28 febbraio 2015

Via della Seta: tutti i tesori a rischio in Iraq

Le immagini che sono state diffuse in rete in questi giorni e che mostrano la distruzione del museo di Mosul, hanno colpito profondamente l’opinione pubblica mondiale. Nonostante alcune delle statue distrutte fossero solo copie moderne - ma sembra, purtroppo, non tutte -, la distruzione del museo di Mosul colpisce duramente un patrimonio che non comprende solo preziosi reperti di periodo assiro, ma anche testimonianze uniche dell’arte di periodo partico provenienti dal vicino sito di Hatra e che sembra irrimediabilmente mutilato da una furia iconoclasta che ha ben pochi precedenti almeno negli ultimi decenni. In realtà la notizia della distruzione di quasi tutte le statue presenti nelle collezioni del museo di Mosul e della sparizione della quasi totalità dei manufatti archeologici trasportabili, molto probabilmente immessi sul mercato clandestino, era già circolata da qualche settimana, ma l’impatto mediatico di queste immagini è stato enorme e tristemente voluto e cercato. I pericoli e i danni che sta subendo il patrimonio storico, archeologico e culturale della regione, infatti, vanno ben al di là dei già gravi rischi a cui sarebbe “normalmente” sottoposto in presenza di scontri armati e operazioni militari. In molti paragonano quanto avvenuto al museo di Mosul con la distruzione dei Buddha di Bamiyan nell’Afghanistan ancora sotto il controllo talebano. Tuttavia, quanto avviene oggi nei territori dell’Iraq e della Siria controllati dall’IS è, se possibile, persino peggiore. Le distruzioni avvenute in Afghanistan sono state per lo più avvenimenti isolati, spesso perpetrati allo scopo di ricattare o colpire la comunità internazionale. Le testimonianze che ci giungono dalle zone attualmente sotto il controllo dell’IS e le stesse dichiarazioni dell’autoproclamatosi Califfato evidenziano, invece, una precisa politica volta alla sistematica cancellazione di tutte le evidenze storiche, archeologiche e architettoniche considerate simbolo o testimonianza di culture e religioni “altre” rispetto alla loro. La distruzione del museo di Mosul non è che uno degli ultimi episodi di un capillare attacco ai beni storico-culturali della regione. Il 20 giugno, poco dopo la presa della città, l’IS ha demolito quella che era ricordata come la tomba dello storico medievale Ibn al-Athir e ha dato inizio, con questo gesto, a una serie di attacchi al patrimonio culturale della città che ha portato alla demolizione di decine di edifici storici e al saccheggio di molti altri. Le notizie di quanto avvenuto a Mosul sono emblematiche, ma sfortunatamente non isolate: tutti i siti archeologici e tutti gli edifici storici presenti nelle aree controllate dall’autoproclamatosi Califfato sono drammaticamente a rischio. Sotto l’ombrello ideologico della lotta iconoclasta all’idolatria, stiamo assistendo alla deliberata cancellazione di ogni evidenza materiale di una tradizione storica, religiosa e culturale diversa da quella su cui si basa la struttura ideologica dell’IS. A queste distruzioni si aggiungono, inoltre, le sempre più insistenti voci di una ripresa su larga o larghissima scala di scavi clandestini nei numerosissimi e inestimabili siti archeologici presenti nell’area. Gli scavi clandestini, volti al ritrovamento e alla vendita di manufatti archeologici attraverso il mercato clandestino di opere d’arte, hanno tra gli scopi dichiarati quello di finanziare la struttura dell’autoproclamatosi Califfato, ma, oltre a fornire un’ulteriore fonte di reddito per l’IS, questi traffici comportano la gravissima conseguenza di disperdere un inestimabile patrimonio culturale che, evidentemente, viene considerato inutile, se non dannoso, dal punto di vista ideologico. Il patrimonio storico e archeologico sotto attacco è unico nel panorama mondiale. Il territorio nelle mani dell’IS, che comprende la Siria settentrionale e le aree centro occidentali dell’Iraq, è una delle aree con la più alta concentrazione di siti archeologici del pianeta. Stiamo parlando di centinaia, se non di migliaia di siti archeologici, in gran parte ancora scarsamente studiati o totalmente inesplorati, che rischiano di scomparire per sempre. Impossibile pensare di poter presentare in poche righe la ricchezza e l’importanza del patrimonio che rischia di venire cancellato dalle azioni militari, dai saccheggi e dalle distruzioni sistematiche di cui abbiamo parlato, ma possiamo tentare di ricordare, a titolo di mero esempio, qualche nome. La Cittadella di Erbil, entrata la scorsa primavera nella lista UNESCO dei siti Patrimonio dell’Umanità in virtù dei suoi più di seimila anni di ininterrotta occupazione umana, i rilievi rupestri di periodo assiro di Faideh, Khinis, Maltai e Shiru Maliktha, il monumento sasanide di Paikuli, con la sua iscrizione regale in medio persiano e partico, e i restanti siti archeologici presenti nelle aree sotto il controllo curdo sembrano per il momento al sicuro. Grande preoccupazione suscitano invece, anche in seguito alle notizie recentemente diffuse, le condizioni del sito archeologico di Ninive, cuore dell’impero assiro e praticamente coincidente con l’odierna città di Mosul, della città di Hatra, situata a circa 80 km a sud di Mosul e famosa, come riporta la motivazione con la quale nel 1985 l’UNESCO riconosceva questo sito tra i Patrimoni dell’umanità, per le preziose vestigia che combinano elementi decorativi orientali con elementi di tradizione greco-romana, del sito assiro di Nimrud e di tutti i siti archeologici presenti nella porzione di territorio iracheno oggi controllato dall’IS. La situazione in Siria non è certo migliore; qui gli attacchi sistematici dell’IS si sommano, infatti, ai nefasti effetti della guerra civile in corso nel paese. Se gli scontri tra forze governative e ribelli sembrano aver danneggiato solo parzialmente la cittadella di Aleppo e il Krak dei Cavalieri, il minareto della moschea omayyade di Aleppo è andato completamente distrutto, il sito di Ebla, famoso per i suoi archivi reali, è fortemente a rischio e i siti archeologici di Apamea e Dura Europos, solo per citare alcuni dei più noti, risultano irrimediabilmente devastati dagli scavi clandestini. Le azioni di distruzione e saccheggio compiute in queste aree non solo colpiscono, spesso deliberatamente, la storia, la cultura e la tradizione e con esse l’anima stessa delle popolazioni che abitano queste regioni, ma recano un danno incalcolabile a tutti noi. Non a torto è stato chiesto da più voci di considerare la deliberata distruzione del patrimonio culturale di un popolo o di una nazione un crimine contro l’umanità.


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