14 luglio 2020

Un artista chiamato Banksy, in mostra a Ferrara

 

S’intitola Un artista chiamato Banksy ed è la mostra ideata e prodotta da MetaMorfosi Associazione Culturale, in collaborazione con Ferrara Arte, che rende omaggio all’arti-star di Bristol. Ospitata a Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al 27 settembre 2020, l’esposizione documenta il ventennale lavoro del più irriverente artista contemporaneo. Da una parte le opere, gli oggetti (e anche i concetti), i poster, le copertine dei vinili, le t-shirt – tutto rigorosamente proveniente da collezioni private – dall’altra la personalità dominante, indiscussa, forte, schiacciante di Banksy, la belva che non mostra il viso ma soltanto il talento con cui si balocca del caotico mondo contemporaneo. Allergico per definizione a ogni canonicità, anti-establishment per principio, abile a centrare furiosamente i bersagli senza mai farsi imbrigliare dalla banalità, Banksy, il “working class boy” che si è fatto strada nella giungla urbana di Bristol, è la più ruggente evoluzione di tutte le avanguardie artistiche. Il perché ce lo spiegano Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, curatori insieme a Acoris Andipa dello straordinario evento. 

 

Stefano, il mondo dell’arte ha sempre crivellato in maniera spietata Banksy 

Proprio così. La critica lo considera artisticamente nullo. Il Guardian e il New York Times hanno scritto più volte di non riuscire a spiegarsi il successo di questo artista che “non produce nulla di interessante”. Il mondo dell’arte, si sa, è l’unico ambito dove il successo di un’opera è determinato non dal pubblico, ma da un gruppo di persone. Il fatto che Lucio Fontana sia presente nei musei non è certo per l’influenza che ha avuto sul mondo ma per quella che ha esercitato su un gruppo di pensatori e decisori. È evidente. Attraverso i suoi interventi, Banksy è entrato direttamente in contatto con il pubblico scavalcando così il sistema dell’arte. 

 

Un’incursione fulminea che ha fatto leva su un dettaglio non trascurabile: la contraddizione

Oltre a essere lo spirito del nostro tempo, la contraddizione è l’unica chiave ermeneutica di Banksy. Guardando la Storia dell’Arte ci accorgiamo che a fare la differenza sono stati gli artisti come lui che si sono divertiti a spostare in altre direzioni il lavoro consueto dell’arte.

Grannies, 2006, di Banksy (per gentile concessione di Vittorio Sgarbi)

Un altro spirito del tempo è la celebrità. Mentre tutti si beano nel quarto d’ora di celebrità profetizzato da Andy Warhol per ogni abitante del Pianeta, Banksy resta di spalle e non incassa

Nel 2007 durante una sua personale tenutasi a Los Angeles, sullo schermo di un computer – posto su un’orribile colonna greca dipinta di rosa – campeggiava una frase potentissima: “Nel futuro avremo tutti quindici minuti di anonimato”. Banksy aveva già capito come sarebbe andata la questione. Sapeva che la profezia di Warhol si stava avverando e che il principio prima o poi si invertirà. Com’è noto, Banksy ha scelto di restare anonimo. A tal proposito, in un suo libro ha scritto “Non avrei alcun problema a rivelare la mia identità; l’unica cosa che mi fa desistere è che la gente rimarrebbe delusa perché sono una persona banale”. Ed è proprio questa sua decisione che probabilmente suscita ammirazione. 

 

Esistono dei punti di contatto con Warhol?

Be’, sì. Oltre alla Kate Moss rielaborata come la Marilyn, e alla lattina di zuppa del supermercato britannico Tesco – esposta al MOMA durante uno dei suoi interventi – Banksy prende da Warhol l’idea della serigrafia, realizzando così un’arte non nella forma autentica e unica – che è quella del quadro tradizionale – ma in quella autentica e multipla. Una mossa che permette una diffusione dell’arte ad ampio raggio. Nella mostra ospitata a Palazzo dei Diamanti, non a caso, i prestatori non sono soltanto le super-star della musica e del calcio, o i ricconi del Pianeta, ma anche degli operai che hanno acquistato opere di Banksy a 35 sterline. Ecco, fra i punti di contatto con Warhol vi è proprio l’idea di avere influenza sulle masse. Oltretutto, va detto, Banksy ha la capacità mediatica di un leader mondiale. Ci pensi? Disegna quattro topi e finisce su Al Jazeera. 

