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16 giugno 2017

Un inedito Mann

Venerdì 13 dicembre 1946. La seconda guerra mondiale è finita da più di un anno e dalla località balneare di Pacific Palisades (California), dove molti scrittori e intellettuali tedeschi (Theodor  Adorno, Lion Feuchtwanger, Emil Ludwig) si sono stabiliti dopo essere scappati dal III Reich, Thomas Mann scrive una lettera all’amico Rolf Schott (Magonza 1891 – Roma 1977), fuggito a sua volta dalla Germania nel 1933, a seguito di una serie di articoli nei quali paventava la pericolosità di Hitler, ben prima che questi prendesse il potere (un certificato del 25 febbraio 1970 rilasciato dalla “Deutsche Botschaft” riconosce a Schott una rendita a titolo di risarcimento per le persecuzioni subite dal regime nazista).

Oggetto della lettera è il rapporto che gli intellettuali tedeschi devono avere con la madre patria dopo le immani catastrofi causate dal nazismo. Mann dà ragione al suo amico sul fatto che bisogna tenersi lontani dalla Germania: solo la propria anima è rimasta l’unica isola felice dove i bei ricordi possono sperare di non essere spazzati via dalla temperie del presente: «Von Deutschland, da haben Sie recht, hält man sich besser fern. Das Gute und tief Beschwerliche davon hat man ohnedies in sich selbst».

Questa frase, posta alla fine della missiva, si allinea perfettamente alla produzione coeva dello scrittore, nella quale egli si sofferma sulle colpe dei tedeschi e sui motivi per cui si rifiuta di tornare in patria. In realtà negli anni seguenti, Mann compirà svariate visite in Germania, sia in quella occidentale che in quella orientale, rispondendo alle critiche con la frase: «Non conosco due stati tedeschi, conosco solo la Germania».

Anche il destinatario della lettera, Schott, farà spesso ritorno in Germania, ma solo nella parte occidentale, e lì nel dicembre 1966 sarà anche insignito della Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale, per il suo lavoro di artista e di scrittore (ancora attuale è la sua monografia: Michelangelo: der Mensch und sein Werk, Hamburg 1962).

La lettera si trova, insieme a molto materiale inedito di primaria importanza (diari, lettere, poesie), nell’Archivio del Fondo Schott della Biblioteca Augusta di Perugia.

 

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05 gennaio 2017

Mercedes Núñez Targa e il valore della memoria

Ci sono delle vicende personali, che, una volta affidate alla scrittura, sembrano a tutti gli effetti una sceneggiatura già pronta per un set cinematografico. Tra queste merita certamente un posto d’onore il volume autobiografico, appena pubblicato in Spagna, El valor de la memoria (Il valore della memoria) di Mercedes Núñez Targa (Barcellona 1911 – Vigo 1986).

Il libro ripercorre gli anni trascorsi dall’autrice tra il carcere franchista e i campi di concentramento nazisti. Da fervente repubblicana, nel 1934 Núñez Targa lavora come segretaria del poeta Pablo Neruda, all’epoca console del Cile a Barcellona, affiliandosi prima al gruppo delle Juventudes Socialistas Unificadas e in seguito al Partido Socialista Unificado de Cataluña. Al termine della Guerra civile fugge in Francia, da dove però rientra per occuparsi della direzione del Partito Comunista. Arrestata a La Coru ña il 10 novembre 1939, è rinchiusa nel carcere femminile di Ventas in Madrid, così ricordato con una punta d’ironia: «Il franchismo mi fece il grande onore di considerarmi sufficientemente pericolosa per mantenermi in prigione svariati anni, e inoltre un tribunale, molto serio, mi giudicò e condannò per appoggio alla ribellione, e questo nonostante i miei eccellenti precedenti».

