14 settembre 2016

Via della Seta: la Porta degli Alani

“Sulle vette del Caucaso il bandito

Del paradiso passò a volo:

Il Kazbek, sotto di lui, come diamante,

D’eterne nevi risplendeva,

E, laggiù in fondo nereggiando,

Come crepa dimora di serpente,

Il Dar’jal tortuoso si snodava,

E, come leonessa dall’irsuta

Criniera il Terek balzando, ruggiva -”

 

Michail J. Lermontov, Il Demone, I.3.

 
 

Esistono luoghi sospesi fra storia e leggenda i cui nomi sono carichi di suggestioni; in tale categoria ricade la “Porta degli Alani” (dal persiano Dar-i alān), spazio geografico in cui si fondono realtà fisica e seduzioni letterarie. Collocato in una serrata gola del Caucaso, il Darial fu nei secoli, insieme alla più orientale “Porta delle Porte” (arabo Bāb al-Abwāb), il solo passaggio adatto al transito di eserciti di tutta l’impervia catena montuosa che si estende dal Mar Caspio al Mar Nero. Il passo fende il cuore della granitica barriera collegando le pianure della Russia meridionale al mondo mediorientale; chi entrava in possesso di questa strettoia naturale poteva esercitare un saldo dominio tanto sui prosperi regni a meridione quanto sulle rotte mercantili che si diramavano a settentrione. Questa caratteristica rese il Darial un luogo strategico e al contempo temuto; una soglia oltre la quale terminava la civiltà urbana e si estendeva il caotico mondo di Gog e Magog, la turbolenta landa dove secondo diverse leggende Alessandro Magno confinò popolazioni ostili chiudendo un passo montano con porte di ferro. Nella storia costanti furono le scorrerie che le bellicose tribù del Caucaso e delle piane euroasiatiche intraprendevano verso sud valicando il Darial, fra loro gli stessi Alani, di stirpe iranico-orientale ed eredi di Sciti e Sarmati. Originariamente stanziati sulle sponde settentrionali del Mar Nero e sugli adiacenti crinali del Caucaso, costoro erano abili cavalieri e ancor più temibili guerrieri, dediti ad incursioni e spesso assoldati come mercenari da Romani, Bizantini e Sasanidi. Grazie ai loro discendenti, gli Osseti del Caucaso centrale, possediamo straordinari cicli epici che cantano le gesta della stirpe eroica di mitici antenati che «non hanno paura di niente e la passione del combattimento li brucia con la sua fiamma azzurra». Il cosiddetto «ciclo dei Narti» (osseto: Narty kaddzhytæ) fu per secoli trasmesso oralmente dai bardi e più recentemente ha destato l’interesse di storici delle religioni e linguisti, fra cui il francese Dumézil, fortemente attratto da questo patrimonio letterario in cui si possono rintracciare modelli narrativi e concezioni della più arcaica weltschaung indoeuropea. 

L’evocativo panorama del Darial incrementa l’aura mitica del luogo; a guardia della gola le nere rovine di un castello ricordano lo sforzo protratto nei secoli per difendere questo sensibile punto di accesso e richiamano alla mente antiche cronache che riferiscono dell’interesse di sovrani sasanidi e califfi islamici a stabilire qui guarnigioni per arginare Unni, Khazari e altre popolazioni turche d’Asia Centrale. Tuttavia, a caratterizzare in maniera più incisiva l’intera area è la chiesa medievale della Santa Trinità che, situata in cima a un’altura, si affaccia sulla torreggiante cuspide del vulcano spento Kazbek (5047 mt.). Dalla vallata in cui saetta rapido il fiume Terek la vista del luogo di culto e del massiccio che la sovrasta è uno dei panorami più suggestivi di tutto il Caucaso ed evidenzia il sacro rispetto che dalla notte dei tempi questa montagna ha emanato. Tale scenario colpì la vena creativa di grandi letterati russi che ne rivisitarono in termini antropomorfi gli elementi fisici facendone simbolo della travolgente potenza della Natura. Puškin, che attraversò il Darial con una compagnia di dragoni, descrisse nel suo Viaggio ad Arzrum (1836) le nere rupi a strapiombo sul Terek definendo il Kazbeg la “sentinella dell’Oriente” e rimanendo infatuato dalla visione della chiesa della Santa Trinità innalzarsi al di sopra delle nubi. Parimenti le medesime componenti costituiscono il drammatico palcoscenico del visionario poema il Demone (1840) composto da Lermontov durante il suo esilio nel Caucaso. In termini più pratici, l’importanza della valle del Terek fu percepita dai generali russi che nei primi decenni dell’Ottocento guidarono la conquista del Caucaso. L’impero zarista colonizzò le indomite popolazioni montanare con estrema violenza e, avvalendosi di questo valico, riuscì a sottrarre all’influenza dei Qajar persiani le floride regioni transcaucasiche. Per assicurare il controllo del passaggio vitale che conduceva ai nuovi possedimenti e alle città di Tblisi ed Erevan, i Russi fondarono un insediamento urbano a nord del passo, Vladikavkaz ("Dominatrice del Caucaso"), e consolidarono il percorso lungo il Terek. La Strada Militare Georgiana, implementata in epoca sovietica, era l’unica nel Caucaso ad essere mantenuta aperta tutto l’anno e dotata di gallerie a protezione di neve e slavine. Ciononostante la selvaggia natura di queste montagne disfa e modella secondo le proprie leggi ciò che l’uomo crea e delimita. Così è per i confini territoriali della zona, estremamente fluttuanti e di difficile definizione; le due entità non riconosciute a livello internazionale ma de facto indipendenti di Abkhazia e Ossezia del Sud hanno dimostrato la caducità delle pianificazioni a tavolino, mentre più a est Cecenia e Daghestan hanno palesato la difficoltà per forze e poteri estranei di imporsi in una realtà sfuggente per la quale la fiera libertà costituisce un valore distintivo e primario.

 

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