11 giugno 2020

Welfare culturale

 

L’espressione Welfare culturale indica un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale.

Il Welfare culturale si fonda sul riconoscimento, sancito anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, dell’efficacia di alcune specifiche attività culturali, artistiche e creative, come fattore:

 

1. di promozione della salute [1] in ottica biopsicosociale [2]e salutogenica, anche legato all’acquisizione di abilità di coping [3] e sviluppo delle life skill [4];

2. di benessere soggettivo e di soddisfazione per la vita, in forza dei suoi aspetti relazionali, e potenziamento delle risorse (empowerment) e della capacità di apprendimento;

3. di contrasto alle disuguaglianze di salute e di coesione sociale per la facilitazione all’accesso e lo sviluppo di capitale sociale individuale e di comunità locale;

4. di invecchiamento attivo, contrasto alla depressione e al decadimento psicofisico derivante dall’abbandono e dall’isolamento;

5. di inclusione e di empowerment per persone con disabilità anche gravi e per persone in condizioni di marginalizzazione o svantaggio, anche estrema (ad esempio, senza fissa dimora, detenuti, ecc.);

6. complementare di percorsi terapeutici tradizionali;

7. di supporto alla relazione medico-paziente, attraverso le medical humanities [5] e la trasformazione fisica dei luoghi di cura;

8. di supporto alla relazione di cura, anche e soprattutto per i carer non professionali;

9. mitigante e ritardante per alcune condizioni degenerative, come demenze e il morbo di Parkinson.

 

Sperimentato da almeno tre decenni soprattutto nei Paesi scandinavi, nel Regno Unito e più di recente in Canada, il Welfare culturale presuppone una relazione sistemica e sistematica di collaborazione fra professionisti di discipline diverse e, soprattutto, una integrazione di scopo fra i sistemi istituzionali della salute, delle politiche sociali e quello delle arti e della cultura. L’esperienza più matura, al riguardo, nel Regno Unito, si è realizzata attraverso il programma Arts on prescritpion (AoP). AoP, che si fonda sulla convinzione che la partecipazione a un'attività creativa possa promuovere la salute e il benessere, faccia parte della più ampia categoria delle prescrizioni sociali attraverso le quali gli operatori sanitari o gli assistenti sociali, in alcuni specifici casi, indirizzano le persone a servizi o a fonte di sostegno di tipo non medico, per esempio ad attività di esercizio fisico o alla lettura di libri. Nel caso di AoP, si tratta di pratiche artistiche e creative (dalla pittura, alla danza, alla visita di luoghi del patrimonio), facilitate da artisti o musicisti e che coinvolgono gruppi di persone all’interno della comunità in cui vivono. Il primo programma, AoP Stockport, risale al 1994 e offre una serie di attività creative a persone con depressione da lieve a moderata, con l'obiettivo di aumentare il loro livello di benessere mentale. Nell'ultimo decennio, il numero di programmi AoP è aumentato in tutto il Regno Unito. Prescrivere arte invece che antidepressivi, per l’esperienza inglese è più efficace, non dà dipendenza e costa meno. Nel Regno Unito la necessità di ridurre la dipendenza da antidepressivi è considerata prioritaria: in dieci anni, dal 1998 al 2008, le prescrizioni di farmaci dedicati sono aumentate del 95% (da 18,4 milioni a 35,9 milioni) [6]. Si stima che nel 2006/2007, in UK, siano andati perse circa 13,8 milioni di giornate di lavoro a causa dello stress lavoro correlato, della depressione e dell'ansia, condizione che porta a perdere una media di 30,2 giornate di lavoro. Impegnarsi in attività culturali e creative può ridurre l'ansia, lo stress e i disturbi dell'umore [7]. Più in generale, “abbattere i costi del welfare per quella componente, tutt’altro che trascurabile, legata alla povertà esperienziale del malato, producendo allo stesso tempo un notevole miglioramento della qualità della vita percepita: questa dinamica, oltre a configurare un netto aumento del benessere sociale, finirebbe per essere auto-sostenibile, perché potrebbe finanziare gli interventi culturali migliorativi interamente attraverso le economie di costo generate dalla migliore qualità di vita dei malati, producendo verosimilmente ampi margini di risparmio netto[8].

 

Fra i presupposti del Welfare culturale c’è, come si è detto, un approccio di salutogenesi, elaborato nel 1979 dal sociologo medico Aaron Antonovsky, secondo il quale è più importante concentrarsi sulle risorse e sulla capacità delle persone di creare salute piuttosto che sulla classica attenzione ai rischi e alle malattie. Gli elementi chiave dello sviluppo salutogenico sono, in primo luogo, l'orientamento alla soluzione dei problemi e, in secondo luogo, la capacità di utilizzare le risorse disponibili. Nel corso degli anni, questo indirizzo è diventato un concetto consolidato nella salute pubblica e nella promozione della salute [9]. Fra gli ambiti e le esperienze che aumentano l’orientamento alla soluzione dei problemi e la capacità di usare le risorse, le arti e il patrimonio culturale sono particolarmente efficaci anche considerati i loro costi.