Liberata nel 1942 per un cavillo burocratico, Núñez Targa torna a rifugiarsi in Francia, dove nel gennaio del 1943 si incorpora nella Resistenza francese, lavorando come cuoca nel quartier generale del V gruppo di Guerriglieri spagnoli di Carcassone. Nel maggio del 1944, però, viene arrestata dalla Gestapo, condotta in Germania e internata nel campo di concentramento di Ravensbrück. Impressionante la descrizione del suo ingresso nel campo: «Lungo il cammino vediamo casette molto carine con tendine inamidate, con fiori (…), molti bimbi che giocano nell’erba piena di fiori di colori sgargianti; ovunque una vita, amabile incantatrice, che per noi, promessi all’inferno, non era niente più che un miraggio. Che terribile ironia! Quelle casette felici sono i rifugi dei nostri aguzzini, le SS del campo; quei bimbi, i figli di quei mostri, e lo splendore di quei fiori è ottenuto grazie a un fertilizzante speciale: le ceneri dei prigionieri bruciati nel forno crematorio».

Qui resta fino al 14 aprile del 1945, quando il campo di concentramento viene liberato dalle truppe sovietiche: «Tovàritxi! Tovàritxi! La donna, gridando a squarciagola, parla e gesticola, piange e ride allo stesso tempo. Quando vediamo la straordinaria emozione e le grida trionfanti di tutte le donne sovietiche, comprendiamo che qualcosa di magnifico sta accadendo. – Siamo libere! – traduce una donna con esultanza – Libere, compagne! Tutte le SS sono scappate. Perfino le moribonde si alzano dai letti. Ridiamo, piangiamo, ci abbracciamo. Non trovo parole per descrivere quel momento indimenticabile. Solo ricordo che il mio primo istinto fu di attaccarmi rapidamente la bandierina repubblicana confezionata tanto amorevolmente dalle mie sorelle spagnole».

Pur nella drammaticità degli episodi narrati, il libro non si rivela mai retorico, né l’autrice si propone come una eroina, ma piuttosto come una semplice testimone che sente il dovere morale di ricordare alle future generazioni quanto ha vissuto («“Spiega nelle strade ciò che hai visto qui”. Questa frase, pronunciata da una reclusa di Ventas al momento dell’abbraccio di saluto, mi ha turbato la coscienza come una promessa non mantenuta»).

Mercedes Núñez Targa, El valor de la memoria. De la cárcel de Ventas al campo de Ravensbrück, Introducción de Mirta Núñez Díaz-Balart, Prólogo de Elvira Lindo, Sevilla, Editorial Renacimiento, 2016.

 

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14 aprile 2017

Alessandro Sforza lettore di Petrarca

I Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca furono certamente tra le opere più lette nel corso del Quattrocento, a giudicare dall’ingente tradizione manoscritta che ancora oggi si conserva nelle biblioteche pubbliche e private di tutto il mondo. Molti di questi codici furono scritti su membrana da copisti professionali e presentano un vasto corredo iconografico con miniature a volte su pagina intera, degne di entrare nei manuali di storia dell’arte. Entrambe le caratteristiche rimandano evidentemente a una committenza ricca, signorile, spesso difficile da identificare.

Nel caso del manoscritto segnato 1405 della Biblioteca Angelica di Roma, relatore del Canzoniere e dei Trionfi, Francesco Davoli, giovane studente dell’Ateneo patavino, è riuscito a documentare, in un articolo appena uscito nella rivista «Petrarchesca», che il committente risponde al nome di Alessandro Sforza, signore di Pesaro dal 1445 al 1473. La dimostrazione si fonda sugli stemmi e sugli emblemi nobiliari che compaiono nel codice. Innanzitutto il clipeo nella pagina iniziale (contenente un leone rampante che regge un ramo di cotogno), gli anelli diamantati cui è intrecciato un fiore, le ali di drago (o di nottola), e lo scudo con il motto «A bone foi»: tutti questi elementi sono caratteristici del ramo sforzesco dei signori di Pesaro, e in particolare di Alessandro Sforza, a cui rimandano senza ombra di dubbio le lettere «A» e «S», poste ai lati del clipeo araldico. Le stesse peculiarità si ritrovano anche in molte miniature successive che aprono i singoli capitoli dei Trionfi. La ricostruzione risulta inoltre confermata dall’Inventario dei libri presenti nella biblioteca sforzesca di Pesaro, redatto nell’ottobre del 1500 al momento di abbandonare la città per l’approssimarsi di Cesare Borgia, dove compare l’intitolazione «Soneti et Cantilene petrarce» che sembra a tutti gli effetti corrispondere al manoscritto in questione.

