04 agosto 2017

Un’epopea tatara ai tempi del Gulag

di Simone Zoppellaro

La Russia, ponte naturale fra Oriente e Occidente, terra dal carattere inconfondibile eppure eterna sintesi fra mondi e culture, non smette di sfornare capolavori. Tradotta in ventiquattro lingue, la storia della tatara Zuleika, esile deportata dalle lunghe trecce, è di uno di quegli esordi letterari che non possono lasciare indifferenti, immergendoci nella storia di questo immenso Paese, in una delle sue pagine più cupe, ma con un messaggio di pace e di speranza. È un’epopea-fiume, quella che abbiamo di fronte – minimale e sontuosa, umile ma raffinata, femminile e dunque universale – che ci scorre fra le dita, rapida come un lampo, nonostante le sue cinquecento pagine di volume. Sullo sfondo: il ghiaccio, la fame atavica, la deportazione in un Gulag degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Ma, anche e soprattutto, il ritratto di una doppia vicenda d’amore, capace di trasfigurare l’aspro paesaggio siberiano e l’esperienza della prigionia e della violenza subita – in un paradosso soltanto apparente – in un’occasione di crescita e sviluppo per i nostri protagonisti.

Da un lato, abbiamo così l’amore sconfinato di una madre per il figlio, partorito e cresciuto fra innumerevoli sofferenze e stenti, che conduce però questi, il piccolo Juzuf, a una educazione sentimentale e culturale raffinata, patrocinata dagli intellettuali pietroburghesi internati, che lo spingerà a scegliere la via dell’arte e della pittura. Vi è poi la madre, Zuleika, che la deportazione strappa a una misera vita rurale nei pressi di Kazan', dove il patriarcato e la superstizione erano l’unica sua prospettiva, per condurla – pur fra traumi e umiliazioni subite – a un’emancipazione compiuta che rimetterà in discussione i fondamenti della sua stessa esistenza, e le farà scoprire l’amore. Vi è infine Ignatov, il comandante, che la nostra vicenda trasforma da carnefice e assassino del marito di Zuleika fino a divenire suo amante, in una figura che – pur fra le molte contraddizioni presenti – assume i tratti del giusto, quasi del salvatore.

Il tutto narrato dagli occhi verdi sgranati della protagonista, tatara e musulmana, che si trova catapultata a vivere in un piccolo villaggio da loro stessi fondato nella lontana Siberia, dove convivono una accanto all’altra persone di oltre ventuno etnie diverse. Un viaggio narrativo dal ritmo travolgente, quasi in un’infinita cavalcata, quello compiuto da Zuleika dalle campagne del Tatarstan fino all’estremo Oriente sovietico, che ripercorre all’inverso quello fatto dai suoi antenati, nomadi di etnia turca, attraverso le sterminate pianure della Russia. Questo nella cornice di un romanzo nel quale, seppur affondi orgoglioso le sue radici nella cultura russa, affiorano di continuo memorie culturali e letterarie del milieu turco-persiano e musulmano. Su tutto, ricordiamo i riferimenti al grande poema del poeta sufi Farid ad-Din Attar, Il verbo degli uccelli, che il lettore italiano può apprezzare nella traduzione di Carlo Saccone. Ma anche i nomi dei protagonisti ad altro non rimandano, infine, che al Giuseppe biblico e alla moglie di Putifarre, ritratti anche nel Corano e in diverse variazioni narrative in versi persiane, turche e indiane.

Un grande affresco dove convivono, innestandosi, amore e follia, mistica e storia, sogni e natura, che abbiamo la fortuna di leggere in italiano nella versione impeccabile e curatissima di una traduttrice come Claudia Zonghetti. Uscito nel 2015, Zuleika apre gli occhi della giovane scrittrice Guzel’ Jachina, si è rivelato da subito un caso letterario senza precedenti in Russia, fra entusiasmi e polemiche, ed è in via di realizzazione una serie televisiva basata sul romanzo. Da non perdere, per gli amanti della grande letteratura.

 

Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, Salani Editore, 2015, pp. 504

 

 


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