioni e di formulare poi nuove proposte al Parlamento. Al Congresso sionista riunito a Zurigo nell’agosto del 1937, i sionisti americani e alcuni sionisti della Palestina si opposero alle proposte della Commissione in merito al progetto di divisione del paese e la maggioranza dei delegati decise che “le proposte della Commissione non potevano essere accettate e che il Congresso dava mandato all’Esecutivo di trattare con il governo britannico riguardo ai progetti di creazione di uno Stato ebraico. Qualora venisse accettata una proposta diversa per la creazione di uno Stato ebraico, il Congresso sarebbe stato nuovamente chiamato a discuterla e a decidere in merito”. Solo una piccola minoranza dei delegati (in particolare quelli del movimento Ha-Shomer ha-Ẓa’ir) respinse l’idea dello Stato ebraico e chiese la creazione di uno Stato binazionale. Il governo britannico nominò nel frattempo una nuova commissione, presieduta questa volta da sir John Woodhead, con l’incarico di preparare un nuovo progetto di divisione. Questo progetto rappresentò un’offesa sia per gli Arabi che per gli Ebrei, in quanto prevedeva l’annullamento del mandato e l’installazione di un potere britannico diretto in Palestina. Era quindi necessario dare impulso a qualsiasi prezzo all’immigrazione, anche senza l’autorizzazione del governo. Il primo tentativo di introdurre immigranti senza autorizzazione risaliva al 1927, quando il governo aveva ridotto al minimo il numero dei permessi. Al 1933 risaliva invece il primo arrivo illegale di un battello carico di immigranti (si trattò allora di un battello greco con 150 persone a bordo). Pertanto, quando nel 1938 il governo decise di adottare misure restrittive, l’immigrazione illegale cominciò ad assumere dimensioni sempre crescenti: giungevano battelli il cui carico poteva arrivare anche a 1.400 passeggeri. I governi dei paesi d’origine (Polonia, Romania, ecc.) dal canto loro incoraggiarono e facilitarono queste partenze. Fino al 1948, anno della nascita dello Stato d’Israele, arrivarono circa 115.000 persone sprovviste di autorizzazione. Contro questa corrente ininterrotta il governo britannico mobilitò tutte le sue forze presenti nel Mediterraneo e lungo le coste della Palestina; riuscì a rimandare indietro alcuni battelli, mise in prigione molti passeggeri, trasferendoli a Cipro in appositi campi di raccolta, ma, nonostante tutti questi sforzi, gli immigranti continuarono ad affluire in Palestina. Nel 1939 il governo britannico invitò i rappresentanti dell’‛Irāq, della Giordania, dell’Egitto e degli Arabi della Palestina da una parte, e l’Agenzia Ebraica e i rappresentanti degli Ebrei della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e della Polonia dall’altra, allo scopo di discutere il problema palestinese. Gli Arabi della Palestina si rifiutarono di incontrare gli Ebrei e fu quindi necessario organizzare due riunioni separate sotto la presidenza di Chamberlain. Dopo alcune riunioni il 15 marzo 1939 MacDonald, ministro delle Colonie, sottopose al Parlamento il testo finale della soluzione adottata dal governo. Tale soluzione prevedeva: 1) la formazione di un governo palestinese indipendente, né arabo né ebraico; 2) la redazione, da parte dell’Assemblea nazionale del popolo palestinese, della Costituzione del nuovo Stato indipendente; 3) l’immigrazione, nei cinque anni successivi, di 10.000 Ebrei ogni anno, con un supplemento previsto di 25.000 profughi qualora le capacità di assorbimento del paese lo consentissero; dopo i cinque anni, il proseguimento dell’immigrazione era subordinato al consenso arabo (il che voleva dire la cessazione dell’immigrazione ebraica); 4) la facoltà, da parte del Commissario governativo, di limitare la vendita delle terre nel periodo di transizione; a questo scopo, il paese era diviso in tre distretti: nel primo (2-3%) la vendita sarebbe stata libera, nel secondo (5%) sarebbe stata limitata e nel terzo (che avrebbe compreso la maggior parte del paese) la vendita agli Ebrei sarebbe stata proibita. La creazione di uno Stato palestinese doveva infine coronare il processo nel giro di un ventennio. Nonostante una forte opposizione dei laburisti, dei liberali e di alcuni dirigenti