7 aprile 2020

Storie virali. Vedere più chiaro, Napoli 1656

 

Nella lunga storia delle pestilenze, le epidemie seicentesche rivestono sicuramente un ruolo importante. Esse offrono dei dati interessanti per rispondere a varie domande, tra cui qual è stato in passato il ruolo dei medici nella gestione del male. Nel caso della peste romana, come ha mostrato Maria Conforti, si scelse di chiudere la città e di avere un rigido controllo sulla popolazione. La trattatistica medica ha poi cercato di offrire delle spiegazioni al morbo (molte e varie, dall’ipotesi miasmatica a quella della peste ‘manufatta’). E nel caso di Napoli? La peste del 1656 fu la più devastante delle epidemie che vi erano state a Napoli e nel regno. Di sicuro i morti furono ben più di 200.000, secondo una stima recente, piuttosto cauta. Sappiamo che in certi giorni morirono 20.000/30.000 persone. Cosa accadde? Possiamo pensare che la medicina non fosse all’altezza del problema? Possiamo dire che mancarono uomini come il volitivo cardinale Gastaldi, nominato dal pontefice Alessandro VII commissario alla Sanità?

 

Forse non è molto noto che il primo medico che parlò di peste, Giuseppe Bozzuto, morì perché fu condotto in una dimora oscura, da cui sarebbe uscito solo per andare a morire nella propria casa. Parlare di peste era rischioso come la peste stessa. Già anni fa, Paolo Preto usò l’espressione “ragion di stato” per spiegare le scelte “della politica” che si imposero sui bisogni della popolazione. Più nello specifico, il viceré spagnolo, il conte di Castrillo, era impegnato nel tentativo di far fronte a nuove minacce da parte francese nel contesto lombardo; fino alla fine di aprile, pur avendo già avuto notizia dei primi casi di morti “improvvise” come si definivano, cercò di nascondere, e di assolvere al suo compito, che era quello principalmente di difendere il dominio spagnolo nei luoghi in cui era minacciato tanto nella penisola quanto nelle Fiandre. Il viceré cercò appunto di reclutare un grosso battaglione da inviare verso lo stato di Milano. Dovette poi rivedere i suoi disegni; una guerra più importante, più rischiosa, più formidabile, si stava preparando ai danni suoi e della popolazione di Napoli e del regno. Così, fu costretto a convertire ad un altro uso gli strumenti che aveva a disposizione per le guerre cui era abituato. Significativamente, i carri dell’artiglieria servirono per trasportare cadaveri, gli uomini che pensava di mandare sul fronte ora perivano come mosche; un certo fra’ Paolo Venato che aveva fatto venire per reclutare uomini fu inserito tra i membri della Deputazione della sanità, che nacque non appena il bellum divinum, come era chiamata la peste, si palesò in tutta la sua imponenza e tragicità.

 

Viene in mente, studiando la terminologia ricorrente nelle cronache, quello che oggi si dice quando si parla di una guerra da combattere (benché oggi il discorso sia laico). Se la peste, come afferma Geronimo Gatta, testimone oculare ed attendibile, si era già manifestata in città nel febbraio 1656, il viceré cominciò ad affrontarla solo dai primi di giugno. Per vari giorni tra maggio e giugno (fino almeno alla metà) in città ci si chiese se il male non fosse stato “portato” da nemici. Gli Spagnoli furono accusati di noncuranza verso la città; a questa voce si oppose quella secondo cui la malattia era stata invece introdotta deliberatamente da nemici della Corona, Francesi o Portoghesi. Essi l’avrebbero portata con polveri o unguenti, esattamente come nella Milano del 1630. Vi furono anche degli untori, torturati e uccisi come a Milano, solo che molto meno famosi (al danno la beffa…). Uno di essi si chiamava Vittorio Angelucci; fu considerato un untore e fu torturato con la speranza che confessasse un delitto non commesso, ma tutto fu inutile. A differenza degli “untori” milanesi, Angelucci non confessò ma pronunciò sommessamente la parola “perdono”, ormai dilaniato dalle torture. Era il 29 maggio.

