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12 luglio 2017

Vita nei boschi. Duecento anni dalla nascita di Henry David Thoreau

Concord, piccola cittadina nello stato del Massachusetts, è famosa soprattutto per essere stata teatro di una delle più sanguinose battaglie della guerra d’indipendenza. Ma è nota anche perché intorno a essa gravitarono, nella prima metà del XIX secolo, alcuni tra i più importanti scrittori e intellettuali della storia degli Stati Uniti. Qui visse, ad esempio, Louisa May Alcott, autrice di Piccole donne, e, soprattutto, qui si riunirono i maggiori esponenti del trascendentalismo, Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne ed Henry David Thoreau, che proprio a Concord era nato il 12 luglio 1817.

In un’aperta critica all’impostazione borghese e all’organizzazione protocapitalista del lavoro, i trascendentalisti esaltavano la natura incontaminata dei grandi spazi del Nord America e auspicavano un nuovo sodalizio tra uomo e natura, rielaborando in modo originale alcune istanze del Romanticismo europeo. Il più noto tra i testi trascendentalisti fu pubblicato proprio da Thoreau nel 1854: si tratta del celeberrimo Walden ovvero Vita nei boschi, frutto dell’esperienza dell’autore che si era ritirato per due anni a vivere in solitudine in una piccola capanna sulle sponde di un lago immerso nella lussureggiante foresta americana, poco lontano da Concord.

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita», scriveva Thoreau nell’introduzione di questo libro che è divenuto una vera e propria bibbia della controcultura statunitense, influenzando, tra gli altri, Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Più recentemente, le riflessioni di Thoreau avevano ispirato la vicenda del viaggiatore statunitense Cristopher McCandless, magistralmente riproposta da Sean Penn del film del 2007 Into the wild.

Prima di Walden, Thoreau, prolifico scrittore e saggista, aveva prodotto un altro testo di grande lungimiranza, Disobbedienza civile, edito nel 1849, dove criticava il potere assoluto della maggioranza e difendeva il diritto dei cittadini di opporsi alle leggi ingiuste; un libro che fu letto e apprezzato, tra gli altri, da Tolstoj, Martin Luther King e Gandhi, che da esso trasse la sua idea di lotta non violenta.

A duecento anni dalla nascita, Thoreau resta un pensatore di grande attualità e i suoi libri continuano a essere fonte di ispirazione per migliaia di attivisti per l’ambiente e i diritti civili in ogni parte del mondo.

 

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06 luglio 2017

Cavalcanti a cura di Ezra Pound. L’avventura di un testo letterario

Le vicende di molte opere letterarie sono talmente avvincenti che potrebbero divenire a loro volta soggetto di romanzo. Nel 1913 Dino Campana consegna per la pubblicazione il manoscritto de Il più lungo giorno a Giovanni Papini e Ardengo Soffici, ma quest’ultimo lo perde. Se è ben nota la disperazione di Campana per questo smarrimento (il manoscritto sarà ritrovato solo nel 1971 tra le carte di Soffici e venduto all’asta da Christie’s nel 2004), che lo costringe a riscrivere l’opera - verosimilmente a memoria -, della quale cambia il titolo con il vulgato Canti orfici (Marradi, Tipografia F. Ravagli, 1914), meno conosciute sono le circostanze che accompagnano l’uscita del volume Guido Cavalcanti, Rime. Edizione rappezzata fra le rovine (Genova, Marsano, 1931 – Anno IX) per la cura del poeta americano Ezra Pound.

Il libro avrebbe dovuto uscire in Inghilterra, dove era già stato allestito, ma nell’agosto del 1930 la casa editrice Aquila Press fallì. Anni di lavoro sui manoscritti di Cavalcanti, che Pound aveva consultato in svariate biblioteche pubbliche e private (non solo italiane), e, soprattutto, il suo impegno (anche economico) per riprodurli correvano il rischio di essere vanificati a causa di quel fallimento. Pound cadde nello sconforto: creò pertanto dei volumetti, contenenti solo i fascicoli con le quaranta riproduzioni fotografiche di ben trentadue codici, che inviò a biblioteche e grandi studiosi, accompagnandoli con una dedica manoscritta per dimostrare che il lavoro era quasi compiuto.