 

Un successo frutto del mainstream?

Penso proprio di sì. Banksy sfrutta una cosa che non riesco ancora a definire bene, come se fosse una portante della comunicazione. Esplode nel 2008, proprio quando arriva Facebook. Prima dei social-network era relegato esclusivamente a un mondo di conoscitori. Ci sono tanti artisti anonimi molto apprezzati che non hanno sul pubblico la stessa presa che ha lui, né la rivendicazione politica o la pretesa di dire cose sui temi generali. E lui con due immagini semplicissime – il Lanciatore di fiori e la Balloon Girl – è riuscito nella più deflagrante impresa di arrivare a tutti. 

 

Gianluca, le opere di Banksy non hanno l’espressione serafica delle divine e malinconiche signore del Rinascimento, ma quel cinismo tipicamente british che esplode in un ghigno irriverente, anarchico sovversivo, ironico e non-violento  

Quella di Banksy è la sublimazione di un artista che nasce e cresce a Bristol in un contesto da sempre considerato una zona franca del territorio britannico. La sua formazione culturale è strettamente legata ai processi tipici dell’antagonismo umano a cui appartiene. Insieme a questa sua “educazione civica e sociale” è riuscito a mettere a fuoco alcuni temi, creando un meccanismo che funziona molto bene in una logica come quella in cui viviamo oggi, con gli elementi grammaticali del linguaggio urban-street. Nel ghigno a cui fai riferimento, per esempio, io ci vedo i Monty Python, Peter Sellers, Benny Hill, Rowan Atkinson e tutti gli altri modelli britannici che hanno deriso il potere e le figure istituzionali.

 

La mossa abile di Banksy sta anche nell’aver saputo intercettare il gusto dell’osservatore-medio

Banksy ha proprio l’empatica capacità di immedesimarsi nell’osservatore medio, distante dalle logiche canoniche dell’arte, desideroso di un’immagine di riferimento e alla costante ricerca di un dialogo non con un progetto complesso ma con delle immagini singole. Alla maniera di Warhol – inventore della rivista Interview, il primo magazine che parlava attraverso la copertina – Banksy realizza delle opere asciutte, semplificate e immediate che ci offrono tutto in una singola pagina. Certo, la lettura filosofica e sociologica può essere più o meno ampia, ma lui è stato fin da subito abile a mettere dentro tutto quello che vorrebbe lo spettatore-medio. E questa, secondo me, è la mossa vincente che ha permesso a Banksy di diventare Banksy. Cosa che altri non hanno voluto o saputo fare. 

 

Stiamo parlando dell’uomo, dell’artista, che – scegliendo il muro come luogo migliore su cui pubblicare i lavori – ha permesso all’arte urbana di diventare un trend in ascesa

È proprio così. La street art ha avuto un primo corto circuito dopo Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, due artisti partiti dall’urban e condotti dentro una dimensione pittorica del quadro. Nel corso degli anni ci sono stati tanti altri esempi interessanti – vicini al muralismo di Diego Rivera e Mario Sironi – mai entrati nel sistema di prima categoria del mondo dell’arte. Banksy ha sdoganato questa fase 2.0 della street art rendendola globale. Dopo di lui e con lui, è vero, sono stati in molti a trarne beneficio. 

Mickey Snake, 2015, di Banksy (per gentile concessione di Vittorio Sgarbi)

Banksy ha vinto, anzi ha stravinto. Il Micky Snake lo conferma

È un’opera da grande artista, alla Damien Hirst. Banksy non è un grande pittore, è evidente. Gli stencil facilitano il linguaggio e permettono l’esecuzione delle opere. Con quella scultura, però, ha tirato fuori il jolly. È un capolavoro epocale. Un’idea di lettura di tutta la cultura teen che da sempre ruota attorno ai fenomeni statunitensi – ricadendo inevitabilmente su Walt Disney – e del buonismo iconografico di ovattare la realtà per nascondere il vero senso delle cose. Il Mickey Mouse divorato dal pitone è un’opera che segna un prima e un dopo. La vedo già nei libri di Storia dell’Arte, fra le opere che in futuro racconteranno ai posteri il nostro tempo.

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Immagine di copertina: Love is in the air (o Flower thrower), 2003, di Banksy (per gentile concessione di Vittorio Sgarbi)

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