 

Il termine peste comparve in un documento ufficiale il 2 giugno. Si sapeva molto bene che il male fosse contagioso, ma forse non era chiaro che potessero esservi portatori sani. Così il 14 giugno un bando ordinava agli infermi di non lasciare le proprie abitazioni, sotto pena della vita. Le ipotesi sull’origine del male erano varie; quel poco che si fece nei primi tempi (si pulirono le strade, si accesero roghi per pulire l’aria, ecc.) lo si fece in linea con le ipotesi miasmatiche (secondo cui la peste derivava da acqua o da aria corrotte, come si diceva). Intanto, per la devozione popolare ma anche dello stesso viceré, ci si poteva unire in processione e andare in chiesa a pregare dinanzi alle immagini sacre.

 

La peste ebbe un’impennata dopo un “pellegrinaggio” di cui molti testimoni parlano: verso la collina su cui si eresse poi il convento per le clarisse di suor Orsola. Fu la prova che il morbo era fortemente contagioso. Le continue processioni diffondevano esponenzialmente il contagio. Torniamo al nostro medico, Geronimo Gatta. È lui anche uno dei pochissimi ad aver scritto un trattato sulla peste, cause e rimedi possibili. In genere, alla Napoli seicentesca si associano altri medici e chirurghi, Giuseppe Donzelli, Marco Aurelio Severino, il filosofo e matematico Tommaso Cornelio, fondatore dell’accademia degli Investiganti. Furono gli stimoli ricevuti a Napoli, ma soprattutto l’osservazione diretta ed una lettura in particolare, gli aforismi sulla peste di un medico, amico di Galileo Galilei, a far assumere a Gatta un atteggiamento non consueto, antilibresco, antiretorico, coraggioso.

 

Gatta sorride di chi aveva parlato di polveri (con la compiacenza del viceré), ha il coraggio di rifiutare certe lezioni degli antichi (ad esempio, quella sulla bontà del salasso come rimedio contro la peste), rigetta teorie indimostrabili come il fatto che la peste nascesse da aria o da acqua corrotte. La peste non nasceva “spontaneamente”, ma era sempre portata da un infetto; per questo era necessario l’isolamento. Lo aveva capito il volgo, lo avevano capito tutti, ma questo medico – dopo il trauma – spiega perché: il vettore della malattia sono i corpuscoli, non chiamati virus – termine che, come si sa, indicava il veleno – ma «corpicelli», particelle minime dette anche «atomi di corpicelli». Vi è un evidente trait d’union tra l’atomismo classico e questa eziologia; i corpuscoli erano quindi le sole cause della peste. Gatta non si chiede da dove venissero, a differenza di altri.  Afferma che occorreva isolarli, evitare di inalarli o assorbirli dalla cute (perché a suo avviso era possibile che si assorbissero dai pori). Occorreva anche evitare processioni e assembramenti in chiesa perché il morbo era sì mandato da Dio (comunque), ma andava combattuto con i mezzi umani dell’intelligenza. Con le lacrime agli occhi, perché aveva visto perire tanti uomini e donne, a partire dalla sua amata moglie, Gatta volle mettere la sua dottrina e la sua esperienza al servizio del “pubblico” e proporre un’eziologia essenziale, che non lasciava scampo: per vincere la guerra occorreva fare il contrario di ciò che si faceva, non farsi trovare dal nemico, non dargli corpi in cui insinuarsi per poter togliere loro forza e vita.

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

G. Gatta, Di una gravissima peste che nella passata Primavera, & Estate depopulò la città di Napoli, suoi Borghi, e Casali, e molte altre Città, e Terre del suo Regno. Familiar’ Discorso Medicinale, in Tre Libri diviso, Napoli, Luc’Antonio di Fusco, 1659.

G. Calvi, L’oro, il fuoco, le forche: la peste napoletana del 1656, «Archivio storico italiano», a. 139, 1981, pp. 405-458.

P. Preto, Epidemia, paura e politica nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 1987.

I. Fusco, Peste, demografia e fiscalità nel Regno di Napoli del XVII secolo, Milano, FrancoAngeli, 2007.

S. Cohn, Epidemics. Hate and compassion from the Plague of Athens to AIDS, Oxford, Oxford University Press, 2018.

 

 

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Immagine: Micco Spadaro, Rendimento di Grazie dopo la peste. Crediti: Museo di San Martino, Napoli ( www.polomusealecampania.beniculturali.it/index.php/certosa-e-museo). Pubblico dominio, attraverso it.wikipedia.org

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