13 gennaio 2015

Torna il clarinetto del grande Busoni

La benemerita etichetta olandese Brilliant Classics ha in programma per i primi mesi del 2015 la pubblicazione di un’ampia e significativa selezione delle composizioni per clarinetto di Ferruccio Busoni. Protagonisti dell’impresa il clarinettista Davide Bandieri, la pianista Alessandra Gentile, il Quartetto di Roma e la Camerata Strumentale ‘Città di Prato’ diretta da Jonathan Webb.

L’iniziativa, che ho il piacere di annunciare con buon anticipo rispetto ai tempi di uscita del cofanetto, è quanto mai opportuna e benvenuta: pur trattandosi infatti di un corpus quantitativamente limitato, specie a tener conto della eccezionale prolificità di Busoni, l’insieme, oltre a coprire l’intero arco della carriera compositiva del suo autore, presenta uno spettro di soluzioni formali e una varietà di assetti strumentali di assoluta rilevanza. La sensibilità di Busoni alle peculiari prerogative timbriche del clarinetto, ben evidente, al di là della produzione specificamente dedicata allo strumento, a chi consideri il complesso della sua attività di strumentatore e di orchestratore, non può certo sorprendere. Clarinettista di fama internazionale, oltre che compositore, era infatti il padre di Ferruccio, Ferdinando. Personaggio eclettico e poliedrico, autore di una molto fortunata Scuola di perfezionamento per il clarinetto, uscita a stampa a Amburgo per i tipi di Cranz nel 1883, Ferdinando ebbe il grande merito di sottrarre la formazione musicale del figlio alla dimensione angusta, prevalentemente domestica, che le era stata riservata dalla madre, la pianista Anna Weiss. Fu Ferdinando, soprattutto, a promuovere, nell’autunno del 1875, quel viaggio a Vienna che tanta importanza ebbe per la paideia musicale del piccolo Ferruccio. A Vienna Ferruccio si iscrisse al Conservatorio, frequentandolo per due semestri, perfezionò la sua tecnica pianistica, ebbe modo di ascoltare in concerto una gran quantità di musica, entrò in contatto con una serie di musicisti di primaria importanza, tra i quali Brahms, Liszt e Anton Rubinstein, cominciò a farsi conoscere nelle vesti di bambino prodigio. Il 3 febbraio del 1876, non ancora decenne, il piccolo Ferruccio si esibì in veste di pianista al Bösendorfer Saal, presentando, tra l’altro, cinque pezzi di sua composizione, ben giudicati dal severo Hanslick. Di Ferdinando Busoni il cofanetto presenterà, opportunamente, due brevi pezzi: una Melodia per clarinetto in si bemolle e pianoforte risalente agli anni ottanta e un pezzo del 1870, la Réverie pastorale per clarinetto in si bemolle e pianoforte, una composizione a metà tra il foglio d’album e il pezzo di genere, del tutto in linea con il gusto tardo-ottocentesco per l’oleografico e il caratteristico all’interno del quale si inscrive a pieno titolo. Tra le composizioni più antiche per clarinetto e pianoforte di Busoni inserite nel cofanetto è da annoverare una corolla di brevi pezzi editi nel 1991 per Henle da Georg Meerwein sotto il titolo Frühe Charakterstücke für Klarinette und Klavier. I pezzi, che risalgono agli anni tra il 1877 e il 1879, documentano una fase aurorale dell’attività compositiva di Busoni, il quale all’epoca aveva appena superato i dieci anni di età, e possono essere a buon diritto considerati nell’insieme una sorta di precoce omaggio ai genitori. Per quanto queste brevi composizioni di prima adolescenza non oltrepassino in linea generale i confini del pezzo di genere, non si può evitare di sottolineare come esse siano tutt’altro che banali, specie per quanto riguarda il trattamento dell’armonia, già pienamente maturo, la non comune inventività nella configurazione del materiale tematico e la ricca, intensa cantabilità delle linee melodiche.  Al medesimo torno di tempo che i pezzi raccolti da Meerwein, dunque agli anni tra il 1877 e il 1879, risale la Sonata in re maggiore per pianoforte e clarinetto K 138 (Busoni-Nachl.-Nr. 135). Per quanto ne sopravvivano soltanto tre movimenti, tutto lascia pensare che Busoni avesse in mente di scrivere un finale, che però manca. Il primo movimento, ‘Allegro deciso’, si presenta strutturato, pur entro certi limiti, secondo i canoni della forma sonata. Il secondo movimento, un ‘Andante’ in sol minore, si presenta in forma tripartita. Da sottolineare, nella prima sezione, la limpida, tersa bellezza della linea melodica affidata al clarinetto. La sezione centrale, di intensa drammaticità, si segnala per il ricorrere di veloci figurazioni in biscrome alternate tra i due strumenti. Segue infine un minuetto in do minore con trio in la bemolle maggiore. Anche nel caso della Sonata non si può fare a meno di considerare con stupore la salda coscienza formale dimostrata dal giovanissimo Busoni: un motivo in più per dare ragione a chi ritiene che per chiudere la composizione fosse stato progettato un finale. Con l’Elegia per clarinetto e pianoforte in mi bemolle maggiore (K 286, Busoni-Nachl.