conservatori, tra i quali W. Churchill e L. Amery, il 23 maggio 1939 il Parlamento approvò il Libro Bianco. In risposta, il presidente dell’Esecutivo sionista a Gerusalemme, Ben Gurion, pubblicò la seguente dichiarazione: “I pionieri di Palestina, che per tre generazioni hanno dimostrato la loro tenacia nella trasformazione e nello sviluppo di una terra desertica, mostreranno il loro coraggio anche nella difesa dell’immigrazione, della sede nazionale e della libertà del popolo ebraico”. Al XXI Congresso sionista, riunito a Ginevra nell’agosto del 1939, Weizmann dichiarò: “Il terrorismo arabo è scoppiato nell’aprile del 1936; durante questi tre anni il popolo ebraico ha creato in Palestina cinquanta nuovi centri. Il legame eterno tra il popolo e la sua patria non sarà spezzato”. Alcuni giorni dopo la conclusione del Congresso, scoppiò la seconda guerra mondiale e, in queste mutate circostanze, Ben Gurion rilasciò la seguente dichiarazione: “Noi lotteremo con la Gran Bretagna contro Hitler come se il Libro Bianco non esistesse; noi lotteremo contro il Libro Bianco come se la guerra non fosse scoppiata”. 130.000 uomini e donne in età militare si arruolarono cosi per la guerra contro i nazisti, mentre i dirigenti arabi del paese e i capi di alcuni paesi arabi (come l’‛Irāq e l’Egitto) si schierarono invece al fianco di Hitler. Per molto tempo i capi dell’esercito britannico si opposero alla creazione di una unità militare ebraica indipendente; finalmente, nel settembre del 1944, contro il parere delle gerarchie militari, Churchill decise di riconoscere la Brigata Ebraica costituita in Palestina, che poté quindi combattere al fianco delle altre formazioni alleate contro Hitler e Mussolini. In seguito, l’entrata in guerra degli Stati Uniti rese evidente ai più che al termine del conflitto gli Stati Uniti e non la Gran Bretagna sarebbero stati la potenza dominante sulla scena mondiale. Ben Gurion partì quindi alla volta degli Stati Uniti con l’obiettivo di mobilitare l’ebraismo americano per ottenere l’abolizione del Libro Bianco inglese e, alla fine della guerra, la creazione di uno Stato ebraico. Nel maggio del 1942 si riunirono per la prima volta in una conferenza (indicata come Conferenza di Biltmore, dal nome dell’albergo dove si svolse) tutte le organizzazioni e i partiti sionisti degli Stati Uniti. Anche Weizmann prese parte a tale conferenza, al termine della quale venne adottato all’unanimità (con una sola astensione) il cosiddetto programma Biltmore, così formulato: “Il nuovo regime mondiale che nascerà dalla vittoria potrà fondarsi sui principî della pace, della giustizia e dell’eguaglianza soltanto se sarà stato risolto il problema della patria ebraica. La Conferenza chiede pertanto: 1 ) che i porti della Palestina siano aperti all’immigrazione ebraica; 2) che l’Agenzia Ebraica nome ufficiale dell’Esecutivo sionista sia autorizzata a convogliare l’immigrazione in Palestina e a ridare vita al deserto, sviluppando anche le zone disabitate e abbandonate; 3) che la Palestina divenga sede della comunità ebraica, come componente del nuovo assetto democratico mondiale”. Alcuni giorni dopo la fine della guerra in Europa, arrivò in Francia Ben Gurion, presidente dell’Esecutivo sionista, il quale ebbe un incontro con il ministro francese degli Affari Esteri. Al ministro che gli chiedeva: “Come potrà essere creato uno Stato ebraico senza che vi sia una maggioranza ebraica della popolazione?”, Ben Gurion rispose: “Le porte della Palestina si spalancheranno e gli Ebrei saranno ben presto in maggioranza”. Il ministro aggiunse: “Ma i paesi arabi vi permetteranno di creare uno Stato ebraico?” e Ben Gurion replicò: “Siamo sempre stati pochi di fronte a molti. Lo saremo anche questa volta e vinceremo”. Dopo un incontro con il ministro britannico delle Colonie, fu chiaro a Ben Gurion che gli Ebrei avrebbero dovuto contare esclusivamente sulle loro forze. Anche se egli sapeva che la Russia era segretamente favorevole alla creazione di uno Stato ebraico, sapeva anche però che Stalin non avrebbe certo rischiato la guerra per la causa degli Ebrei. Ben Gurion era anche a conoscenza del fatto che le organizzazioni ebraiche di difesa operanti