13 febbraio 2018

Un nuovo manoscritto del Teatro della memoria

di Carlo Pulsoni

Intervista a Maiko Favaro

La vita di Giulio Camillo, letterato, erudito, esegeta e forse anche spia, è certamente degna di divenire oggetto di romanzo, e come ricorda lo scrittore friulano Mario Turello lo stesso Umberto Eco non disdegnava di farlo. Autore di un imponente commento al Canzoniere di Petrarca pubblicato nella sua interezza solo ai nostri giorni (Chiose al Petrarca, a cura di P. Zaja, Roma-Padova, Antenore, 2009), Giulio Camillo deve la sua fama soprattutto al Teatro della memoria che gli guadagnò l’epiteto di «divino» presso i contemporanei. Di questa importante opera ha rinvenuto un manoscritto finora sconosciuto Maiko Favaro, docente presso l’Università di Friburgo, in Svizzera. Abbiamo raggiunto lo studioso per chiedergli notizie di questo ritrovamento.

 

Chi è Giulio Camillo e perché la sua figura desta ancora oggi tanta attenzione?

Giulio Camillo (ca. 1480-1544) è un umanista friulano animato da un sogno grandioso, a cui dedica tutta la sua vita senza purtroppo riuscire a portarlo a compimento. In estrema sintesi, lo definirei il sogno di risolvere con la “tecnica” e con la “memoria” le incognite legate alla “creatività”. Mi spiego. Tutti siamo familiari con il “terrore della pagina bianca”, in cui ci sembra di essere in mare aperto senza alcun punto di riferimento. Camillo ci vuole indicare il percorso per raggiungere facilmente il nostro porto da qualunque posizione ci troviamo. Fuor di metafora, egli scompone minuziosamente le opere che reputa esemplari (in particolare quelle di Cicerone) per ricavarne le “bellezze”, i “meccanismi” che possono essere riutilizzati nella scrittura di nuovi testi. I frutti ricavati da tale spossante lavoro di analisi vengono poi classificati in base ai temi di cui trattano, in modo da coprire l’intero ambito dello scibile umano. Così, è possibile scrivere di qualunque aspetto sfruttando in maniera ottimale lo straordinario patrimonio ereditato dalla tradizione. In questo sforzo ambiziosissimo penso stia una delle ragioni principali del fascino di Camillo e del suo Teatro della memoria. Per alcuni versi, ricorda – in tempi ben più vicini a noi – le aspirazioni della critica strutturalista, intenta a carpire ai testi i loro “segreti” attraverso un minutissimo lavoro di analisi.

 

Il Teatro della memoria ha sempre suscitato l’interesse degli studiosi, a partire dalla saggista inglese Frances Yates. Può parlarci di quest’opera e della sua fortuna?

Camillo aveva immaginato un edificio in legno costruito come un ‘teatro’ antico e suddiviso in quarantanove «luoghi», ciascuno corrispondente ad un aspetto dello scibile. In tali «luoghi», egli contava di sistemare il risultato della sua scomposizione dei testi esemplari insieme a dipinti allegorici, secondo una strategia in grado di facilitare e stimolare al massimo la memorizzazione. Sappiamo che realizzò un modello ridotto di questo edificio, andato però ben presto perduto. Ci rimane invece un testo, l’Idea del theatro, stampato postumo nel 1550, in cui Camillo spiega sommariamente cosa dovrà contenere ciascuno dei quarantanove «luoghi». Conosciamo poi vari manoscritti, alcuni dei quali conservano una versione diversa e ben più ampia di quella dell’Idea. I contemporanei di Camillo, però, erano affascinati anche dal modo con cui l’umanista friulano spiegava loro il proprio visionario progetto a viva voce, con un tono ispirato da profeta. Fra i suoi estimatori possiamo contare uomini di cultura quali Tiziano e Pietro Aretino, nonché un re come Francesco I di Francia. Tuttavia, altri contemporanei erano ben più scettici, tanto da considerare l’ideatore del Teatro della memoria alla stregua di un ciarlatano. La figura di Camillo cadde nell’oblio dopo il Rinascimento, ma nel XX secolo è stata riscoperta dagli studiosi, a partire dall’ambiente del Warburg Institute di Londra.

 

Come si è arrivati al ritrovamento di questo nuovo manoscritto?

Stavo conducendo ricerche presso la Biblioteca apostolica Vaticana riguardo ai manoscritti di un erudito friulano del Settecento. Mosso da curiosità, ho colto l’occasione per dare un’occhiata alle carte di una famiglia di letterati friulani del Cinquecento – gli Amalteo – che mi ricordavo essere conservate presso quella biblioteca. Sfogliando il terzo dei voluminosi tomi in cui è suddiviso il manoscritto Ottoboniano Latino 2418, alle cc. 881r-908v, mi sono imbattuto in un testo che non recava né titolo né nome d’autore, ma che fin dalle prime righe rivelava chiaramente la sua somiglianza a livello di contenuti con l’Idea del theatro. Non si tratta di un autografo: la scrittura va attribuita alla mano dell’importante poeta neolatino Giovanni Battista Amalteo (1525-1573). Nell’indice delle materie del manoscritto, l’opera viene rubricata con la formula anodina di «Gradi del Teatro» e, nell’inventario dei manoscritti ottoboniani, con quella altrettanto vaga di «Trattato del Teatro». Inoltre, sotto la voce «Camillo Giulio» nell’indice dei manoscritti ottoboniani, il manoscritto non compare. Non stupisce pertanto che il testo sia potuto passare inosservato fino ad oggi.

 

Quali sono le caratteristiche del nuovo manoscritto rispetto agli altri testimoni dell’opera?

Il nuovo manoscritto risulta affine all’Idea del theatro per contenuti, anche se questi sono espressi in maniera diversa. È interessante, però, che si riscontrino contatti anche con altre opere di Camillo e con i manoscritti che testimoniano una versione più ampia del Teatro. Nel nuovo manoscritto si leggono spesso dettagli che non troviamo nell’Idea oppure discordano da essa. Talvolta, tali dettagli ci aiutano a comprendere dei riferimenti che nell’Idea appaiono poco chiari. Ad esempio, è il caso del laconico rinvio dell’Idea ad una «fanciulla portante in capo il vaso de gli odori, quale fu trovata in Roma». Si è pensato che l’allusione fosse al corpo di una fanciulla dell’antica Roma che, nel 1485, era stato rinvenuto pressoché integro in un sepolcro presso la via Appia. Il manoscritto però, ben più prodigo di particolari, ci indirizza verso una pista differente: in particolare, fa pensare alla ‘Stanza di Ettore e Andromaca’ della Domus Aurea, in cui compare un motivo decorativo che Camillo poteva identificare con una vergine recante in capo un vaso da cui fuoriescono profumi. Offrirò un’analisi sistematica del manoscritto in un articolo di prossima uscita sulla rivista Lettere italiane.


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