 

In Italia, pratiche di arte e patrimonio culturale per il benessere e la salute sono numerose e consolidate dagli ultimi due decenni soprattutto in Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Lazio. La Provincia Autonoma di Bolzano, già dal 1996, è stata l’apripista di sperimentazioni che hanno influenzato le politiche culturali volte al miglioramento della qualità della vita delle persone e delle Comunità [10]. Nel 2000-2001 a Torino è stata avviato il primo PRU - Piano di Rigenerazione Urbana, che includeva in modo organico nei Piani di Accompagnamento Sociale progetti con le arti performative nelle dieci circoscrizioni della città, volti alla promozione della qualità della vita e qualità sociale.

Le iniziative sono promosse nei luoghi della cultura, nei musei, biblioteche, ospedali e hospice, e mettono insieme professionisti della cultura, della sanità, artisti e assistenti sociali. Tra queste, di grande significato per lo sviluppo cognitivo precoce Nati per Leggere, il programma nazionale di lettura ad alta voce già dal periodo perinatale, esportato dagli USA in Italia e in Europa.

La Regione Umbria promuove attività formative comuni fra l’assessorato alla sanità-servizi sociali e assessorato alla cultura e spettacolo.

Le medical humanities cominciano ad essere incluse in alcuni percorsi formativi universitari e professionali di medici e personale sanitario. L’istituto Superiore di Sanità, nella pagina del suo sito dedicata alle demenze, annovera, fra le terapie alternative l’arte terapia.

 

Sul fronte della ricerca, alcuni studiosi italiani sono impegnati da più versanti: Enzo Grossi, insieme a Pier Luigi Sacco e Giorgio Tavano Blessi [11], hanno esplorato il ruolo delle varie forme di partecipazione culturale sul benessere psicologico percepito e l’effetto antistress di esperienze estetiche.

Nel 2017, la rivista Economia della cultura ha dedicato un numero, a cura di Carla Bodo e Pier Luigi Sacco, a “Cultura, benessere e salute”, con una panoramica delle buone pratiche, corredata da evidenze scientifiche, sul contributo di tutte le componenti del settore culturale e artistico, dal teatro al circo, dal museo al cinema, dalla danza alla musica, dalla prevenzione, alla promozione della salute, all’alleanza nei percorsi di cura. Le evidenze scientifiche raccolte convergono peraltro con le piste aperte delle ultime frontiere della ricerca scientifica: dalle neuroscienze, all’epigenetica, alla PNEI-Psiconeuroendocrinoimmunologia. Le esperienze culturali infatti sono correlate alle risposte biologiche dell’organismo, all’increzione ormonale, al comportamento dei geni.

 

L’Istituto Nazionale di Statistica ha prodotto, a partire dal 2010, un sistema di Misure del Benessere Equo e Sostenibile (BES) che includono il paesaggio e il patrimonio culturale fra le dimensioni di base e un indicatore composito di partecipazione culturale; ha documentato l’effetto protettivo della partecipazione culturale per le persone con disabilità anche gravi e ha avviato una linea di ricerca di base che contempla il Welfare culturale fra le forme emergenti di welfare.

 

La più recente ricerca dell’OMS, che nel novembre 2019 ha presentato la più vasta analisi di letteratura sul ‘Il Valore delle Arti sul Benessere e la Salute’ [12], indica nelle considerazioni di interesse politico “il valore aggiunto del coinvolgimento delle arti per la salute” e la necessità la necessità di “rafforzare la natura intersettoriale degli ambiti delle arti e della salute” in ogni ambito, dalla formazione del personale al trattamento. Indicazioni che si collocano nel più ampio disegno che tanto in ambito sanitario che culturale sono stati espressi dai documenti di riferimento, quali Salute in tutte le politiche (OMS 2013) e la Nuova Agenda Europea della Cultura (2018). Quest’ultima, in particolare, indica come pilastri delle politiche delle prossime decadi i crossover culturali, ovvero le relazioni sistemiche e sistematiche con altri ambiti di policy, un tempo debolmente interconnessi, in primis cultura e salute.

 

Resta però molto da fare, perché il Welfare culturale si innesti nella quotidianità del paese.

Occorre superare la frammentarietà delle informazioni, l’approccio fondato solo sul mosaico delle buone pratiche e puntare ad azioni di sistema. Occorre investire per consolidare la robustezza delle evidenze, per espandere, consolidare e trasferire le competenze, per progettare un sistema strutturato di servizi che in alleanza con le comunità locali moltiplichi la portata dei fattori salutogenici e che li renda accessibili, saldando il terribile divario sociale che esclude dalla salute più di cinque milioni di persone in condizioni di deprivazione; che alleggerisca il fardello della cura con soluzioni più sostenibili, più giuste, più efficaci. Senza piegare la cultura a un ruolo di supplenza di politiche sociali, ma riconoscendo il suo ruolo portante nello sviluppo umano e sociale.