clandestinamente in Palestina non potevano comprare armi pesanti nè esercitarsi con esse, mentre era invece assolutamente necessario riuscire ad acquistare in tempo armi di questo tipo e porre contemporaneamente le basi per la creazione di un’industria di guerra. Sapendo che al termine del conflitto gli Stati Uniti avrebbero smantellato una buona parte della loro industria bellica, Ben Gurion fece quindi venire immediatamente a New York l’ingegner Ch. Slavin, che dirigeva in quel periodo l’industria militare clandestina in Palestina, e lo incaricò, assieme a Y. Dori, capo di stato maggiore della Haganah (Difesa), che si trovava in quel momento a New York, di acquistare le macchine necessarie alla fabbricazione di armi. Le macchine così comprate vennero immediatamente inviate in Palestina. I due anni successivi alla fine della guerra furono i più difficili per le relazioni tra gli Ebrei e il governo mandatario. L’intensificazione degli attentati da parte di due organizzazioni terroristiche (Eẓel e Leḥi) e l’inizio di una rivolta che coinvolse l’intera Haganah spinsero le autorità britanniche a effettuare una serie di perquisizioni sia nelle città che nelle campagne e portarono alla requisizione di molte armi. Nonostante ciò, tutte le spedizioni di macchine pesanti arrivarono a destinazione, anche nel periodo in cui gli Inglesi occupavano ancora il paese, e nessuna di queste macchine cadde nelle loro mani, anche se non fu possibile utilizzarle fino alla partenza degli Inglesi stessi. La fine del 1945 vide anche la prima vittoria del Partito laburista britannico a schiacciante maggioranza. Questo avvenimento sollevò grandi speranze nel popolo ebraico, e in particolare all’interno del movimento sionista, in quanto il Partito laburista sosteneva ormai da molto tempo il sionismo e il suo programma. Nello stesso anno si riunì a Londra una Conferenza sionista, la prima dopo la fine della guerra e dopo lo sterminio di sei milioni di Ebrei europei da parte dei nazisti. In quell’occasione Ben Gurion ammonì energicamente che non c’era alcuna certezza che i laburisti, una volta al potere, facessero quanto avevano richiesto stando all’opposizione. Poco tempo dopo, la realtà si rivelò anche peggiore di quella prevista da Ben Gurion. Nel novembre del 1945, E. Bevin, ministro degli Affari Esteri, dichiarò al Parlamento che il contrasto tra Arabi ed Ebrei non era componibile e che era quindi necessario porre la Palestina sotto controllo internazionale. Questo significava, in altri termini, che sarebbe stato mantenuto il potere britannico, ma senza il mandato e gli impegni che esso comportava. Il 15 febbraio del 1947 Bevin annunciò al Parlamento che il governo britannico non poteva accogliere le richieste degli Arabi e degli Ebrei e che aveva quindi deciso di sottoporre tutti i problemi in discussione all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel dicembre del 1946 si riunì il XXII Congresso sionista, il primo convocato dopo la fine della guerra. Durante le sedute si manifestarono delle divergenze tra Weizmann, presidente dell’Organizzazione Sionista, e Ben Gurion, presidente dell’Esecutivo, a proposito dell’atteggiamento da adottare nei confronti della Gran Bretagna. Ben Gurion riteneva che il centro di gravità della politica sionista dovesse essere spostato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti; Weizmann aveva invece ancora fiducia nella Gran Bretagna e abbandonò quindi i lavori congressuali. Al termine delle sedute, il Congresso adottò questa risoluzione: “L’obiettivo principale del mandato può essere realizzato soltanto con la costituzione di uno Stato ebraico. Il Congresso si oppone a ogni forma di amministrazione fiduciaria in sostituzione del mandato e rivolge un appello alle Nazioni Unite e a tutti i paesi membri, chiedendo di sostenere le richieste del popolo ebraico per la creazione di un proprio Stato in Palestina e per la sua ammissione in seno alla comunità delle nazioni”. Durante i lavori del Congresso, Ben Gurion concentrò l’attenzione sul problema della sicurezza, che rappresentava, a suo giudizio, il problema centrale degli insediamenti ebraici in Palestina e che avrebbe deciso in definitiva