29 maggio 2020

Trasparenza

 

 

 

In un incipit atipico, ma spontaneo e quasi d’impulso, di approcciare il lemma in epigrafe nella dimensione acrostica, può delinearsi la “trasparenza”, quale t endenza di scienza e coscienza, r ivolta all’agire collettivo, a ncorata alla coscienza civica, s enza distinzione alcuna, p er ergersi a dogma primario, a nteposto a qualsivoglia comportamento, r estìo ad interpretazioni scevre dal rispetto altrui, e levato a dato di emblema morale, n on solo giuridico e fonte di diritto, z elo di stile di vita, a lla stregua di una visibilità dettata da moralità intrinseca e non certo – o, quanto meno, non solo – dal rispetto delle regole.

 

Ne discende che, alla stregua di un inquadramento che connota già di per sé, sia pur in forma singolare e forse asintattica, un assioma (e sintomo) di valore che nella sua essenza è sicuramente multidirezionale e multidisciplinare, parlare di trasparenza alla fine della seconda decade del terzo millennio, più che un “ossimoro”, potrebbe diventare una devianza dalla realtà. Di trasparenza tutti i soggetti operanti in ogni budello e brandello del vivere fanno professione di fede, salvo – di converso – non rendere mai (o quasi) realmente applicato tale auspicio potenziale. A meno che non si voglia fare di questa caratteristica (i.e.: prerogativa), la quale dovrebbe essere il “timbro” e la “cifra” sostanziale, per l’appunto, di ogni comportamento umano, un proprio e semplice “esercizio di scuola”.

 

Tuttavia la società del presente – e del futuro ancor di più – di tutto avrebbe bisogno, tranne di esercizi. Ma tant’è.

 

Ed è così che lo sforzo è (deve essere) quello che la trasparenza, realisticamente definibile quale “lo specchio coerente dell’illibatezza”, prima di tutto, per fine “culturale”, non debba rappresentare l’antidoto ai comportamenti distorti e quindi l’emblema di quelli virtuosi, bensì una connaturata dimensione di appartenenza inculcata ed inculcabile fin dalla fanciullezza. Su tale scia, in una veste propria di ogni politica pubblica che per essere tale si muova dal basso, non vi può essere una declinazione di “trasparenza” che non parta da una base sociale (o, meglio, “socio-pedagogica”, oserei dire) per trovare nello spazio del diritto una collocazione di esclusivo paradigma di legalità e come tale da porre in posizione di “effetto” e non di preliminare input concettuale.

 

Ed è così che nella sfera dell’ordinamento giuridico, in disparte l’ovvia ragione consustanziale che deve giocoforza legare la trasparenza alle decisioni e ai comportamenti (latamente intesi) della Magistratura – tanto quella inquirente, quanto quella giudicante  –  risalta la disposizione di principio della legge generale sul procedimento amministrativo, secondo cui “l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza, secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai princípi dell'ordinamento comunitario” (art. 1 L. 241/90).

 

“Pubblicità” e “trasparenza”, pertanto, quali concetti accomunati, facce della stessa medaglia, ancorché distinte. Vieppiù, per dirla con qualificata dottrina, “al fine di garantire che l’azione amministrativa sia trasparente, la pubblica amministrazione è, quindi, obbligata a rendere conto delle risultanze dell’istruttoria, ovvero spiegare i motivi che l’hanno indotta a prendere una determinata decisione. L’obbligo della motivazione, esteso a tutti i provvedimenti, fatta eccezione per quelli normativi ed a carattere generale, rappresenta pertanto uno strumento che garantisce la trasparenza dell’azione, in sinergia con altri, introdotti con la legge n. 241/1990, quali l’intervento nel procedimento e la possibilità di richiedere informazioni al responsabile sull’andamento dell’istruttoria[1].

 

Un atto amministrativo privo di motivazione, non è un atto amministrativo, e come tale privo di quella necessaria nitidezza argomentativa che fa capire il “perché” e il “per come” della propria raison d’etre.