 

[1] La nozione di promozione della salute assume un significativo rilievo a partire dagli anni Ottanta e viene sancita dall’OMS con la promulgazione nel 1986 della Carta di Ottawa, che porta l’accento sui fattori che costruiscono salute, sia in termini di risorse e capacità individuali, sia di opportunità legate ai contesti e definite dalle scelte pubbliche e politiche.  

[2] Il modello bio-psico-sociale è una strategia di approccio alla persona, sviluppato da Engel negli anni Ottanta sulla base della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dall’OMS. Il modello pone l’individuo ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili, non solo biologiche, ma anche psicologiche, sociali, familiari, fra loro interagenti e in grado di influenzare l’evoluzione della malattia. Il modello bio-psicosociale si contrappone al modello bio-medico, secondo il quale la malattia è riconducibile a variabili biologiche che il medico deve identificare e correggere con interventi terapeutici mirati. Il concetto di salute dell’OMS fa riferimento alle componenti fisiche (funzioni, organi strutture), mentali (stato intellettivo e psicologico), sociali (vita domestica, lavorativa, economica, familiare, civile) e spirituali (valori), per identificare in esse le variabili collegate alle condizioni soggettive e oggettive di benessere (salute nella sua concezione positiva) e male-essere (malattia, problema, disagio ovvero salute nella sua concezione negativa) di cui tenere globalmente conto nell’approccio alla persona.

[3] Con il termine coping, o fronteggiamento, si indica l'insieme dei meccanismi psicologici adattativi messi in atto da un individuo per fronteggiare problemi emotivi ed interpersonali, allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress ed il conflitto.

[4] Indicate dall’OMS nel 1993 come ‘le competenze che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono capace (enable) l’individuo di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni’, sono attitudini e capacità personali trasversali, quali il pensiero creativo, la capacità di lavorare in gruppo, la gestione dello stress, la soluzione dei conflitti. (Le medesime competenze e alcune altre, come la capacità di gestir e il tempo e fare rete, assumono il nome di soft skills nella dimensione lavorativa, distinguendosi dalle cosiddette hard skills, che hanno invece a che vedere con il contenuto specifico e tecnico di una occupazione o una professione.

[5] Le medical humanities sono un ambito disciplinare in cui la medicina rafforza i propri rapporti con le scienze sociali e comportamentali (sociologia, psicologia, diritto, economia, storia, antropologia culturale), può entrare in dialogo con la filosofia morale (bioetica e teologia morale) e con gli apporti delle arti espressive (letteratura, teatro, arti figurative).

[6] H. Bungay and S. Clift (2010). Arts on Prescription: A review of practice in the UK. Perspectives in Public Health November 2010 Vol 130 No 6; Mental Health Foundation (2009). New Data Shows Overreliance on Antidepressants, Says Mental Health Foundation. London: Mental Health Foundation.

[7] H.L. Stuckey, and J. Nobel (2010). The Connection Between Art, Healing, and Public Health: A Review of Current Literature. American Journal of Public Health, Vol 100, No. 2

[8] E. Grossi, A. Ravagnan (2013). Cultura e salute. La partecipazione culturale come strumento per un nuovo welfare. Milano: Springer-Verlag.

[9] A. Antonovsky (1979). Health, stress and coping. San Francisco: Jossey-Bass. B. Lindström, M. Eriksson (2005). Salutogenesis. Journal of Epidemiol Community Health; 59:440-442.

[10] Antonio Lampis, Verso un’idea di welfare allargato. Il welfare culturale nelle iniziative della Provincia Autonoma di Bolzano, in: Economia della cultura, Anno XXVII, 2017 n. 1; Antonio Lampis, Musei, accessibilità e welfare culturale. in AA.VV., Cultura come diritto: radici costituzionali, politiche e servizi, Associazione Civita, A&A Studio Legale, 2019, pp. 22-24; https://www.civita.it/Associazione-Civita/Attivita/Pubblicazioni/Altre-Pubblicazioni/Cultura-come-diritto-radici-costituzionali-politiche-e-servizi.

[11] Grossi, Enzo & Sacco, Pier & Blessi, Giorgio & Cerutti, Renata. (2011). The Impact of Culture on the Individual Subjective Well-Being of the Italian Population: An Exploratory Study. Applied Research in Quality of Life. 6. 387-410. 10.1007/s11482-010-9135-1.

[12] Health Evidence Network Synthesis Report 67, What is the evidence in the role of the arts in imporving health and well-being? A scoping review, OMS 2019. Traduzione italiana disponibile for free su www.culturalwelfare.center.

 

* [CCW-Cultural Welfare Center] www.culturalwelfare.center

 


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