13 dicembre 2016

Un anno al vetriolo, il canto d’amore e odio di Ellroy

Astenersi stomaci deboli e spiriti sensibili o facilmente impressionabili: questo è «un tomo tosto per benpensanti ruvidamente reazionari» e infatti si intitola, esplosivamente, terroristicamente, Un anno al vetriolo ed è firmato da una delle penne più ruvide e muriatiche d’America – James Ellroy.

Edito qualche mese fa da Contrasto (pagg. 208, € 24,90), il libro è un racconto per parole e immagini di killer da prima pagina e storiacce di cronaca nera, laddove le parole sono curate da Ellroy e le immagini sono state scattate dagli agenti del Los Angeles Police Department nell’anno di grazia e disgrazie 1953.

Il Lapd non è probabilmente la più importante squadra di polizia statunitense, ma è sicuramente la più leggendaria, fascinosa e picaresca, come tiene a precisare nella prefazione un ex suo “affiliato”, Glynn Martin, già a capo del Lapd e ora direttore del Los Angeles Police Museum: proprio il ricchissimo e truculento archivio museale è stato compulsato e saccheggiato da Ellroy per imbastire questo saggio fumantino, che assomiglia un po’ a un catalogo di una mostra fotografica e un po’ a una galleria di mostri, un po’ a una docufiction poliziottesca e un po’ a un romanzo criminale.

La fama e la fortuna del dipartimento losangelino si deve in buona parte a William H. Parker, che ha diretto, riformato, ripulito e rilanciato il Lapd dal 1950 al 1966. Detto «Whiskey», per la sua passione etilica, Parker è «stato uno dei poliziotti più onorati e rispettati del XX secolo... Riformista. Reazionario. Domatore della città. Progressista. Donnaiolo, bigotto, ubriacone. Odiava e temeva il caos – soprattutto per via dei suoi problemi con l’alcol e del suo stesso, caotico, carattere». Era uno da “tolleranza zero”, per intendersi, politicamente scorretto, abbastanza razzista e insensibile alle cosiddette “libertà civili” perché «il tuo diritto di colpire il prossimo finisce là dove inizia il suo naso».

Parker è un Gattopardo – «l’equivalente losangelino del patriarca siciliano nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e nel film di Luchino Visconti... Un uomo severo e rigido da spezzare il cuore, con quella vita grandiosa e caotica che è tipica degli alcolizzati. Rispondeva delle sue azioni soltanto a Dio, e gli mancava la terrena dote della pietà». Di lui Ellroy ha profondissima stima: non a caso, una delle sue opere più celebri, L.A. Confidential, è la ricostruzione letteraria di uno dei primi casi di Parker. Ma la stima si estende anche all’intero Lapd, cui lo scrittore è legato per vicende personali, non proprio lusinghiere; confessa lui (classe 1948): «Il Lapd ha preso a calci il mio culo in tre diverse occasioni tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, rimettendomi a forza sulla retta e stretta via».

Ellroy e la sua squadra di ex sbirri, oggi volontari a vario titolo presso il museo, hanno scelto di riaffabulare le cronache nerissime del 1953 perché quello è stato un anno di «casi davvero insoliti», e non tutti risolti: tra le pagine sfilano foto e resoconti di bizzarri suicidi e suicidi artistici; rapine a mano armata; «furti a conoscenti», ovvero ladri di polli; uomini ammazzati per 150 dollari e vecchiette freddate per molto meno, anzi proprio per niente; sparatorie in hotel di quart’ordine o nei “niteklub” malfamati; amanti uccisi prima di consumare l’adulterio dal marito dell’adultera; guardoni, pervertiti, stupratori di manichini; dalie nere e prostitute lacrimose; jazzisti in cella (Dexter Gordon, ad esempio, suonava il sax nella band del carcere!); gang di adolescenti latinos; coltivatori di marijuana; medici abortisti... ma anche tanti agenti del glorioso dipartimento.

Questa non è però una «raccolta di casi splatter» poiché «i fotografi del Lapd usavano la macchina con pura efficienza poliziesca. Le immagini di questo volume cercano di evitare “l’eleganza” della scena del crimine». La didascalia la confeziona Ellroy, ma anche lo stesso lettore, imbeccato dall’autore: «La didascalia mettila tu. Questa foto ti incoraggia a farlo. Perché? Perché non c’è il minimo artificio. I grandi scatti della polizia sono potentemente espliciti e perfetti; lasciano agli osservatori ampio spazio di immaginazione».

Così, alla fine, questo resta un romantico, ironico «libro di nostalgia reazionaria. L. A.: ci vieni in vacanza, torni a casa in libertà vigilata. L. A.: dove vado quando le mie donne chiedono il divorzio. L. A.: qui abita la maggior parte delle persone a cui voglio bene. L. A. è come l’America. Tutti ci bistrattano. Eppure tutti vogliono venire qui». Un anno al vetriolo è il canto d’amore e odio di Ellroy per il proprio Paese, la propria terra, la propria città natale, «una miscela di mondanità e fango», in cui il Lapd si specchia torbidamente e si vede riflesso: «La città più provocatoria d’America si è meritata la forza di polizia più provocatoria d’America... La loro grandezza, la loro sfacciataggine, la loro bellezza attira una varietà spropositata di belve pronte alla razzia. Perciò le foto di questo libro. Ritraggono il caos in paradiso». Rip.

 


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