la sorte di tutto il popolo ebraico. Durante una riunione della Commissione politica del Congresso, le cui deliberazioni non vennero rese pubbliche, egli si espresse in questi termini: “Oggi siamo di fronte a una situazione completamente nuova. La Palestina è circondata da paesi arabi indipendenti e poco conta se questa indipendenza, dal punto di vista politico, culturale ed economico, è soltanto formale. Per quanto concerne la nostra sicurezza, si tratta comunque di Stati indipendenti che possono comprare e produrre armi, creare e addestrare degli eserciti. Gli attacchi degli Arabi palestinesi non mettono in pericolo la sopravvivenza della popolazione ebraica, ma può anche succedere che gli Stati arabi confinanti decidano di attaccare gli Ebrei con i loro eserciti, ed è quindi necessario adoperarsi immediatamente per intensificare al massimo la nostra preparazione. Il dovere del popolo ebraico e del movimento sionista è di affrontare i problemi della sicurezza in tutta la loro ampiezza, la loro gravità e la loro urgenza, e di prevedere tutti i possibili pericoli. Forse gli Stati arabi non sono ancora pronti, ma noi ci troviamo attualmente alla vigilia di profondi mutamenti, e non possiamo aspettare che il pericolo maturi. Dobbiamo quindi prepararci immediatamente, facendo ricorso a tutte le nostre risorse tecniche e finanziarie. Questo è l’obiettivo fondamentale del sionismo in questo momento”. A quell’epoca, pochi comandanti della Haganah (la forza militare clandestina degli Ebrei durante il mandato britannico) avevano un’esperienza militare, e quasi nessuno pensava all’eventualità di un conflitto. Nell’aprile del 1947, le armi della Haganah comprendevano: 10.003 fucili (dei quali 8.720 utilizzati per la difesa locale), 1.900 pistole mitragliatrici, meno di 200 mitragliatrici e circa 450 fucili mitragliatori. L’‛armamento pesante’ era formato da 672 mortai da 2″ e 96 da 3″. Non vi era naturalmente neppure un cannone, né armi anticarro, né antiaerea; mancavano completamente i mezzi corazzati e qualsiasi tipo di forza aerea e navale. Al contrario, gli eserciti arabi contavano invece ben 153.000 soldati equipaggiati con tutte le armi normalmente in dotazione agli eserciti regolari. Nel febbraio del 1947 E. Bevin sollevò il problema della Palestina all’ONU, e l’Assemblea generale cominciò la discussione nel maggio del 1947. Il rappresentante sovietico, A. Gromiko, sorprese l’Assemblea e l’opinione pubblica mondiale quando, nel suo intervento, chiese la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. “Sarebbe ingiusto disse Gromiko non prendere in considerazione l’aspirazione degli Ebrei a creare un proprio Stato indipendente e privarli del diritto di realizzare questa aspirazione; sarebbe ingiusto soprattutto se teniamo presente tutto quello che gli Ebrei hanno dovuto sopportare durante la seconda guerra mondiale”. Alla fine della discussione l’Assemblea decise di costituire una speciale commissione con l’incarico di studiare il problema della Palestina. Verso la fine di giugno del 1947 la Commissione arrivò in Palestina e agli inizi di settembre, terminate le indagini, rese pubbliche le sue conclusioni, che si articolavano nei seguenti punti accettati da tutti: 1) mettere termine quanto prima al mandato britannico; 2) dare al più presto l’indipendenza alla Palestina; 3) ridurre al minimo indispensabile il periodo di transizione; 4) rendere l’ONU responsabile dell’amministrazione del paese durante il periodo di transizione. Su altri aspetti del problema i pareri all’interno della Commissione erano invece risultati divergenti. Una minoranza dei suoi membri proponeva la formula dello Stato federale, con una parte, limitata, del territorio per gli Ebrei e una, molto maggiore, per gli Arabi. La maggioranza proponeva invece di dividere il paese in due Stati legati tra loro da un’alleanza economica e di conservare Gerusalemme sotto controllo internazionale. In quegli stessi giorni era riunito a Zurigo l’Esecutivo sionista, il quale manifestò la sua soddisfazione per le proposte formulate dalla maggioranza e decise di definire la posizione ebraica dopo le deliberazioni dell’Assemblea dell’ONU. Il 29 settembre 1947 l’Assemblea