Di questa rarità bibliografica, sempre ammesso che sia il caso di definirla “libro”, ho potuto individuare due esemplari: il primo presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, il secondo nel Fondo Michele Barbi, conservato nella Biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa. Le dediche, scritte in un italiano malcerto, sono quasi simili: «Triti manoscritti di Guido Cavalcanti. La mia edizione di Cavalcanti sospesa per fallimento dell’editore vorrei consegnare a la Biblioteca Vaticana almeno questa indicazione che l’edizione era iniziata. Ezra Pound 1931» e «Triti manoscritti di Guido Cavalcanti. La mia edizione di Cavalcanti sospesa per fallimento dell’editore vorrei mandare in omagio a Michele Barbi almeno questa indicazione che l’edizione era iniziata. Ezra Pound 1931».

Esse risalgono ai primissimi mesi del 1931, visto che nei mesi seguenti - finanziando in prima persona la stampa - Pound riuscì finalmente a pubblicare il volume (la premessa Ad lectorem è del mese di maggio: «Rapallo, Maggio – Anno IX»). Questa edizione, vera chicca per bibliofili per la sua rarità, sarebbe dovuta comparire nel catalogo della “Libreria del Littorio” di Roma, con un chiaro intento propagandistico tipico dell’epoca, ma il progetto, caldeggiato da Francesco Monotti, non vedrà però la luce per l’estromissione del proponente dalla libreria stessa.

 

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28 giugno 2017

Centocinquant’anni fa nasceva Luigi Pirandello

Luigi Pirandello nasceva ad Agrigento il 28 giugno 1867. Figlio e nipote di patrioti, agli albori dell’Italia unita, in una contrada chiamata Càvusu, che, secondo le sue stesse parole, è una corruzione del greco antico Kaos: per questo si identificava come «figlio del Caos», quel caos che poi avrebbe riproposto, analizzato, sviscerato ossessivamente nei suoi lavori letterari e teatrali, veri e propri pilastri della letteratura del Novecento.

Se il primo successo gli arrise già nel 1904 con Il fu Mattia Pascal, fu nel 1925 che raggiunse la notorietà internazionale con il suo Teatro d’Arte di Roma, grazie anche a due straordinari interpreti della sua opera, Ruggero Ruggeri e Marta Abba, vera e propria musa ispiratrice.

Nel torno di un decennio Pirandello divenne uno dei più famosi drammaturghi del mondo e il suo successo fu coronato dal Nobel per la Letteratura del 1934 «per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e teatrale». Sostenitore del primo fascismo, in cui vide il proseguimento degli ideali risorgimentali, non mancò mai di avere forti contrasti con il regime, che guardò sempre in modo dubbioso nella sua opera profondamente intrisa di pessimismo e tacciata perciò di «disfattismo». Pirandello moriva nel 1936, all’età di 69 anni, senza vedere gli orrori della Seconda guerra mondiale e lasciando incompiuto il suo ultimo lavoro teatrale, i Giganti della montagna, «allarmato e potente atto d’accusa verso una cultura che ha smarrito il fondante valore sociale dell’arte» (Simona Costa).

Se i suoi romanzi hanno assunto un valore iconico (soprattutto Uno nessuno e centomila) nel rappresentare la frammentazione della personalità dell’uomo contemporaneo, il suo metateatro, in particolare con Sei personaggi in cerca d’autore, ha avuto un ruolo essenziale nella ricerca drammaturgica internazionale del secondo Novecento.

I centocinquant’anni della sua nascita saranno occasione di grandi celebrazioni a livello internazionale, e la sua Agrigento sarà in primo piano: il Comitato d’onore, nominato a marzo, che vede tra i suoi componenti, tra gli altri, il nipote Pier Luigi, Andrea Camilleri, Anna Maria Sciascia, saggista figlia di Leonardo Sciascia, e Massimo Bray, direttore generale Treccani e presidente del Salone del Libro di Torino, ha organizzato una ricca serie di eventi artistico-culturali culminanti nel Festival La Strada degli Scrittori, in programma dal 12 maggio al 9 luglio, dedicati al grande intellettuale agrigentino e alla sua opera ancora straordinariamente attuale, che delinea con eccezionale e profetica precisione le contraddizioni di una società sempre più orfana di riferimenti culturali e civili condivisi.

