22 maggio 2017

Viaggio nell’Est Europa. La signora col cagnolino e le nuove russe con il pitbull

Come il libertino, il quale non potrà che cercare l’amore al di fuori del matrimonio, lontano dalle pastoie che ne caratterizzano la fisiologia, così il lettore che avverta necessaria la ricerca di una cultura che non sia dissanguata o liofilizzata ma viva, autentica, dovrà per forza allontanarsi da quella di cui si fa produzione nelle facoltà umanistiche: membra spezzate e incapaci di assumere fisionomia umana, spesso, le opere provenienti da codeste facoltà non fanno altro che applicare le regole delle scienze positive ad un campo, quello letterario, cui si addice rigore e abnegazione, certo, ma non la ricerca di teoremi o di calcoli esatti, irriducibile dunque nella sua essenza più autentica a qualsivoglia misurazione. Di questo atteggiamento il rischio o, meglio, la certa conseguenza, è la sterilità, quella aridità che Wagner, grande autodidatta, attribuiva alla Germania dopo che essa si era irrimediabilmente “professorizzata”; «avete mai pensato alla vanità dell’insegnamento delle letterature? Dello scrivere storie?» scriveva Prezzolini, «Le letterature non si insegnano e non si imparano. Si rivelano con il bisogno di scrivere».

Ed è questo bisogno, questa necessità, a innervare le pagine dell’ultimo libro di Antonio Armano, La signora col cagnolino e le nuove russe con il pitbull, appena pubblicato da Clichy, raffinato editore fiorentino forte di un catalogo poco appariscente e acutissimo, per nulla incline alle sbornie dozzinali da best seller come, d’altro canto, ai rigurgiti di una cultura elefantiaca la quale, più che altro, somiglia ad un’indigestione. È in questa prospettiva che il libro di Armano si muove, intrecciando nella sua scrittura, come in un corpo organico e immune da qualsiasi staticità o necrosi, strati che la visione accademica è spesso incapace di coniugare, e ponendosi in tal modo in un luogo   lontanissimo da quello occupato dal famigerato, temibile “studente a vita”, ignaro nella sua ingenuità che Paris change!

Come un fiotto ebbro, dopo la caduta del Muro, l’Europa Orientale si libera nella psiche dell’autore, plasmando quegli harem auspicati da Flaubert e concretizzandosi in una visione capace non solo di cogliere, nel loro toccarsi all’infinito, due forme di conoscenza perfettamente parallele, quella che nasce dai viaggi e quella che scaturisce dalla letteratura, ma anche di armonizzarne la forma attraverso un sentimento del tempo il cui scorrere non può che arrovellarsi con la storia personale di chi scrive: un tentativo di trovare quella “vista acutissima” capace di vedere tutto di cui parla Carlo Rovelli, per la quale «non ci sarebbe tempo che scorre e l’universo sarebbe un blocco di passato presente e futuro».

Di questo terzo occhio il primo capitolo, che dà il titolo al libro, offre un esempio bellissimo, ironico e toccante: a Jalta, le immagini e le parole di Čechov esondano dalle crepe della vita dell’autore come un fiume carsico che abbia trovato all’improvviso diverse vie di fuga, particolarmente le poche pagine che costituiscono quel capolavoro che è La signora col cagnolino, avvolgendo col loro fumo ipnotico e stordente quella realtà bruta e sempre un po’ deludente nella quale si è conficcati, della quale la discoteca dell’Oreanda costituisce un’ottima rappresentazione, piena com’è di «giovani ricchi di Mosca e San Pietroburgo, vestiti con abiti firmati e dall’aria sofisticata»; ma nel pieno della notte, incapace di aprire la porta della propria abitazione, non Anna Sergeevna appare, accompagnata dal suo rumorosissimo volpino bianco, bensì una figura snella preceduta da un quieto pitbull, una tipica esponente della gioventù dorata moscovita «salvo per la cortesia» la quale, dopo avere aiutato il narratore con la serratura capricciosa e restia, svanisce nella notte senza altre parole.

È sempre uno spazio non cartesiano, scompaginato e volto al suo superamento, quello che Armano apre nelle pagine del suo libro, uno spazio nel quale la figura di Von Rezzori si scioglie nella teoria di badanti che da Černivci, la città trasfigurata nella Cernopol delle sue opere, si spinge verso altri paesi: uno spazio intriso della memoria dell’autore, del suo skutschno, che forse nella sua concisione è la definizione più bella del tono di queste pagine. Le quali, con eleganza e umiltà, fanno loro la lezione de Il mito di Pietroburgo di Lo Gatto, così come quella di Praga magica di Ripellino, quell’insegnamento che rappresenta, assieme alla chatwiniana nonchalanche che innesca i dialoghi e la casualità degli incontri, perfettamente assimilata da Armano, forse la forma di paideia più armoniosa e forte della propria debolezza di fronte ad un dato di certo esatto e inattaccabile ma vampirizzato e svuotato di vita. 

 

Antonio Armano, La signora col cagnolino e le nuove russe con il pitbull, Edizioni Clichy, 2017, pp. 280

 

 


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