approvava a maggioranza la spartizione della Palestina; a favore, dopo le deliberazioni dell’Assemblea dell’ONU, votarono trentatré paesi, tra i quali l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti; tredici votarono contro, tra i quali sei paesi arabi, quattro musulmani non arabi (Pakistan, Iran e Turchia) e inoltre India, Grecia e Cuba; tredici paesi si astennero. Di fronte a questi risultati, il governo britannico annunciò che avrebbe dato attuazione alle decisioni dell’Assemblea soltanto se gli Arabi e gli Ebrei le avessero approvate. Questa dichiarazione britannica rafforzò l’opposizione araba e gli Stati arabi annunciarono la loro intenzione di lottare con la forza contro la costituzione di uno Stato ebraico. Tra il 1939 e il 1947 erano praticamente cessati gli atti di violenza contro la popolazione ebraica da parte degli Arabi, i quali avevano capito, dopo l’esperienza dei disordini del 1936-1939, che non erano in condizione di indebolire e danneggiare gli Ebrei con attacchi diretti. I disordini avevano provocato danni maggiori agli Arabi che agli Ebrei, la cui forza era anzi uscita accresciuta dall’esperienza. Il movimento per gli insediamenti ebraici aveva infatti occupato nuove terre, la sorveglianza delle località controllate dagli Ebrei si era rafforzata e per oltre otto anni la tranquillità aveva regnato nel paese. Di fronte alla ripresa delle ostilità arabe nei confronti degli Ebrei, accompagnata dal ritorno del muftī come capo degli Arabi della Palestina e dall’attività della Lega degli Stati arabi contro il sionismo, nell’agosto del 1947 Ben Gurion pose questo drammatico interrogativo: “Possiamo considerare garantita l’esistenza fisica della popolazione ebraica in Palestina?” E aggiunse queste inquietanti considerazioni: “Non si tratta solo della sopravvivenza dei 600.000 Ebrei che vivono nel paese. Il problema è anche un altro, e non meno drammatico: se per disgrazia la popolazione venisse sterminata (e sei milioni lo sono stati in questi anni) il popolo ebraico è ancora in condizione di ricostituire una popolazione per la Palestina? Dobbiamo fronteggiare gli Arabi, non solo i gruppi irregolari, ma anche gli eserciti arabi regolari che sono dotati di un equipaggiamento militare completo: mitragliatrici e cannoni, aerei e mezzi corazzati. Saremmo colpevoli di fronte a noi stessi se non avessimo il coraggio di guardare in faccia questa dura e amara realtà. In questi termini va posto il problema delle speranze e del futuro di tutti gli Ebrei che sopravvivono nel mondo. Saremo in grado di far fronte a questa situazione? Siamo poco numerosi, ma abbiamo a nostro favore vantaggi non trascurabili, morali e intellettuali, la cui importanza può rivelarsi determinante. Questi vantaggi potranno rivelarsi utili se noi ci prepareremo ad affrontare qualsiasi eventualità, qualsiasi pericolo; se ci prepareremo con lo slancio e la prontezza richiesti, se considereremo questa preparazione come il problema centrale che abbiamo di fronte, come la missione dalla quale tutto dipende. Durante i prossimi due anni questa missione dovrà costituire l’idea guida di tutte le nostre iniziative, sia all’esterno che all’interno del paese. Nella popolazione abbiamo una sola organizzazione senza differenze ideologiche o politiche, senza destra o sinistra, operai o proprietari; questa organizzazione è la Haganah e noi la addestreremo in tempo perché sia in grado di svolgere il ruolo decisivo che le compete”. Subito dopo l’approvazione della spartizione, ripresero in Palestina i disordini fomentati dagli Arabi. L’Alto comitato arabo proclamò uno sciopero di tre giorni e il 2 dicembre una folla di Arabi incendiò il centro commerciale ebraico di Gerusalemme. In quell’occasione la polizia britannica impedì a membri della Haganah di portare aiuto ai loro confratelli. Due settimane dopo il voto dell’Assemblea, la Lega Araba si riunì al Cairo e decise di inviare in Palestina dei militari arabi spacciati come volontari. L’amministrazione britannica non fece nulla per prevenire questa invasione militare e rifiutò persino di collaborare con la Commissione incaricata di verificare l’esecuzione delle decisioni dell’ONU. Fu appunto in questa