 

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26 giugno 2017

Vent’anni fa iniziava il mito di Harry Potter

«Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante». Così suona l’incipit, teatralmente “normale”, di un fenomeno letterario, cinematografico, mediatico e culturale che di “normale” ha ben poco.Sono passati 20 anni esatti da quel 26 giugno 1997 in cui nelle librerie londinesi comparve per la prima volta un libro che oggi, probabilmente, è tra i più noti a livello mondiale: Harry Potter and the philosopher’s stone – ideato nel corso degli anni Novanta da J.K. Rowling, classe 1965, segretaria nata nella campagna inglese –, fu rifiutato da ben tre case editrici prima di essere accettato dalla quasi sconosciuta Bloomsbury, che alla fine lo pubblicò come un testo per bambini.

Il successo fu inaspettato, immediato ed enorme. Ma fu sull’onda del plauso di critica e pubblico tributato ai due libri successivi della saga, usciti rispettivamente nel 1998 e nel 1999, che si concretizzò, a tempi di record, il progetto della trasposizione cinematografica dell’opera, uscita nel 2001 per la regia di Chris Columbus. I protagonisti della saga (Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint) undicenni all’epoca del primo film e ventunenni quando uscì, nel 2011, l’ultimo capitolo, sono cresciuti insieme al loro pubblico, causando, soprattutto per la generazione dei millennials di cui fanno parte, un vero e proprio fenomeno di identificazione di massa.

La saga ha prodotto anche un merchandising sterminato, fatto di oggetti e vestiti, ma anche di parchi a tema, come lo studio della Warner vicino Londra, dove si trovano tuttora alcuni set dei film, preso d’assalto ogni anno da migliaia di visitatori di ogni età.

L’unicità del fenomeno sta, in effetti, nel suo essere davvero intergenerazionale, ma in senso “progressivo”: si passa, infatti, gradualmente, dalle atmosfere ingenue della Pietra filosofale agli scenari dark e alle tematiche forti – razzismo, totalitarismo, tradimento – che caratterizzano la parte finale della saga, mostrando ai piccoli lettori ormai diventati adulti quanto possa diventare oscuro il mondo incantato dell’infanzia. Il passaggio dal target infantile a quello young adult si completa negli sviluppi attuali dell’opera: la Rowling, svestiti i panni della scrittrice, diventa sceneggiatrice di una nuova saga (Animali fantastici e dove trovarli, il cui secondo capitolo uscirà il 16 novembre 2018), collocata cronologicamente circa settant’anni prima degli eventi di Harry Potter, che narra, in ambientazione statunitense, la prima ascesa al potere di Voldemort agli albori della seconda guerra mondiale. Si esce dalla scuola per vedere il mondo vero, e la magia si fa più magnificente che mai, per proseguire e innovare un mito che ha segnato, a livello globale, un’intera generazione.

 

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07 luglio 2017

Le prospettive vertiginose del Santo Genet di Jean-Paul Sartre

La retorica, oltre a essere una tecnica nel senso classico del termine, un’arte della persuasione, insieme di regole la cui messa in opera mira a persuadere l’ascoltatore, identifica anche l’articolarsi di un locus dal quale essa sgorga con una persona, ben precisa, che assume colui il quale la eserciti: è un luogo ove vigono, per usare le parole di Roberto Calasso, «il puro assassinio, la nobile colpa, l’eroico distacco, la grande sobrietà occidentale», tutti bibelots dei quali si faranno ornamento quelli per cui «ogni singolo è un cieco membro della catena della necessità assoluta con cui il mondo si sviluppa». Di questo movimento ineludibile, almeno in Occidente, si troverà immagine fulgida e eloquente in una pagina de La vita di Apollonio di Tiana, nel gesto col quale Apollonio indica agli Efesi il nemico degli dei, il demone all’origine dell’epidemia di peste che attanaglia la città: un vecchio mendicante che astutamente si finge cieco, vestito di stracci e col volto imbrattato di sudiciume, che finirà lapidato dagli uomini riuniti attorno ad Apollonio, il quale incita ad abbandonare ogni pietà invitandoli a soffermarsi sugli occhi pieni di fuoco, demoniaci, di quello straniero. È in un gesto di questo tipo che Sartre individua il momento decisivo dell’infanzia (e della vita) di Genet, nella parola che, grazie alle sue qualità astringenti, lo cristallizza nella parte maledetta.

