18 giugno 2015

Un autografo di Cosimo de' Medici, sovrano intellettuale

di Carlo Pulsoni

È tipico della propaganda dei regimi autoritari far apparire i governanti non solo come statisti illuminati ma anche come raffinati intellettuali in grado di spaziare sugli argomenti più vari. Limitandoci alla sola fortuna italiana, Stalin figura anche in veste di linguista ( Sul marxismo nella linguistica, Roma, Edizioni Italia-URSS, 1950), Ceaușescu di storico ( Momenti di storia del popolo romeno del movimento democratico operaio e rivoluzionario della Romania, Roma, Editori Riuniti, 1979), mentre sua moglie Elena, praticamente semianalfabeta, come un genio della chimica (Ricerche nel campo della sintesi e della caratterizzazione dei composti macromolecolari, Milano, Sugarco, 1980). Decisamente più onesta si rivela la dicitura nella medievale General Estoria in cui si afferma che il sovrano castigliano Alfonso X, detto il Saggio, «fa un libro non perché lo scriva con le proprie mani, ma perché ne concepisce gli argomenti, li corregge, li rende omogenei, li indirizza e mostra il modo in cui devono essere fatti e poi decide chi li deve scrivere, e per questo diciamo che il re fa il libro». Apre ora un capitolo inedito sul rapporto tra potere e scrittura una importante scoperta di Dario Brancato, docente di Letteratura italiana della Concordia University di Montreal e attualmente borsista presso Villa I Tatti, in merito alla Firenze di Cosimo I de’ Medici.

 

Abbiamo chiesto a Dario Brancato di illustrarci la scoperta, a partire da Cosimo e dagli intellettuali al suo servizio. A Cosimo stava molto a cuore la creazione del consenso all’interno del suo stato e per questo fece particolare attenzione alla politica culturale. Ma fino a oggi si riteneva che questa fosse nelle mani dei suoi segretari, uomini di fiducia del duca che ricoprivano alcuni ruoli chiave all’interno delle istituzioni dello stato fiorentino. Per Cosimo, insomma, la cultura sarebbe stata solo un mezzo per rafforzare il suo potere. In realtà, il ritrovamento (che verrà debitamente analizzato in sede scientifica) di una nota autografa di Cosimo nel manoscritto principale della Storia fiorentina di Benedetto Varchi, indica il coinvolgimento diretto del duca nel lavoro di revisione dell’opera. Tutto ciò ci dovrà far rivedere necessariamente il rapporto fra potere e intellettuali. 

 

Per quale motivo Cosimo era così interessato a costruire un consenso culturale intorno a lui? La legittimità del potere di Cosimo aveva fondamenta molto labili. Il duca apparteneva a un ramo collaterale della famiglia de’ Medici, la cui linea principale si era estinta proprio col predecessore e cugino di Cosimo, Alessandro, assassinato all’inizio del 1537, senza eredi legittimi. Per di più, Cosimo doveva riappacificare una città e un dominio che erano stati messi in ginocchio: prima da un lungo assedio delle truppe imperiali che aveva spento l’ultima repubblica fiorentina (1527-30); poi dal regime tirannico di Alessandro, il quale, condannando a morte o al confino i suoi avversari politici, aveva provocato un’emorragia di persone e capitali da Firenze. La costruzione del consenso passò da un lato attraverso una maggiore presenza dello stato nelle istituzioni politiche, economiche e culturali; e dall’altro attraverso la possibilità che Cosimo offrì ai suoi avversari politici di riconciliarsi con lui. 

 

Il primo nome che viene in mente, dunque, è quello di Benedetto Varchi. Varchi rientra in questa specie di programma di “rientro dei cervelli” istituito da Cosimo: era partito da Firenze nel 1537, perché sostenitore della repubblica, e vi era tornato nel 1543 stipendiato direttamente dal duca, che nel 1546 gli aveva affidato l’incarico ufficiale di scrivere una storia di Firenze.

 

La Storia fiorentina uscì, però, solo postuma a ben 150 anni dalla morte dell’autore? Questo avvenne in parte perché la morte improvvisa del Varchi, nel 1565, gli impedì di terminare l’opera, in parte per motivi ancora sconosciuti: fino ad oggi si è parlato di una censura politica da parte dei Medici dovuta alle ripetute critiche nella Storia verso la famiglia regnante, in particolare contro papa Clemente VII. Tuttavia, mi sono sempre chiesto perché non fosse stata allestita dopo la morte del Varchi una versione “purgata” della Storia e pertanto ho consultato i manoscritti originali: migliaia di pagine contenenti appunti, brutte copie e versioni più o meno finali. Soprattutto mi incuriosivano le ultime correzioni in ordine cronologico apportate al testo. 

 

Di che cosa si tratta? Sono lunghi tagli al testo, accompagnati da brevi correzioni e da indicazioni sul da farsi. E dal momento che la scrittura, o meglio, le scritture erano diverse da quelle dell’autore e dei suoi collaboratori, ho esaminato un’enorme quantità di filze di lettere presso l’Archivio di Stato di Firenze per poter far luce su questo mistero paleografico. Il mistero però si è rivelato una scoperta dalla portata enorme quando ho identificato nelle mani che effettuano il lavoro di revisione quelle di Cosimo e del suo medico Baccio Baldini. Il ruolo del duca, seppur limitato a una sola nota, è però quello di regista di questa operazione editoriale, in quanto detta a Baldini - un intellettuale a sua volta di grande rilievo - quello che deve tagliare o correggere nel testo del Varchi.

 

Quali sono le ragioni che rendono importante questo ritrovamento? Innanzitutto il tipo di lavoro: tutte le correzioni al testo, specialmente i tagli, non hanno alcunché di censorio, ma si spiegano in ragione di una riduzione di un testo troppo prolisso. Questo significa che vengono a cadere tutte le ipotesi di una Storia censurata perché antimedicea o repubblicana. In secondo luogo, il coinvolgimento diretto di Cosimo nel lavoro redazionale costituisce un unicum nel panorama culturale della Firenze del tempo: è come se il duca avesse preso il pennello a Vasari per ritoccare di sua mano gli affreschi del Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Infine, è tutta da studiare la figura del Baldini.

 

Perché? Oltre a essere medico di corte, il Baldini fu anche il primo curatore della Biblioteca Laurenziana, un membro dell’Accademia Fiorentina e l’autore della prima biografia di Cosimo. Il riconoscimento della sua scrittura ci consente di svelare un altro mistero: di mano del Baldini, infatti, sono anche alcune delle annotazioni nei documenti attinenti alla «Mascherata della Genealogia degli Dei», una sfilata allegorica organizzata per il carnevale del 1566. Baldini è stato solo di recente proposto come l’ideatore del complesso progetto iconografico della sfilata, generalmente attribuito a Vincenzio Borghini, un altro intellettuale dell’epoca, ma la proposta non è stata universalmente accettata: la presenza della mano del Baldini nelle carte della «Mascherata» deve per forza voler dire che il medico non fu un semplice comprimario.

 


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