situazione che gli Arabi che vivevano sulle terre destinate allo Stato ebraico cominciarono a fuggire verso i paesi arabi, ubbidendo così agli ordini ricevuti dall’Alto comitato arabo. Contemporaneamente si intensificarono gli attacchi delle bande arabe, rafforzate dai militari dei paesi arabi vicini. Negli scontri che ebbero luogo a Ḥaifā ebbe il sopravvento la Haganah, la quale promise agli abitanti arabi eguaglianza di diritti e totale libertà a condizione che venissero consegnate tutte le armi. Il Comitato arabo locale accettò, ma l’Alto comitato arabo che si trovava in Egitto ordinò agli Arabi di abbandonare Ḥaifā: entro due settimane l’armata araba sarebbe entrata nella città e avrebbe gettato a mare tutti gli Ebrei. Ubbidendo all’ordine, circa 60.000 Arabi abbandonarono immediatamente la città, ma altri 40.000 rimasero; pressappoco lo stesso avvenne anche a Tiberiade, a Safed, a Beth-Shean e a Giaffa, dove restarono circa 3.000 Arabi. L’Alto commissario promise all’Esecutivo sionista che la circolazione sulla strada di Gerusalemme non sarebbe stata interrotta, ma gli Arabi bloccarono la strada e strinsero d’assedio la capitale. Alla fine del mese di marzo del 1948 si svolse la prima grande operazione militare, che riuscì a riaprire la strada ai convogli diretti alla città; questa volta, l’esercito britannico restò praticamente inattivo. Agli inizi di aprile, il Comitato esecutivo sionista, riunito a Tel Aviv, approvò il programma del Consiglio nazionale per la formazione di un governo provvisorio di 13 membri, che sarebbe restato in carica fino al momento in cui fosse stato possibile indire delle elezioni democratiche; il Comitato approvò anche la costituzione di un’assemblea di 37 membri come Parlamento provvisorio con la presenza dei rappresentanti di tutti i partiti attivi all’interno della popolazione ebraica. Il 10 aprile del 1948 Ben Gurion fece questa dichiarazione: “La situazione dell’attuale governo della Palestina continua a deteriorarsi, ma esso cerca ancora, alla vigilia della sua partenza, di ostacolare qualsiasi tentativo di difesa da parte della popolazione ebraica. Il 15 maggio prossimo il mandato avrà ufficialmente fine, e il paese si troverà aperto a un intervento massiccio dei paesi arabi. Il rapporto numerico tra gli Ebrei della Palestina e gli Arabi (esclusi quelli dell’Africa del Nord) è di uno a quaranta. Gli Arabi hanno uno statuto nazionale di cui gli Ebrei sono ancora privi. Contro di noi vi sono sette Stati arabi indipendenti: Libano, Siria, Transgiordania, ‛Iraq, Egitto, Arabia Saudita e Yemen. Questa situazione ci mette di fronte a un problema di dimensioni enormi, quale da oltre 1.800 anni non avevamo dovuto affrontare: un problema da cui dipende la nostra sorte. L’alternativa non è tra difenderci o arrenderci: il problema è piuttosto sapere come dobbiamo combattere per assicurarci la vittoria [...]. L’attacco degli Arabi è cominciato il 31 novembre ed è andato avanti fino a oggi senza interruzioni. Durante questi quattro mesi il nemico non è riuscito a invadere nessuno dei nostri centri, anche se molti di essi sono isolati, poco abitati e assai distanti tra loro. Nessun nostro centro è stato distrutto e nessuno abbandonato; sono invece stati abbandonati parecchi villaggi arabi. In questi giorni è in corso un’offensiva su larga scala contro Gerusalemme, ma la popolazione ebraica non ha per nulla abbandonato il campo. Questo ci conferma che possiamo avere fiducia nell’avvenire, anche se non possiamo certo trarre delle conclusioni definitive”. Dopo discussioni protrattesi per circa dieci giorni, il Comitato esecutivo prese questa decisione: “In conformità all’opinione espressa dal movimento sionista mondiale e con l’accordo di tutta la Casa d’Israele, con la fine dello sleale governo mandatario cesserà ogni potere straniero, il popolo si ristabilirà sulla sua terra e sarà indipendente nella sua patria”. Venne anche deciso che per quanto concerneva la sicurezza (mobilitazione, difesa, direzione delle operazioni militari) la guida sarebbe rimasta nelle mani del governo provvisorio. L’Organizzazione Sionista si sarebbe invece occupata dell’educazione all’estero, del problema dei pionieri, dello