21 dicembre 2015

Via della seta: La notte più lunga dell’anno

Per le antiche civiltà il solstizio invernale fu un momento saliente del calendario astronomico sul quale conversero miti e credenze. Nel momento in cui il sole è più flebile e la durata del giorno tocca il picco più basso, è universalmente diffusa la simbologia della luce e della sua vittoria contro le caotiche forze dell’oscurità. Per diverse tradizioni nel periodo che abbraccia il 21 dicembre ricorrono molte delle festività il cui tema centrale è la manifestazione della luce e la propiziazione della crescita dell’energia solare. Le contemporanee Diwali indiana, Hanukkah ebraica, la festa di Santa Lucia e il Natale stesso appartengono a questo insieme e recano l’eredità di pratiche cultuali appartenenti ad un sostrato ancora più arcaico. La tradizione persiana conosce Šab-e Yaldā, la notte della natività, le cui usanze sono ancora molto popolari nell’Iran moderno sebbene ormai prive dell’originaria valenza religiosa. Yaldā infatti affonda le sue radici nel passato pre-islamico di questa terra e deve probabilmente essere riconnessa alla rilevanza cultuale che fuoco e luce ebbero nello Zoroastrismo; ne è prova il nesso con un'altra ricorrenza invernale della tradizione iranica, il Sadeh, notte in cui in alcuni villaggi vengono ancora accesi grandi falò pubblici. Più nello specifico a Yaldā la figura divina originariamente celebrata era Mithra, così come indica un’esplicita denominazione di questa festa anche nota come, Zayeshmehr, la nascita di Mithra. Descrivendo i rituali e le festività dell’antico Iran il celebre storico e scienziato islamico al-Biruni (X-XI d.C.) ci informa che nel giorno del solstizio invernale, l’ordine sociale veniva temporaneamente sovvertito, il sovrano si vestiva di bianco lasciando le sue consegne, unendosi ai suoi sudditi in banchetti e allegre processioni. La notte infatti sanciva il passaggio ad un nuovo risveglio della luce e inaugurava il primo giorno del mese di Dey in cui le fonti della Persia medievale registrarono una festa chiamata Ḵorram-ruz (il giorno gioioso). Oggi la festività ha assunto una connotazione prettamente familiare, un’occasione di condivisione sociale in cui gruppi di parenti o amici si raccolgono per trascorrere assieme le ore della notte più lunga dell’anno. Al centro delle tavole imbandite campeggia un assortimento di frutta secca, noci, pistacchi (ajil) e vengono serviti frutti come melagrane e arance che alludono al sole e al ciclo vitale di cui si celebra la lenta rinascita. Anche l’anguria, conservata dall’estate per l’occasione, si consuma col fine di propiziare la salute nelle stagioni successive e scongiurare le insidie del freddo. Il legame fra questa notte e la magia è molto forte a livello folklorico e in aree rurali sono ancora praticate usanze incentrate sul potere magico di diversi cibi e preparati. In tale momento di sospensione del tempo è tutt’oggi diffuso un intrattenimento che prevede una pratica divinatoria chiamata fāl-e Ḥāfeẓ, una tipologia di bibliomanzia popolare che ricorre ai versi del grande poeta persiano Hāfez (XIV d.C.). Un libro con i suoi componimenti viene infatti passato fra i presenti al convivio, che ne scelgono a caso un verso e ne traggono l’auspicio. Tuttavia Il rapporto fra Yaldā e poesia non è sempre stato idilliaco e un celebre conterraneo di Hāfez, Sa'adi (XIII d.C.), anch’egli originario di Shiraz, fu tra coloro che utilizzarono la notte più lunga come allegoria della separazione e della struggente attesa di ciò che è più amato. Ciononostante nell’Iran attuale è il lato positivo della festività ad emergere, se difatti gli accordi politici internazionali di quest’ultimo anno hanno cambiato il corso della storia del Paese è con rinnovata speranza che gli iraniani accenderanno le luci di Yaldā sottoponendosi al fāl-e Ḥāfez .

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0