25 marzo 2020

Utopia

 

Nelle epoche storiche in cui il principio di autorità discendeva direttamente dal Divino, la cultura è stata rappresentazione di questa legge. Nelle forme orientali teocratiche ha preso l’aspetto della rappresentazione del sovrano, egli stesso Dio. In Occidente, il pensiero classico greco prima e la prassi politico-militare romana poi hanno rappresentato questa legge divina come naturale. L’ideale di bellezza, di un modello dell’umano che è divino, nasce in Grecia e si diffonde con la romanità. La filosofia cristiana, col suo peculiare fondamento teocratico, al di fuori dell’assolutismo orientale ‒ a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio ‒, apre l’era della cultura come rappresentazione del divino. Dà vita alla Parola. La grande arte cristiana del Medioevo, rappresentando la Verità rivelata, diventa storia. Prepara, senza saperlo, il suo superamento. Maometto, in senso opposto, giunge ad una visione così trascendente e superiore del divino da renderlo non rappresentabile sotto sembianze umane, ma solo scrivendo le sure e gli ayat, i versetti del Corano.

 

L’Utopia nasce nel Rinascimento. Non solo perché il neologismo di Tommaso Moro è stato coniato in quegli anni: non rimpianto di un passato cristiano che non c’è più, ma speranza, ricerca, pensiero obliquo in un’epoca di grandi sconvolgimenti, gli stessi raccontati da William Shakespeare. Utopia non poteva darsi fino a che il fondamento del Potere fosse da ricercare in una legge superiore, che narrava un altro topos [1].

Il Rinascimento è preparato dalla forma espressiva data al sogno, e all’immaginazione, nel Medioevo. Una sorta di preparazione all’Utopia. La Divina CommediaDante Alighieri conosce le fonti musulmane che ispirano una parte del suo viaggio ‒ è ad un tempo la massima rappresentazione della legge ancorata ad un fondamento celeste e divino, e la rappresentazione di un universo umano variegato, dannato, o alla ricerca di salvezza, oppure redento. Duecento anni dopo, Sandro Botticelli celebrerà questa visione umanistica di Dante, in una straordinaria serie di disegni. L’Uomo vitruviano, modello del mondo, di Leonardo da Vinci e la rivoluzione copernicana ‒ sancita dalla cesura definitiva operata da Galileo Galilei ‒ fondano l’antropocentrismo, volto a liberare l’umano dalle superstizioni. L’uomo e la donna, storicamente concreti, rappresentati non solo per la loro santità, presenti in tante opere rinascimentali sotto le mentite spoglie delle figure del Vecchio e del Nuovo Testamento, e soprattutto della mitologia greca, entrano sulla scena dell’arte. Entra la natura, con il suo incanto. Entra l’attività umana.

L’uomo può sperare e sognare un altro mondo, qui in terra, e non aspettare il breve passaggio terreno con passività e obbedienza. L’uomo può sognare di volare, con Leonardo. Può sognare di riprodurre il sapere, con Johann Gutenberg. Può sognare, con Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci ‒ al servizio delle nuove potenze dei mari ‒ di navigare mari sconosciuti. E può sognare, con Martin Lutero, una religione più autentica. Hieronymus Bosch, in sintonia con Lutero e per altri versi con Erasmo da Rotterdam, racconta il conflitto tra la morale e i vizi terreni. La prospettiva della salvezza e della redenzione, non più verità rivelata, si fa Utopia, diviene movimento politico di cambiamento [2].

Ciò che connette tutto questo è la speranza di cambiare. Il fondamento di un’idea di progresso. Il miglioramento delle condizioni di vita umane. Caravaggio, dopo la Controriforma, fa dei vizi umani l’oggetto della propria pittura. Dipinge bari e delinquenti; usa come ispirazione della Morte della Vergine il cadavere di Lena, prostituta annegata nel Tevere. Scrutare ‒ per usare un termine caro a Walter Benjamin ‒ vuol dire ricercare la luce. Caravaggio è fino in fondo utopista, come pittore del desiderio, onirico, come scrutatore di luce, in un’epoca buia e tormentata.

 

L’utopia del capitale innerva la grande stagione della cultura settecentesca e ottocentesca. Quando Carlo Goldoni racconta i vizi di aristocratici e borghesi veneziani, quando i grandi musicisti veneziani e napoletani fabbricano la prima grande industria del divertimento, Canaletto e il vedutismo europeo narrano la nuova umanità imprenditrice e affarista, con colori luminosi e positivi. È il progresso. La macchina a vapore realizza l’obiettivo di dar corso ai grandi sogni rinascimentali. È il Potere del denaro e del libero scambio che sembra il motore universale. Un nipote di cavatori, artigiano di famiglia, Antonio Canova, diviene cantore di un nuovo paradigma di bellezza al servizio del nuovo Potere. Honoré de Balzac scrive La Comédie humaine, narrazione della forza irresistibile della nuova classe borghese e della Verità del Dio-denaro. Il Faust di Wolfgang Goethe attraversa il lungo percorso, quello delIa ricerca del Supremo, da Mefistofele a Dio. I grandi scrittori russi dell’Ottocento raccontano le tensioni e le tragedie umane in una società rimasta ancora feudale.

