9 aprile 2018

Turner al Chiostro del Bramante

Fu un artista particolarmente prolifico Joseph Mallord William Turner: alla sua morte, nel 1851, lasciò un grandioso corpus di opere – 30.000 lavori cartacei, 300 dipinti a olio e 280 album da disegno, il cosiddetto Turner Bequest – che alcuni anni dopo fu donato alla Gran Bretagna e poi conservato per la maggior parte presso la Tate Britain.

La mostra Turner. Opere dalla Tate avvia una collaborazione tra la galleria inglese e il Chiostro del Bramante a Roma e colma un vuoto che dura ormai da parecchi anni, l’assenza dell’artista inglese dalla scena espositiva romana: fino al 26 agosto è a disposizione una selezione di una novantina di pezzi, tra studi, schizzi, acquerelli e olii, di un artista che sconcertò e affascinò i suoi contemporanei con le sue sperimentazioni sulle potenzialità espressive della luce e del colore e che precorse per certi aspetti gli sviluppi successivi degli impressionisti e dell’astrattismo.

Articolata in sei sezioni, la mostra permette di cogliere l’evoluzione dell’approccio di Turner al paesaggio (che per lui non è mai sfondo ma protagonista assoluto, reso con soluzioni compositive innovative), e il passaggio dall’acquerello alla tecnica a olio, che gli permetteva di esplorare meglio tutte le manifestazioni della luce, spesso in relazione a un altro elemento chiave delle sue opere, l’acqua.

Amava dipingere all’aperto Turner, e viaggiare, soprattutto nei mesi estivi: percorse Francia, Belgio, Olanda, Germania, Lussemburgo, Danimarca, Boemia, Svizzera e fu molte volte anche in Italia, alla ricerca di nuovi scorci e di nuovi spunti, portando sempre con sé l’occorrente per fermare ciò che il suo occhio coglieva, per poi completare nei mesi invernali, nel suo studio, il lavoro iniziato. E ben presto, dopo i primissimi lavori d’esordio, più tradizionali, Turner sviluppò un rapporto sempre più lirico ed emotivo con i soggetti delle sue tele, che si trattasse di una nave battuta dai venti tra le onde dell’oceano, di un episodio storico o mitologico o di una veduta della laguna veneta.

Pare che in un’occasione arrivasse persino a farsi legare all’albero di una nave durante una tempesta pur di vivere in prima persona questa esperienza, esservi completamente immerso (è proprio il caso di dirlo), e riuscire poi a riprodurla con pennelli e colori. E davvero i suoi paesaggi, che divennero via via più rarefatti, declinazioni di luce e di colori vibranti, sembrano spesso luoghi dell’anima, tele dipinte ‘con tutti e cinque i sensi’, che ci rimandano a esperienze totalizzanti e a un dialogo spirituale e poetico con la natura.


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