 

Lo stesso ordinamento speciale sugli appalti pubblici, di estrazione eurounitaria, all’art. 30, comma 1, secondo periodo del c.c.p. (D.Lgs. 50/16) dispone che “Nell'affidamento degli appalti e delle concessioni, le stazioni appaltanti rispettano, altresì, i principi di libera concorrenza, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, nonché di pubblicità con le modalità indicate nel presente codice”. Di conseguenza gli obblighi di pubblicità rendono visibili i procedimenti agli operatori del settore (e non solo, in quanto ai destinatari e quindi ai fruitori delle commesse), interessati a concorrere alle vicende selettive e a conoscere gli atti che ne conseguono.

 

In tale contesto, da ormai trent’anni, si fa strada (su scala onnicomprensiva) la regola, per dirla con Bobbio, che “rispetto a prima quando tutto era segreto, tranne ciò che era eccezionalmente pubblico, diventa tutto pubblico, tranne ciò che è eccezionalmente segreto”.

 

È il diritto di “accesso ai documenti” (artt. 22 e ss. L. 241/90 e D.P.R. 184/06) che consente – qualora ricorrano determinati presupposti – di visionare ed estrarre copia di atti e documenti detenuti da determinate entità pubbliche e private e che a far tempo dall’entrata in vigore del D.Lgs. 33/13 trasmigra (ma con circostanze giuridiche diverse, ma cumulabili) nell’ “accesso civico” (generalizzato e non), quale opzione per il richiedente – anche non munito di precipuo interesse giuridicamente qualificabile – di “vedere”, “verificare” e “ottenere informazioni” (c.d. F.O.I.A. – Freedom of information act) e rispetto alla cui ampiezza di parametri uniche esimenti si rinvengono nell’art. 5-bis epigrafato “Esclusioni e limiti all’accesso civico”, ove fanno argine la sicurezza e l’ordine pubblico, indagini ispettive, segretezza della corrispondenza, proprietà intellettuale e quant’altro secretabile e non ostensibile a terzi.  Per completezza, si segnala l’Adunanza Plenaria del Supremo Consesso, n. 10 del 2 aprile 2020 (ivi si legge: “la luce della trasparenza feconda il seme della conoscenza”), con riferimento all’accesso civico alla sezione esecutiva degli appalti pubblici.

 

Ed è ancora così che la c.d. legge anticorruzione (L. 190/12) pone la trasparenza in una posizione verticistica nel modello di prevenzione ai comportamenti contra legem, al punto da affidare interazioni a sostegno della legalità alla Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (art. 1, comma 2) e delegare precipui compiti e responsabilità al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza nell’ambito dei relativi (e specifici) “Piani”.

 

In questo circuito di poteri cui spesso non conseguono responsabilità e di responsabilità cui talvolta non si accomunano poteri, la trasparenza significa l’opposto della slealtà  (e quindi sana cultura, oserei dire) più che legalità, diventando grimaldello per tutti i poteri dello Stato – ordinamento, cui il Costituente, al secondo comma dell’art. 3 della sempre attuale – e armonizzata all’evolversi dei tempi – Carta Costituzionale, affida l’incarico di rimuovere gli ostacoli che limitano la valorizzazione della persona umana nel contesto di Stato democratico. Solo in tale visione non esclusivamente statica, ma estremamente dinamica, si potrà dare alla trasparenza uno “spazio qualificato” (e endogeno) nei sistemi di vita, funzionale – innanzitutto – al “rispetto civico” quale teorema di socialità e non (mera) repressione di mala gestio. E quindi, prima di tutto, trasparenza quale baluardo di “policy – making”, vale a dire emblema di quel “processo che caratterizza lo svolgimento dell’attività politica e che coinvolge i diversi interessi, le regole esistenti, gli stili decisionali, le questioni sul tappeto o anche le diverse fasi del processo”.[2]

 

* avvocato

 

 

[1] C. Franchini - M. Lucca -  T. Tessano, Il nuovo procedimento amministrativo, Rimini 2005, pag. 85.

[2] M. Fedele, Come cambiano le amministrazioni pubbliche, Bari 1998, pag. 128.

 

 

 

 

Crediti immagine: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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