03 maggio 2017

Un atto d’amore nei confronti del ciclismo. Dannati del pedale

In tempi di stucchevoli celebrazioni per la centesima edizione del Giro d’Italia, che parte il 5 maggio, ci voleva proprio una contro-storia, una agiografia al contrario dei Dannati del pedale, così come si intitola il bel libro di Paolo Viberti, giornalista sportivo, da poco edito da Edicicloeditore.

Più che un saggio, spiega nella prefazione Davide Cassani, questo «è un atto d’amore nei confronti del ciclismo, una ricerca dell’uomo dietro ogni atleta. È insomma un testo importante per chi abbia il desiderio di capire gli eroi della bicicletta, dal tempo dei “forzati della strada” sino a oggi, siano essi dannati o da santificare».

La bontà dell’opera, articolata in tre sezioni (I dannati, I romantici e I luoghi del culto, la meno intrigante), sta nell’essere fruibile e godibile da tutti, non solo dagli addetti ai lavori: ecco allora la fumantina sfilata dei «ciclisti più inquieti, romantici e faustiani, da Coppi a Pantani», sui quali, per fortuna, non ci si dilunga troppo, considerata la già abbondante bibliografia in merito – idem per Bartali. Più che sulla rivalità, l’autore indugia sulla comunanza di Fausto e Gino anche nella «tragedia: entrambi infatti persero un amatissimo fratello minore per una caduta in corsa (Serse e Giulio)».

È una scia nera quella seguita dai protagonisti del sellino: c’è Ottavio Bottecchia, ad esempio, la cui sciagurata fine nel 1927 ricorda quella di Michele Scarponi pochi giorni fa. Anche il friulano, classe 1894, morì in un misterioso incidente: era uscito alle quattro e mezza del mattino per allenarsi e fu trovato poche ore dopo agonizzante sul ciglio della strada. Nel 1967, esattamente 40 anni dopo, Tommy Simpson lasciò la pelle sulla salita al Monte Ventoso, stroncato da un mix di anfetamine, caldo e alcol; dopodiché nacque ufficialmente l’antidoping.

Il «Pantani iberico», José María Jiménez, soprannominato “il selvaggio”, era perseguitato dall’umor nero: entrava e usciva dalle cliniche per problemi di depressione e morì d’infarto, a 32 anni, mentre firmava autografi. Un altro spagnolo triste, Luis Ocaña, “l’anti-Merckx”, si sparò alla tempia, mentre Hugo Koblet, gran seduttore, per una donna perse la testa e persino la vita: lasciato dalla moglie Sonja, ex indossatrice, si ridusse quasi a fare lo stalker, appostato fuori da casa di lei, sul lago di Zurigo. Poi, respinto per l’ennesima volta, si andò a schiantare con l’auto contro un albero di pere.

Tra i più spericolati figurano “il cannibale” Merckx, “il tasso” Hinault e “il diavolo rosso” Gerbi, cantato da Paolo Conte: «Nella Milano-Torino del 1903 andò talmente forte da arrivare sul traguardo ancor prima dei giudici, che si erano spostati in treno». Non vedendo nessuno all’arrivo, Gerbi aspettò al bar: fu il barista, poi, a dover testimoniare per lui, certificando e ufficializzando la sua straordinaria vittoria.

Fuoripista, si distinsero per le loro peripezie amorose Anquetil, che «sedusse mamma, figlia e nuora», Bugno in «fuga d’amore» e Adorni, tormentato dall’«astinenza sessuale». Non mancano, viceversa, gli intellettuali, ciclisti pensosi più che carnali, come “l’eremita” Charly Gaul, “il Professore” Laurent Fignon e “il filosofo” Alfredo Martini, le cui battute sono degne del Lear: «I vecchi dovrebbero andarsene prima dei giovani, perché non possono caricarsi anche di questo dolore». Lui, però, visse fino a 93 anni.

Nel gruppo di coda compare una donna: Alfonsina Strada, classe 1891, che nel 1924 si presentò al Giro con il nome di Alfonsin. Il suo successo fu quello di non arrivare mai ultima; poi, «viaggiò per il mondo, esibendosi sui rulli nei circhi». Segue Bruno Zanoni, «scaltro ritardatario nonché ultima maglia nera nel ’79»: dopo di lui il “trofeo al contrario” fu abolito, anche per «motivi di ordine pubblico, essendo sempre più difficile tenere il traffico chiuso in attesa dell’ultimo classificato».

La maglia dell’eccentricità va, però, a Henri Pélissier, un «eroe di un romanzo dell’800»: una volta abbandonò un Tour de France perché, dopo la tappa, gli negarono un bicchiere di vino extra; un’altra fece scandalo parlando di doping e mostrando la propria scorta di farmaci. Tuttavia, sceso dalla bicicletta, fu un uomo perso, svuotato, abulico. La moglie Léonie, stanca di lui, si sparò, mentre Camille, l’amante successiva, dovette sorbirsi violentissime sceneggiate. Nell’ultima, Henri minacciò la compagna con un coltello e lei, per difendersi, lo freddò con cinque colpi: la pistola era la stessa con cui si era suicidata la moglie due anni prima.

 

Paolo Viberti, Dannati del pedale, Edicicloeditore, 2017, pp. 160

 


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