La Rivoluzione francese, che, insieme a quella americana, ha affermato i nuovi diritti universali dell’uomo, è ad un tempo utopia del capitale e utopia di una società fondata sull’irriducibilità dell’umano. Charles Fourier non è solo un filosofo. È, come i Maestri rinascimentali, a suo modo un architetto. La società organizzata senza classi, nei falansteri, oltre la convenzione della famiglia, è davvero l’Utopia per definizione. L’Ottocento è il secolo dove si contrastano queste due Utopie ‒ quella del Capitale e quella del Lavoro ‒, e la cultura vede la nascita, con l’impressionismo, di una trasfigurazione della realtà. Lo fanno i poeti maledetti, a partire da Charles Baudelaire. La pittura en plein air e la prevalenza del colore sul disegno raccontano il movimento che apre il secolo breve, quello dei totalitarismi e dell’esplosione della soggettività individuale.

È come se il grande percorso antropocentrico, cominciato quattro secoli prima, si stia compiendo; e l’essere umano ‒ la donna, liberatasi dalle antiche catene, e non più solo l’uomo ‒ rivolge l’attenzione a sé stesso. A tutto ciò che non è solo bisogno materiale. Il Novecento è sicuramente il secolo delle grandi utopie culturali. La prima di queste è quella del cinema, che poi porterà con sé, lungo tutto il secolo e nel nuovo millennio, la rivoluzione dell’immagine, prima su pellicola e poi digitale. Nel Novecento i sistemi totalitari, nati dalla crisi della credibilità dell’utopia del capitale affermano per costruire l’Uomo Nuovo e la Nuova Società, di volere un’arte nuova. Quel che è certo è che l’affermazione di una società perfetta dà all’arte il senso di accomodarsi al potere, anche quando questo nella poetica e nell’ispirazione di un singolo artista, non è vero.

Nel 1947 André Breton, autore del Manifesto surrealista, scrive l’Ode a Charles Fourier. Benjamin, che si era tolto la vita tre anni prima per non finire nelle mani della polizia di Vichy e dei nazisti, negli anni dell’osservazione della catastrofe che si stava abbattendo sull’Europa e sul mondo, suggeriva la posizione dello scrutatore dei sogni. Come scrive Miguel Abensour, l’utopia per Benjamin si deve liberare dal mito. «Lo scrutatore di sogni, lungi dal congedare o dissolvere l’utopia, si impegna a liberarne le virtualità emancipatrici, grazie alla separazione dal mito».

Le grandi avanguardie del Novecento, da punti di vista diversi ‒ si pensi, oltre al surrealismo, alla metafisica ‒ si muovono lungo questo solco. Finita l’Utopia come topos altro ‒ per sua natura sempre distopia ‒, l’utopia diventa un atteggiamento mentale e spirituale. Si esauriscono le grandi correnti artistiche e si apre l’era della riproducibilità dell’opera d’arte. Pablo Picasso, Joan Miró, Salvador Dalí diventano imprenditori della propria arte. Serigrafie, litografie, incisioni, acqueforti, ceramiche prima, e poi la Factory di Andy Warhol, la mec art e la pop art, cantano e al tempo stesso criticano la nuova era del consumo che realizza e spegne ogni desiderio. Uccide ogni utopia. Tutto è arte, tutto è riproducibile. Nell’era dell’algoritmo, tutto questo si fa poi ad una velocità supersonica. L’immagine trionfa. La parola tramonta. Come nel Medioevo, la pubblicità sui muri, in TV e sui tablet, fatta da designer che sono anche artisti, o da artisti che sono anche pubblicitari, e l’opera d’arte riprodotta all’infinito ‒ che trasforma in icone i brand del consumo ‒, tutto questo fonda un nuovo Potere. Finalmente il Desiderio ha trovato il mercato dove può essere soddisfatto. “Rivoluzione passiva” ‒ come notava Antonio Gramsci ‒ del desiderio.

L’arte sui muri, fuori dai musei lungi dall’esprimere un progetto di altra società, è oggi fino in fondo politica. Questi artisti si mettono nella posizione dello scrutatore. Così come i rapper, i videomakers, una nuova generazione creativa. Ci dicono che l’utopia non è morta, col Novecento. Che «una società priva di utopia è esattamente una società totalitaria, presa nell’illusione del compimento, dell’utopia realizzata» (M. Abensour, 2015) [3]. Oggi, finito il delirio antropocentrico, se non si vuol tornare indietro a teocrazie o totalitarismi, sta nascendo un nuovo paradigma utopistico, bio-centrico. La consapevolezza che il vivente umano e non umano, la vita del creato, l’ecosistema (è il tema della Laudato si’, mi’ Signore) ricomprende la centralità umana, ma la deve leggere non come una folle corsa distruttiva. Altrimenti si fa come l’apprendista stregone che non riesce a dominare le forze che ha evocato [4].

 

[1] Sul tema Utopia, vedi nel numero monografico di Infiniti Mondi, bimestrale di pensieri di libertà, numero 11, 2019, Napoli, il saggio di Mario Tronti

[2] Sugli aspetti “tragici” del pensiero umanistico, cfr. M.Cacciari, La mente Inquieta, saggio sull’umanesimo, Einaudi 2019

[3] M. Abensour, L’utopia da Thomas More a Walter Benjamin, Inschibboleth edizioni, 2015

[4] La voce utopia è una rielaborazione sintetica di un mio saggio pubblicato nel numero citato di Infiniti Mondi

 

* Presidente di Associazione MetaMorfosi, operatore culturale

 

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