10 giugno 2019

Un po’ di febbre, di Sandro Penna

di Marco Tagliaferri

È un orfismo lieve ma persistente ad inclinare l’opera di Sandro Penna e a concedere ad essa la sua forma peculiare, una brezza proveniente da un tempo così remoto da non essere riscontrabile in alcuna cronologia o Storia, alito sfuggito all’implacabile scorrere degli istanti, siano codesti minuti ovvero secoli non importa, per compiere il salto controcorrente del salmone. Brezza, si diceva, del tutto affine a quella che Warburg notò scuotersi attorno a certe figure femminili le quali, nelle opere dei maestri rinascimentali, si fanno portatrici di quei germi che alla fine dell’antichità scesero in un sonno protettivo e così, rinfrancati e mutati, poterono sopravvivere e rinascere attraverso un’esplosione del continuum, la rottura della consequenzialità pedissequa e banalmente convenzionale, tipica del mondo pianificato, cui Adorno aveva già opposto, in uno dei momenti più importanti dei Minima moralia, visione e prefigurazione di un altro mondo. Ma, nel caso di Penna, a sopravvivere e a riemergere è qualcosa di assai più primitivo, qualcosa il cui regime non possa che essere individuato al di fuori della Storia e la cui forza, celata e sempre in pericolo, emerge attraverso l’elisione delle antitesi con violenza e dolcezza.

In questa prospettiva, orfismo: contrapposto al pensiero esiodeo di progresso da uno stadio amorfo ad uno strutturato, esso invece coglie la degenerazione della perfezione dell’uovo primordiale nell’incrinatura della sua totalità, nello spezzarsi della coincidenza dell’individuo con l’universale a favore di una socialità irreggimentata, basata sul taglio e la divisione. Sarà così che il mondo deturpato del lavoro, della socialità e delle convenzioni, sfoganti la propria energia con violenza prevaricatrice e divaricante, trova in Penna, nella forma dell’emersione solitaria verso un desiderio inebriante e colpevole che le sue pagine mettono in atto, critica fra le più vibranti proprio perché cresciuta da un consapevole esodo verso il desiderio più cocente, verso la libertà di un piacere il quale non si adagia in un epicureismo superficiale o di maniera, bensì accoglie il dolore, l’esitazione e lo spaesamento, non volgendosi né ad alcuna sterile purezza né all’abbrutimento fine a sé stesso, con un atteggiamento molto più affine al non-dualismo radicale dello scivaita kashmiro, per il quale l’essere è un unico mare le cui onde sono il mondo che fallacemente concepiamo come distaccato e indipendente.

Sotto il titolo Un po’ di febbre, che Mondadori ha provvidenzialmente da poco ristampato, Penna raccolse nel 1973 le prose composte perlopiù fra il 1939 e il 1941 e solo in piccola parte pubblicate su rivista, quei testi che assieme ai versi costituiscono un organismo unico e vivo, la cui vibrazione spinge irrimediabilmente il mondo cadaverico della società a ritrovare linfa, attingendo così una dimensione totalmente estranea all’assenza di stupore cui la cogenza dei rapporti pianificati e appiattiti ha abituato, una dimensione in tutto e per tutto avvicinabile a quella del Giardino originario nella sua accezione di luogo ritmico, la quale si potrà ricavare già a partire dalla sua etimologia (chòrtos, il luogo recintato, e choròs, lo spazio delimitato per la danza, appartengono entrambi alla famiglia semantica di cheir, la mano, dinamicamente intesa nel suo aprirsi e chiudersi, del dare e del prendere).

In effetti, già Efrem il Siro aveva attribuito, nei suoi Inni sul Paradiso, al Giardino natura non solamente vegetale, ma anche e soprattutto ritmica e musicale, spingendosi ad interpretarne la pulsazione in chiave erotica; sarà in questa prospettiva che il vagabondaggio, metrico e narrativo, penniano andrà interpretato come riattivazione di quel ritmo le cui tracce sembrano, nel mondo attraversato da tram carichi di «grassi imbottiti corpi di impiegati», ormai totalmente smarrite: nel suo sgorgare dall’affollamento della città verso la desolazione delle periferie ovvero gli angoli appartati e immersi nella penombra, in una solitudine profondissima e protesa all’incanto del fremito sensuale, Penna tenta di evocare quel luogo che le parole levigate dall’abitudine non sono più capaci di plasmare, uno spazio cui il ragazzaccio «che arriva intatto dall’età della pietra e sembra a tratti come emanare un dolce odore di mestruo», al contrario, tende naturalmente. In questo senso, come si diceva, sarà il rifiuto netto del mondo così come si presenta, asservito alla sfera utilitaria, a prevalere e a prendere forza proprio grazie a quell’altra dimensione intrisa di eros e malinconia cui sembra accennare, inesorabile, la memoria del poeta, sorta di luogo inconscio e fremente nel quale le forme ritrovano paradossale sbocciare, accecato dalla troppa vicinanza all’origine: «Il fanciullo che ascolta nei libri / canti di amori perduti / non ne capisce niente. Guarda / guarda un vetro sul tetto / riluccicare forte / in un tramonto acceso... / Si china poi sulla sua carne, come / su di un bianco diario».

 

Sandro Penna, Un po’ di febbre, Mondadori, 2019, pp. 128

 

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