06 luglio 2016

Via della Seta: una mostra al Metropolitan Museum

di Martina Rugiadi

All’inizio del XX secolo l’arte islamica cominciò a riscuotere in Occidente un’attenzione fino ad allora inedita, promossa dalle fiere internazionali in Europa e negli Stati Uniti e dalle prime mostre museali organizzate a partire dal secolo precedente. Una piccola mostra allestita al Metropolitan Museum di New York indaga l’eredità di quel periodo a partire da oggetti d’arte in circolazione all’epoca. Trentacinque oggetti, tra reperti archeologici, manufatti restaurati, contraffatti, e falsi, sono messi a confronto per illustrare il contesto che ha contribuito a plasmare gli studi sull’arte islamica e a formare le grandi collezioni. La mostra, intitolata Transformed: Medieval Syrian and Iranian Art in the Early 20th Century, è aperta fino al 17 luglio 2016. All’odierno approccio conservativo nelle pratiche di restauro si preferivano, all’inizio del XX secolo, interventi che oggi definiremmo invasivi: gli oggetti frammentari o danneggiati venivano integrati e ridipinti nelle parti mancanti, talvolta enfatizzando elementi scelti della decorazione. Poiché tali attività erano anche effettuate su richiesta degli antiquari, e gli oggetti così “migliorati” raggiungevano prezzi più alti sul mercato, emergono questioni spinose quali contraffazione e falsificazione, ma ognuna di queste alterazioni è oggi considerata uno degli aspetti della lunga storia di un manufatto artistico. Gusto, disponibilità e commercio hanno svolto ciascuno un ruolo nella creazione delle collezioni e nell'indirizzare studi e ricerche. Tale dinamica era reciproca e rifletteva la più ampia cornice culturale e politica del periodo, da cui non sono esclusi interessi coloniali, teorie della razza e l’emergere dei nazionalismi. Tra le nozioni radicatesi all’epoca vi sono la ipersemplificazione di attribuzioni storiche e geografiche (una definizione quale “ceramica di Raqqa”, per esempio, era usata per vasellame prodotto in una regione ben più ampia dei limiti della città siriana); l’attenzione sproporzionata nelle collezioni e negli studi per la decorazione antropomorfa di alcuni manufatti; il negletto dell’arte prodotta in secoli più recenti a favore di quella dei periodi islamici più antichi. La mostra offre un’occasione per considerare il contesto più ampio in cui si sono formate molte delle odierne collezioni di arte islamica – inclusa quella del Metropolitan Museum.

 

Scavi e commerci La maggioranza dei manufatti medievali di origine siriana e iraniana disponibili sul mercato antiquario all’inizio del XX secolo proveniva dallo sfruttamento di monumenti e siti archeologici, con un aumento esponenziale degli scavi dopo il 1900. La domanda occidentale incontrò una serie di circostanze favorevoli: i residenti conoscevano le risorse archeologiche dei siti, spesso recuperate quale materiale da costruzione, mentre l’interessamento degli studiosi siriani e iraniani era ancora agli albori. Nella regione siriana il governo ottomano esprimeva la nascente preoccupazione circa gli scavi illegali, ma saltuariamente concedeva permessi speciali. Nel 1906 a Raqqa una piccola comunità di sfollati circassi, che scavava legalmente alla ricerca di mattoni da riutilizzare per le proprie case, portò alla luce un deposito di ceramiche medievali intatte. Ne seguirono scavi statali, mentre si impennavano le vendite a stranieri, archeologi inclusi, da parte di antiquari che operavano localmente e all’estero. Tali eventi esemplificano il coinvogimento e l’ambiguità tra scavi illegali, ricerca archeologica e commercio sia informale sia organizzato. In Iran, invece, il commercio antiquario si era sviluppato nel XIX secolo tramite agenti europei, che operavano nel Paese in rappresentanza di musei e collezionisti privati. Dal 1884 i manufatti venuti alla luce negli scavi dei francesi a Susa erano spediti al museo del Louvre a Parigi, sebbene tali spedizioni violassero gli accordi con i sovrani qajar di Persia. In seguito un ulteriore accordo garantì ai francesi il diritto esclusivo di effettuare scavi nel suolo pubblico iraniano, nonché la proprietà legale dei reperti. Il monopolio, attivo tra il 1900 e il 1927, ebbe implicazioni inattese: gli scavi commerciali proliferarono nei terreni privati, senza che vi fosse un controllo statale fino al 1910; gli imprenditori locali prosperavano, poiché agli stranieri era vietato partecipare nelle imprese private. Al contempo, però, gli scavi illegali non si arrestarono.

 

La storia dei manufatti: restauri, contraffazioni e falsificazioni “Frammenti di un’arte ammirabile… ma, ahimè, nessun pezzo intatto!”, scrisse il viaggiatore e collezionista Claude Anet parlando dei reperti che gli venivano mostrati a Isfahan nel 1905. La maggioranza dei manufatti proveniva da scavo e arrivava in uno stato di conservazione frammentario e deteriorato che non incontrava il favore del collezionista tipico. Per rispondere alla domanda e aumentare il valore dei manufatti, questi venivano restaurati e talvolta abbelliti, e le parti mancanti integrate. Europei e americani apprezzavano anche le imitazioni esplicite di oggetti medievali, come dimostra un piatto di ceramica di Rockwood (Cincinnati, Ohio) prodotto nel 1924 a imitazione della “ceramica di Raqqa”. Tuttavia falsi (realizzati con l’intento di ingannare) erano prodotti con risultati diversi dal XIX secolo. In un raro, seppur indiretto, resoconto sulle tecniche dei falsari, del 1915, l’archeologo Charles Vignier riporta che al bazar di Tehran era disponibile del vasellame “su cui un’ iridescenza superficiale è stata appena realizzata attraverso un processo in cui grasso di montone e una seconda cottura pare giochino un ruolo importante .” Scoprire tali interventi e ricostruire la storia completa di ciascun oggetto è divenuto un compito fondamentale per i restauratori e gli storici dell’arte siriana e iraniana medievale. Nonostante l’efficacia dei test scientifici, i risultati sono raramente di comprensione inequivocabile. Le analisi delle termoluminescenza, per esempio, restituiscono il tempo passato dall’ultima cottura di un oggetto ceramico, ma questa potrebbe rappresentare la ri-cottura di un oggetto più antico. Le analisi dei pigmenti permettono di individuare i componenti e gli additivi moderni, ma i pigmenti di origine naturale (ad esempio il nero ottenuto dal carbone, il rosso dall’ossido di ferro, o il blu dal lapislazzuli) possono essere stati applicati sia in epoca medievale sia moderna. La collaborazione tra restauratori, scienziati, e storici dell’arte permette di individuare interventi diversi sui manufatti artistici, di comprendere il contesto in cui sono stati effettuati, e di ricostruirne la storia completa. (Il testo è tradotto e riadattato dai pannelli esposti nella mostra Transformed: Medieval Syrian and Iranian Art in the Early 20th Century , aperta fino al 17 luglio 2016; gli oggetti esposti e le didascalie sono anche consultabili online ).

 


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