Ci piace immaginare Alessandro Sforza, ben noto poeta e mecenate, intento non solo a mostrare il prezioso manufatto alla nutrita schiera di letterati che gravitavano nella sua corte (Tranchedino, Antonio Costanzi, Leonardo Griffo) - divenuta proprio per il suo tramite centro di irradiazione culturale nell’Italia del Quattrocento -, ma anche a leggerlo per trarre ispirazione nel comporre le sue poesie di natura petrarchista.

Francesco Davoli, «Soneti et cantilene Petrarce»: un manoscritto petrarchesco della biblioteca di Alessandro Sforza, in «Petrarchesca», 5 (2017), pp. 81-86.

 

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15 dicembre 2016

Il Pergamino Vindel. Nuova luce su un manoscritto medievale

È cosa nota che la gran parte della lirica romanza delle origini (provenzale, francese, galego-portoghese) fosse accompagnata dalla musica, anche se oggi sono relativamente pochi i codici superstiti che la conservano. Nel caso della lirica provenzale - il modello di tutta la tradizione poetica in volgare del medioevo occidentale -, si limitano a quattro; ancora meno per quanto riguarda la poesia profana galego-portoghese, dove la musica è presente solo in due fogli pergamenacei: il cosiddetto Frammento Sharrer - dal nome del suo scopritore (Harvey L. Sharrer) - e il Pergamino Vindel, il cui contenuto nonché le sue vicende storiche, degne di un romanzo, sono ora descritte in un bel libro appena pubblicato in una versione trilingue (spagnolo, galego e inglese): Pergamino Vindel, coordinato da Mariña Arbor Aldea, Barcelona, M. Moleiro Editor, 2016.

Questo bifolio fu ritrovato circa un secolo fa dal libraio antiquario Pedro Vindel nella rilegatura settecentesca di una copia del XIV secolo del De officiis di Cicerone. Come ricostruisce in maniera minuziosa la Arbor, il prezioso manufatto fu venduto da Vindel al diplomatico, compositore e musicologo Rafael Mitjana, che lo portò in Svezia dove prestava servizio come funzionario diplomatico nell’Ambasciata di Spagna. Alla morte di Mitjana nel 1921, il bifolio rimase per quarant’anni nella sua biblioteca privata di Stoccolma. Dopo la morte della vedova, esso ebbe una serie di passaggi tra librerie antiquarie e case d’asta fino al definitivo approdo nel 1977 alla Morgan Library di New York.

Il Pergamino Vindel contiene sette poesie a voce femminile (le cosiddette cantigas de amigo), attribuite al trovatore Martin Codax, con ogni verosimiglianza un giullare galego della seconda metà del XIII secolo, che ebbe modo di frequentare le corti castigliane di Alfonso X “Il Saggio” (1221-1284) e quella del figlio Sancho IV (1258-1295). L’importanza del manoscritto dipende non solo dal fatto che risale allo stesso periodo in cui furono composte le sette cantigas che tramanda (ultimo quarto del XIII secolo), ma anche dalla circostanza che ben sei di queste sono corredate di musica.

Il volume, nel quale si succedono gli scritti di importanti studiosi, fornisce svariati approcci al codice: si passa così dall’analisi codicologica di Simone Marcenaro a quella musicologica di Antonio Calvia – che segnala la presenza di un sistema di notazione mensurale sovrapposto a un altro non mensurale – per arrivare all’edizione e commento dei testi di Rip Cohen. Tra le novità più salienti spicca certamente l’analisi paleografica di Antonio Ciaralli, il quale ipotizza che il Pergamino Vindel possa essere l’unico frammento superstite di un codice perduto e mostra come vi lavorarono non due, ma ben quattro mani: due copisti e due rubricatori. Tale saggio insieme a quello codicologico di Marcenaro smentiscono pertanto l’opinione comune che si tratti di un foglio volante: il Pergamino Vindel fu infatti concepito per formare parte di un libro, come conferma, tra l’altro, la presenza di fori, utilizzati per legare il bifolio agli altri fascicoli che costituivano il manoscritto.

 

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