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14 giugno 2018

Un libero pensatore persiano. In memoria di Daryush Shayegan

di Fabio Tiddia

Dolce soffia a Teheran il vento d’autunno. Un giovanissimo studioso persiano, di ritorno da cruciali anni formativi a Ginevra, fa il suo ingresso in un giardino, allora situato nel centro della città, che era un’altra città, esattamente nella Khiaban Villa. Nobili cipressi circondano una fontana a forma di croce, seduti attorno alla magia del suo getto vi sono pensatori, intellettuali e sapienti. Uno di essi si chiama Henry Corbin (1903-1978), filosofo francese che avrebbe segnato indelebilmente il destino filosofico ed esistenziale del giovane ricercatore iraniano, che gli dedicherà in seguito un’opera importante, la più esaustiva dal versante persiano, intitolata Henry Corbin et la topographie spirituelle de l’Islam iranien.

A distanza di anni Daryush Shayegan ricordava l’aura indelebile di quel primo incontro. Così ci appare oggi ‒ dopo che il 22 marzo 2018 ha lasciato proprio a Teheran questa esistenza, lasciando un vuoto incolmabile ‒ come sospeso in quel momento avvenuto al principio degli anni Sessanta, eppure atemporale. Era stato introdotto in quel circolo ermeneutico, di cui sarebbe diventato col tempo un fondamentale protagonista, nonché il traduttore, da un altro grande filosofo persiano, Seyyed Hossein Nasr. L’altro grande protagonista di questi incontri era Seyyed Allameh Tabataba’i (1904-1981), filosofo, commentatore coranico e mistico, che lo stesso Corbin, con il quale si confrontò per ben vent’anni, descriveva ai suoi colleghi persiani come un autentico tesoro, ganjine dal quale lo stesso Shayegan cercò di non separarsi mai.

Daryush Shayegan amava definirsi un libero pensatore piuttosto che un filosofo, eppure la sua opera filosofica ha segnato la vita culturale dell’Iran contemporaneo. Furono questi incontri a iniziarlo alla metafisica islamica e al suo linguaggio, rendendolo partecipe di un evento unico di riattualizzazione nella storia degli scambi tra Oriente e Occidente. Tante delle sue idee e dei suoi interessi nacquero infatti a contatto di tali pensatori. Fu Corbin, col quale completò il suo dottorato alla Sorbonne, a spingerlo a indagare le traduzioni di testi classici sanscriti in persiano occorse tra il XVI e XVII secolo, a studiare le relazioni tra mondo islamico e India.

All’opera del principe moghul Dara Shikoh (m. 1659), Shayegan dedicherà uno dei suoi testi più importanti, intitolato Hindouisme et Soufisme, une lecture du «Confluent des Deux Océans».

Shayegan insegnerà sanscrito e religioni dell’India tra il 1968 e il 1979 all’Università di Teheran, scrivendo anche un testo intitolato Les philosophies et les religions de l’Inde. Fu certamente all’ombra di questi incontri che vide nascere in lui l’esigenza di un pensiero comparativo, che avrebbe segnato il suo intero percorso intellettuale. Qui lo vediamo tradurre con passione il Tao te ching, proporne il commento a Tabataba’i. Esperienza unica, nella quale l’evangelista Giovanni, Lao Tze e le Upanisad potevano essere studiati e confrontati alla luce dell’analisi tradizionale di uno shaykh sciita.

Su questi presupposti Shayegan fonderà a Teheran, nel 1977, il Centro iraniano per lo studio delle civiltà. Al tema della necessità di uno scambio tra culture e pensieri diversi dedicherà infatti vari testi critici, capaci di far riflettere e superare le scontate, banali dicotomie tra pensiero occidentale e orientale. Come, ad esempio, nel testo intitolato L’Asie face à l’Occident, o nell’opera La lumière vient de l’Occident: le réenchantement du monde et la pensée nomade (La luce viene dall’Occidente), finalmente disponibile anche nella traduzione italiana grazie all’editore Ariele, che aveva già tradotto nel 2015 il testo intitolato Le regard mutilé (Lo sguardo mutilato). Consapevole della sterilità di una cultura che si chiuda su se stessa, del dovere di affrontare una società multiculturale e prendendone atto superare la schizofrenia culturale in essa insita, sempre oscillante tra demonizzazione, rifiuto e un’irrefrenabile e inconsapevole attrazione.

Daryush Shayegan aveva perfettamente fatto proprio il pensiero corbiniano di uno scambio non solo sul piano storico, ma su quello metastorico. Piano propriamente mistico, che sa sfuggire alla storicizzazione a partire dal recupero paradossale del valore della laicità. Lo stesso discorso sulla modernità richiede uno sforzo da parte di entrambe le controparti. Se vano è ad avviso di Shayegan rifiutare in toto da parte delle società tradizionali islamiche la cultura occidentale, foriera di conquiste inalienabili, altrettanto pericoloso si rivela un contesto che in seguito alla demitologizzazione della realtà e alla sua razionalizzazione abbia abdicato al mondo immaginale dell’Anima, consegnandosi al più estremo materialismo. Pensatore orientale e occidentale, né esclusivamente orientale né esclusivamente occidentale, così l’ha definito il grande filosofo Gholamhossein Ebrahimi Dinani. Per questa sua caratteristica Shayegan era capace di sentirsi libero di spaziare tra svariati campi del pensiero e della letteratura: dalla filosofia islamica al pensiero russo, dal nichilismo di Dostoevskij al problema della tecnica di Heidegger, dalla poetica di Baudelaire e ai suoi amati Proust e Novalis fino alla grande poesia classica persiana, alla quale dedica il suo ultimissimo lavoro, L’Ame poétique persane: Ferdowsî, Khayyâm, Rûmî, Sa'dî, Hâfez, pubblicato nel 2017.

Essere un ponte tra culture diverse. Forte delle sue radici persiane, della sua grande conoscenza dell’irfan come delle grandi tradizioni asiatiche, eppure sempre umile nell’ascoltare, accettare pensieri molteplici e confrontarsi coi fenomeni politici e religiosi più stringenti e attuali del contradditorio rapporto tra l’identità tradizionale e il mondo moderno. Lontano da dogmatismi e ideologie, da futili e sterili letteralismi, amante della vita nella sua totalità, Shayegan è stato un autentico ricercatore del vero. Di una verità che il pensatore russo Pavel Florenskij (1882-1937) avrebbe definito come antinomica, in quanto capace di includere il suo contrario, il suo opposto, e saperlo comprendere e ripensare. Secondo quello che Shayegan definisce come un sincretismo di identità plurali, che avrebbe arricchito l’uomo consapevole di stare a cavallo tra diverse civilizzazioni. Verità che passa per il dialogo, una dialettica dell’anima che è ermeneutica, disvelamento del senso nascosto delle cose, ritorno. Parola che in quel giardino contemplativo il giovane e in parte ancora ignaro Shayegan aveva udito per la prima volta, per diventarne in seguito un maestro indiscusso, capace di parlare profondamente del nostro presente e del nostro futuro a partire dalla propria condizione esistenziale di filosofo che «ama certe cose». Tante, differenti, come le sue lingue, e spesso contradditorie. Così in fondo aveva cantato il poeta ʻOmar Khayyam:

 

«Siamo noi il principio della gioia, la miniera del dolore

Essenza di giustizia noi siamo, e dell’ingiustizia la fonte,

Bassi siamo ed alti, perfetti siamo e impotenti

Siamo rugginoso specchio e di Giam la limpida coppa».

 

Crediti immagine: da درفش کاویانی [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

 


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