26 aprile 2020

Un incubo condiviso

 

Il mio incubo del momento è questo: un palcoscenico allestito per lo spettacolo, gli attori in scena e la platea vuota, eccetto che per una telecamera che fa una diretta streaming. Spettatori che comprano l’accesso alla diretta con regolare biglietto e assistono all’opera comodamente sul proprio divano. Gli attori in scena fanno il loro lavoro, rivolti alla platea vuota. L’applauso finale si conteggia con i like. Solo a scriverlo mi sembra di renderlo già reale. Ho paura, non vorrei dare delle idee a qualcuno, ma provo ad andare avanti.

 

Il teatro in cui recitiamo ha, mettiamo, 400 posti. Ma se ci connettiamo via streaming questo limite non esiste più. Possiamo vendere quanti biglietti vogliamo. E se gli spettatori sono potenzialmente infiniti, a che cosa serve che gli attori tornino in teatro per più giorni? Le repliche, che esistono per permettere a più persone possibili di vedere uno spettacolo, diventano inutili. E la programmazione? Può essere multipla. Nella stessa settimana potrai scegliere tra quattro, sette, undici spettacoli. Magari per un tempo limitato, ma comunque sufficiente a soddisfare il cliente. E non abbiamo neanche il problema di scaglionare i prezzi. La telecamera è in prima fila, quindi siamo tutti in prima fila. La democratizzazione del teatro è finalmente avvenuta: mai più distinzione tra classi, siamo tutti uguali, tutti sul divano.

 

Il mio incubo, lo so, è già un programma di governo, qualcuno deve avermi sentito mentre ne parlavo facendo la fila al supermercato, e non è tanto diverso da quello che stiamo vivendo in questi giorni sulla rete: se voglio mi siedo virtualmente in platee di teatri di altri Paesi, e se non mi basta posso assistere a piccoli spettacoli semi improvvisati e imbastiti da vari artisti sui social.

Il mio incubo non è che questo avvenga nell’emergenza, ma che resti, che questa forma sia accettabile, non ci si veda nulla di strano, non se ne capisca la fondamentale estraneità all’arte teatrale. Quello che lo rende un incubo è sentire, percepire che se anche si continuasse così, alla fine, che problema ci sarebbe? La lenta assimilazione del vecchio teatro da parte delle nuove tecnologie: uno svecchiamento necessario. Finalmente, il teatro è veramente morto.

 

Siamo certo chiamati ognuno a fare quel che sa fare in un momento come questo: un momento in cui ci ricordiamo che come cittadini abbiamo dei doveri oltre che diritti. E in cui generosamente ognuno mette a disposizione degli altri le sue competenze. E sono sicura che se il teatro nel nostro Paese non fosse così malmesso, questo non sarebbe un incubo, ma solo una modalità di emergenza.

 

Ma allora in che cosa sarebbe diverso questo fantomatico teatro? Perché ce ne sarebbe bisogno?

Parto dalla mia esperienza personale: faccio un monologo da dieci anni in giro per il mondo, sempre lo stesso. L’arte dell’attore, se vogliamo, è l’arte della ripetizione. Che cosa sappiamo fare noi attori professionisti di diverso dagli altri? Semplicemente ripetere. Sappiamo entrare mille volte nella stessa storia, nelle stesse parole, negli stessi gesti, infondendovi ogni volta vita. Ovviamente ci alleniamo per questo, siamo atleti della ripetizione, abbiamo metodi, scuole, trucchi per farlo. A volte inganniamo, non siamo veramente lì. Altre entriamo in contatto con la partitura come mai era successo prima perché la nostra vita coincide casualmente con quello che siamo in scena, o semplicemente perché siamo ben allenati e entriamo in contatto con qualcosa di universale, di cui ci facciamo tramite. Tutto ciò è casuale o premeditato, a seconda del tipo di attore/attrice che siamo, o meglio, decidiamo di essere. Il teatro è quindi l’arte dell’incontro, con il “personaggio”, con la storia, con le parole; ma io penso soprattutto con chi si trova nello stesso spazio insieme a noi. Non avrei mai potuto fare lo stesso spettacolo per dieci anni se davanti a me non avessi avuto delle persone, se non avessi potuto ogni sera raccontare la stessa storia a individui diversi, incarnare la medesima partitura, sempre la stessa, ma rivolgerla a esseri umani sempre differenti. Trovarci insieme nello stesso luogo: non è proprio quello che ci manca di più in questo momento? E non dovremmo allora concentrarci su questo preciso aspetto dell’arte teatrale per parlare del suo futuro?  

 

I teatri sono sempre più vuoti, da parecchio tempo. Non tutti, ma questo è un altro discorso. O forse no: non sono vuoti quei teatri che hanno una stretta relazione con le persone che li abitano, che siano artisti o spettatori. Quando poniamo l’accento sull’incontro, sulla sospensione della quotidianità frenetica e virtuale, sulla condivisione, ci rendiamo conto che il teatro non può essere morto, perché è parte dell’esigenza (scelta?) umana di vivere in una società. Quello che ci manca in questi giorni è incontrarci e quindi ci manca (anche) il teatro. Non può essere questo un modo per cominciare a immaginare questo nuovo presente che ci sta davanti?

 

Non pieghiamoci quindi alla cronaca della nostra morte annunciata, ma fermiamoci, approfittiamo di questo silenzio, di questo vuoto per lasciare emergere ciò che ci manca di più. E su questo sentire, di nuovo condiviso, costruiamo, ricominciando a immaginare.

 

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Crediti immagine: Mario Lisovski / Shutterstock.com

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