Finalmente di nuovo pubblicato, Santo Genet di Jean-Paul Sartre (Il Saggiatore, traduzione di Corrado Pavolini) rappresenta uno dei testi più cruciali e importanti non solo per il suo autore, ma anche per tutta la cultura francese fino agli anni ’70 del secolo scorso: edito nel 1952 come primo volume, monumentale introduzione all’opera omnia di Jean Genet, di cui Gallimard stava curando la pubblicazione, dalle sue pagine riesce ad aprire prospettive vertiginose, che saranno capaci di giungere al pensiero di Maurice Blanchot o di Roland Barthes, al nouveau roman o al laboratorio di Tel Quel, in un movimento multiforme e incredibilmente complesso capace di riprendere l’approccio di Sainte-Beuve per innovarlo e piegarlo alle esigenze della propria visione filosofica.

 Immobilizzato, come un insetto da uno spillo, da quella parola, ladro, che lo sorprende senza pietà, il giovanissimo Genet abbandona la positività dell’Essere, che i Giusti gli oppongono, scarto ormai per sempre irriducibile alla totalità e proiezione della loro cattiva fede, per gettarsi violentemente nel non-essere, unico paradossale modo per accedere al proprio esse, alla propria veritas. Individuo perfettamente idiolettico, il cui linguaggio non potrà più in alcun modo essere socializzato, Genet sceglie all’inizio la solitudine del crimine e della pederastia (sotto le cui insegne, anche se riuniti da un unico fine, gli uomini non potranno mai costituire una società, bensì un pulviscolo inclassificabile), per poi entrare trionfalmente, come l’Eliogabalo di Artaud a Roma, nell’immaginario, in un regno delle immagini la cui ambizione sarà non di realizzarsi (sogno borghese), ma di irrealizzare la realtà, di contagiarla, di inocularle quel veleno che la avrebbe svuotata, e di divenire, infine, personaggio accanto agli altri personaggi, immagine accanto alle altre immagini. In un lavoro con la morte, del quale in Pompe funebri riecheggiano le parole: «Presso i morti ero sceso a piangere, fin nelle loro camere segrete, condotto da invisibili ma dolci mani di uccelli, su scale ripiegate via via. Esponevo il mio dolore nei campi amichevoli della morte, lontano dagli uomini: in me stesso».

Sartre, in questo straordinario “libro interpretativo”, astrae Genet dal tempo storico, cronologico, per farlo accedere a un tempo mitico nel quale l’eterno ritorno (inteso sulla scorta dell’interpretazione di Eliade) scandisce l’emergere della dimensione archetipa attraverso la ripetizione di un modello, in una prospettiva lontanissima dalla linearità irrilevante del profano, dal quale Genet, dopo averne individuato la fisionomia in quel mondo dell’Essere che lo ha scacciato, si allontana sdegnoso, assumendo con volontà forte e convinta lo stigma del maledetto, della ferita perennemente sanguinante, e prolungando così indefinitamente, fino all’avvento della scrittura, quello spazio del liminale, dell’esclusione, cui Victor Turner attribuiva la capacità rigenerante e metamorfica che solo l’annullamento di un precedente in vista di un successivo può realizzare.

Non si dubiterà che Sartre avesse la consapevolezza di mettere in opera un mito, sebbene il sospetto che Genet, in qualche modo, rimanga per tutti un corpo oscuro sul quale mai un raggio di luce si sia realmente posato è forte, soprattutto quando si pensa alle parole di Gombrowicz che Francesco M. Cataluccio, nella sua bella prefazione, riporta; parole che, pur colme di ammirazione per entrambi, non sono capaci di nascondere il dubbio, profondo, che Sartre sia stato raggirato: interrogativo che emerge, con forza, in quella pagina del Diario dove il grande scrittore polacco vede, nella scelta del Male assoluto attorno alla quale Sartre fa ruotare tutta la vita di Genet, solamente una scelta di comodo, successiva al suo accesso alla scrittura e ancillare alla sua letteratura, mentre nella sua esistenza trova solo la facilità, il furto per fame o la pederastia per assecondare la natura del proprio corpo.

All’ombra di questo dubbio stupirà meno, o forse non la si interpreterà più solo come scrupolo borghese, la fuga di Sartre e del Castoro all’arrivo di Genet, che Arbasino riporta velenosamente in una pagina di Parigi o cara.

 

Jean-Paul Sartre, Santo Genet, Il Saggiatore, 2017, pp. 660

 

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