-Nr. 336), risalente al 1920 e dedicata al clarinettista Edmondo Allegra, siamo all’estremo opposto della carriera compositiva di Busoni: non più una prova di prima gioventù ma un pezzo di matura compiutezza per il quale non sarebbe certo fuori luogo parlare di capolavoro. A isolare i tratti costitutivi della composizione, una lunga, dilatata melopea cromatica di astratta, siderale melancolia e, a un tempo, di inaudita concentrazione espressiva, dolcemente svolta dal clarinetto su un accompagnamento uniforme del pianoforte, non trovo di meglio che citare quanto Sablich, nella sua monografia su Busoni, scrive a proposito dell’assetto armonico delle Elegie per pianoforte, un precedente che, a partire dal titolo eminentemente rilkiano, sarebbe del resto impossibile ignorare in relazione alla composizione più tarda: «Dal punto di vista degli elementi compositivi, le Elegie portano molto avanti la ricerca nei campi della melodia e dell’armonia, da una parte nella tendenza sempre più spinta alla melodia dall’ampio respiro, non tema ma guida interna del divenire musicale e per così dire anima della polifonia; dall’altra nell’affermazione di una tonalità allargata, emancipata dalle dissonanze, ‘multiversale’. Busoni non rinuncia polemicamente alla tonalità come punto di riferimento e stato di riposo (le triadi perfette), ma le avvolge in figurazioni che arricchiscono il succedersi di tensioni e distensioni e ampliano la funzione strutturale dei gradi tonali, ricercando centri di attrazione in perpetua rotazione e talvolta sovrapposti in stratificazioni politonali. Si realizzano così alcune delle convinzioni più drastiche contenute nel contemporaneo Abbozzo di una nuova estetica della musica: per esempio, la costituzionale identità dei modi maggiore e minore, sentiti non come opposti ma solo come un tipo complesso di variante psicologica […]. Ciò porta a sfumature e chiaroscuri modali di impalpabile finezza, secondo quel “gusto dello smorzamento e della elisione modale” in cui Vlad riconosce una costante della sensibilità armonica di Busoni e, più latamente, della sua spiritualità». Il cofanetto comprenderà inoltre tre composizioni per clarinetto e quartetto d’archi, tutte risalenti al tempo di Graz, dunque agli anni tra il 1879 e il 1881. Da ricondurre entrambe all’instancabile attività di trascrittore e rielaboratore condotta da Busoni lungo l’intero arco della sua carriera compositiva sono l’Introduktion von Louis Spohr und Elegie von Heinrich Wilhelm Ernst (B 110, Busoni-Nachl.-Nr. 168) e la trascrizione dello Abendlied op. 85 n. 12 per pianoforte a quattro mani di Schumann (B 107, Busoni-Nachl.-Nr. 169). Alle due trascrizioni si aggiunge una breve Suite in sol minore in tre movimenti (K 176, Busoni-Nachl.-Nr. 167), databile per Hilmar alla primavera del 1880. Il primo movimento si presenta ripartito in un ‘Andantino’ in tre quarti seguito da una sezione ‘Vivace assai’ in tre ottavi; il secondo è un ‘Vivace e marcato’ in funzione di scherzo, di mercuriale, mendelssohniana levità; il terzo un ‘Moderato’ di intensa, espressiva cantabilità nella linea melodica svolta dal clarinetto. Resta da dire del Concertino per clarinetto e piccola orchestra op. 48 (K 276), risalente al 1918 e dedicato, come l’Elegia K 286, al clarinettista Edmondo Allegra. Concepito in un unico movimento, il pezzo è in realtà ripartito in quattro ben distinte sezioni che si succedono senza soluzione di continuità: ‘Allegretto sostenuto’, ‘Andantino’, ‘Allegro sostenuto’ e infine un ‘Tempo di Minuetto, sostenuto e pomposo’ che in poche battute porta il pezzo a conclusione. Come per la di poco più tarda Elegia, anche per il Concertino si può parlare di un tardo ritorno di Busoni al mondo dell’infanzia e all’immagine del padre (Stuckenschmidt). Sablich ha messo a ragione in risalto l’«esemplare concisione» e il «delicato virtuosismo» del pezzo, nato nel segno di Mozart in un periodo nel quale Busoni era impegnato nella composizione del Doktor Faust. In termini che ricordano molto da vicino alcune composizioni appartenenti alla produzione estrema di Richard Strauss (penso in particolare al mirabile Concerto per oboe e orchestra, del 1945, e all’altrettanto mirabile Duett-Concertino per clarinetto, fagotto, orchestra d’archi e arpa, di due anni più tardo), Busoni fa rivivere il Settecento in una luce di tenue, soffuso rimpianto. Il clarinetto svolge le sue linee, quanto mai essenziali, su un accompagnamento che non si potrebbe immaginare più lieve e traslucido (l’orchestra, oltre agli archi, prevede non più che due oboi, due fagotti, due corni e un triangolo). Il ‘Tempo di Minuetto’ finale, il cui tema ricorda in modo irresistibile il motivo che accompagna, nel Rosenkavalier, il primo ingresso in scena di Ochs, porta la rievocazione del rococò e dello stile galante a apoteosi: degna chiusa di un pezzo che potrebbe apparire non molto più che un parergon, e che è invece da considerare come un capolavoro della tarda stagione di Busoni. La rete offre un’esecuzione d’eccezione, quella registrata nel maggio 1966 da Thomas Kelly e da Jascha Horenstein alla testa della Royal Philharmonic Orchestra: la offro volentieri all’ascolto tornando, in chiusa, a ricordare l’uscita del cofanetto Brilliant, che si annuncia tra gli eventi discografici dell’anno.


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