sviluppo di Gerusalemme e del reperimento dei fondi. Nonostante mancasse ancora più d’un mese alla fine del mandato, questa decisione rese possibile la Dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio 1948, con la quale venne fondato lo Stato d’Israele. Quel giorno i membri del Parlamento provvisorio si riunirono e la proclamazione della nascita dello Stato d’Israele fu approvata all’unanimità al canto della Ha-Tikvah (inno nazionale), mentre nelle strade danzavano folle esultanti. La sera di sabato 15 maggio 1948, il presidente del Consiglio, Ben Gurion, pronunciò un discorso che venne trasmesso per radio: “È accaduto ieri in Israele un fatto che solo le generazioni future potranno capire in tutta la sua portata storica. In questi giorni ognuno di noi ha un solo dovere: costruire con amore, fiducia e sentimenti fraterni lo Stato d’Israele, difenderlo con tutta la sua anima e con tutte le sue forze fino a quando sarà necessario [...]. In questi giorni ricordiamo con amore e riconoscenza particolari tutti i pionieri e i difensori di tre generazioni che ci hanno permesso di arrivare a questo giorno - i fondatori di Mikveh Israel, Petaḥ Tikvah, Rishon le Zion e Rosh Pinnah; i costruttori dei nuovi centri nel Negeb e sulle alture della Galilea; i fondatori della Ha-Shomer e della Legione Ebraica, e gli eserciti che oggi si trovano al centro di eroiche battaglie, da Dan a Beersheba. Molti di essi non sono più tra noi, ma il loro ricordo non uscirà mai dal nostro cuore e da quello di tutto il popolo ebraico. Tra quanti sono ancora vivi vorrei ricordare questa sera solo il nome di quel grande uomo che, pur se non ricopre una carica ufficiale e non riscuote per tutte le sue idee il nostro consenso, resterà sempre l’eletto del popolo perché nessuno ha contribuito come lui a tutte le conquiste pratiche e politiche del sionismo: il dottor Chaim Weizmann. Ieri è stato fondato lo Stato d’Israele e il nostro governo provvisorio si è già rivolto a tutte le nazioni del mondo, grandi e piccole, d’Oriente e d’Occidente, comunicando l’esistenza del nostro Stato e il nostro desiderio di collaborare con l’ONU per la pace, il progresso e la prosperità del mondo [...]. Non ci facciamo alcuna illusione sulla possibilità che il nostro cammino, anche dopo il riconoscimento ufficiale, sia in futuro cosparso di rose. Il cammino che abbiamo davanti è lungo, difficile e irto di spine. [...] Dobbiamo prepararci ad accogliere le masse dei nostri confratelli esiliati e perseguitati, quelli che si trovano a Cipro e nei campi d’Austria e di Germania, così come tutti gli altri esiliati che affluiranno ormai con fierezza verso il loro paese liberato. Noi li accoglieremo con amore fraterno e ci adopreremo perché essi possano mettere radici nella loro patria. Lo Stato d’Israele fa appello a ognuno di noi perché compia con fiducia i doveri connessi alla difesa, alla costruzione del paese e all’assorbimento degli immigrati. Così facendo saremo degni dell’ora che stiamo vivendo”.

 

19. Obiettivi attuali del sionismo

Il XXIII Congresso sionista venne riunito a Gerusalemme nel 1951 e in tale occasione il movimento sionista, partendo dalla nuova realtà della costituzione dello Stato d’Israele, adottò il Programma di Gerusalemme, nel quale il ruolo futuro del sionismo era così sintetizzato: “Rafforzare lo Stato d’Israele, riunire gli esiliati e assicurare l’unificazione del popolo ebreo”. Nel 1968, dopo la guerra dei sei giorni, venne riunito il XXVII Congresso sionista, durante il quale il movimento sentì l’esigenza di ampliare gli obiettivi del Programma di Gerusalemme che vennero così riformulati: a) unità del popolo ebraico e centralità dello Stato d’Israele nella vita del popolo; b) riunione del popolo ebraico nella sua patria storica attraverso l’immigrazione da tutti i paesi; c) rafforzamento dello Stato d’Israele, fondato su una visione profetica di giustizia e di pace; d) conservazione dei caratteri specifici del popolo ebraico mediante la promozione e il rafforzamento dell’educazione ebraica e dei valori culturali e spirituali ebraici; e) difesa dei diritti degli Ebrei ovunque si trovino.

 

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