10 giugno 2016

Zaccuri: la vita nei cassonetti

Un uomo davanti a un cestino della spazzatura. Si sta frugando nelle tasche alla ricerca del più piccolo rimasuglio: scontrini, carte di caramelle, fazzoletti. Si vuole liberare di ogni minimo residuo. Chi non l’ha mai fatto? Dà soddisfazione, dà un senso di sollievo, seppur effimero. Alessandro Zaccuri inizia così il suo libro: davanti a un cassonetto. Crea col lettore un’empatia sulla base di un’esperienza comune: il rifiuto dei rifiuti, la nostra quotidiana convivenza con la spazzatura di ogni tipo, il fatto che gli avanzi fanno parte della nostra vita e non possono essere ignorati. Poi, ci prende per mano, con sapienza e ironia inizia un viaggio, un’odissea attraverso le rappresentazioni che sono state fatte del vunciume, delle scorie, della munnezza, del sozzume, della rumenta, del lerciume, degli scarti… (la nominazione è difficile, come per tutto ciò che è troppo grande, troppo malefico: a noi estraneo proprio perché troppo vicino).

Che il diffondersi del pattume sia, o no, un effetto collaterale dell’edonismo tardocapitalista, poco importa. Nello scarto c’è qualcosa d’inevitabile: è un segno del nostro passaggio nel mondo. “La letteratura e il cinema, la televisione e le arti visive hanno cercato e cercano di testimoniare o contrastare il diffondersi del pattume. I rifiuti sono ciò di cui pensiamo di non avere più bisogno, sono un’eccedenza della quale provvediamo a liberarci. Nello stesso tempo, però, sono anche ciò di cui non riusciamo sbarazzarci, sono la permanenza di un passato… In questa contraddizione si gioca la complessità della spazzatura, il suo imporsi come principio di realtà rispetto a una realtà che non sappiamo mai decifrare fino in fondo”. Insomma, appare impensabile poter raccontare il mondo, senza rappresentare e raccontare i rifiuti. Ho appena finito di leggere Mi chiamo Lucy Barton, l’ultimo romanzo di Elizabeth Strout. Una donna è costretta in ospedale per alcune complicazioni post-operatorie. A tenerle compagnia per cinque lunghi giorni c’è sua madre: non si vedono da moltissimi anni. Le parole, i luoghi e le persone rievocati riaccendono in Lucy l’amore per la madre, ma anche il senso di appartenenza a qualcosa che ha sempre voluto dimenticare: la miseria umiliante. A scuola nessuno voleva stare con lei né con nessuno della sua famiglia: a detta dei compagni, emanavano un cattivo odore, puzzavano. Lucy Barton mi torna in mente leggendo Zaccuri. Se tra le pagine dei fumetti troviamo Pig-Pen, il più sporco e olezzante dei Peanuts, tra quelle dell’Iliade incontriamo Filottete, principe della Malide, morso da un serpente e abbandonato sull’isola di Lemno per scontare l’impurità della ferita in suppurazione. E poi ci sono i corpi ridotti a cose inanimate, fatti a pezzi, gettati nella discarica: si pensi ad Amabili resti, si pensi allo sconvolgente elenco di donne violate e uccise descritto nel capolavoro di Bolaño, 2666. Uomini, donne, non carta straccia dunque. Qual è il fascino del residuale? Forse che l’avanzo, il rifiuto, il dimenticato (o accantonato) è il destino di qualsiasi cosa e di ognuno di noi? La permanenza del rifiuto e la sua elaborazione sono un modo di combattere l’oblio, di sfidare la morte? Una preghiera, un grido di guerra? Ricordo che al centro di To the Lighthouse di Virginia Woolf, nella parte intitolata Time passes, protagonista è la casa ormai vuota da anni: le sedie, il pavimento e il soffitto, le porte e i vetri decrepiti, sfiniti, come chi li aveva abitati. La meravigliosa signora Ramsay, che in quel luogo aveva passato tante estati, è morta da tempo. Oppure far fuori le scorie è un modo di dare sferzate vitali alla nostra esistenza. Scrive Calvino nella Poubelle agréée che sbarazzarsi della spazzatura è un rito di purificazione sconfinante nella scaramanzia. “Soltanto buttando via, posso assicurarmi che qualcosa di me non è stato ancora buttato e forse non è né sarà da buttare.” Da Calvino l’odissea zaccuriana passa poi per l’affrancamento da scorie e rifiuti ipotizzata da Houellebecq in La possibilità di un’isola fino ad arrivare al Sesto continente di Pennac, le sue stratificazioni di plastica e rifiuti.

Certo: l’elencazione è consustanziale alla ricerca fatta dall’autore, ma è anche una operazione romanzesca come spiegava Francesco Orlando nel suo Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Le cose inutili, invecchiate, consunte, o insolite (quindi spesso inutilizzate, roba da ripostiglio, “ciarpame rigettato”) godono di grandissima fortuna letteraria, molto più degli oggetti nuovi e utili. Siamo agli antipodi della pubblicità, insomma. Basta guardare alla nostra stessa vita: le cose che non servono più sono reliquie dello scorrere del tempo e in questo senso ecco che d’un tratto servono ancora - in modo diverso, più intenso, talvolta più valoriale. Ritrovo tra le pagine di un dizionario, stretto tra un gruppo di parole che cominciano con la “d”, il resto bidimensionale di una margherita. Non so bene quale persona o giorno debba ricordarmi, so solo che mi riporta agli anni dell’università. Gli oggetti ormai inutili ritornano spesso con una nuova funzione, è il loro fascino ambiguo – in fondo, meno poeticamente, la differenziata serve a questo. Anni fa ho letto un’intervista a Francis Bacon: per il ritratto di Eric Hall aveva bisogno di un grigio particolare, materico, con la stessa consistenza pelosa di un abito di flanella. Utilizzò la polvere che abbondava sul pavimento dello studio: il residuo che torna di nuovo in circolo, la polvere che smette di essere “eterna” e assume un’inaspettata funzione. Nel saggio di Zaccuri non poteva mancare, appunto, l’arte contemporanea in cui a volte il residuo diventa sublime, si fa memento mori. In My bed, l’opera di Tracey Emin esposta alla Tate Gallery nel 1999, troviamo un letto sfatto, mutande, sigarette, profilattici, macchie… la vita accumulata, insieme alla depressione: lo sconforto messo a nudo. Tutt’altra cosa rispetto ai rifiuti ripuliti di Schwitters o a quelli appositamente creati da Burri: i celebri sacchi così pieni di voce, che mi hanno sempre ricordato una pelle bruciata, abrasa, ricucita. Chissà come mai, mi hanno sempre riportato alla violenza, alla guerra, che non a caso produce scarti, morti, territori in avanzo da dover ridefinire.

Zaccuri, poi, ci mostra come la spazzatura vera e propria si annidi nei romanzi: c’è in Joyce come in Dickens, e ovviamente in McCarthy e in Doctorow (Homer & Langley è la storia di due fratelli disposofobici). “I rifiuti sono una cosa religiosa”, dice Nick Shay in Underworld di De Lillo. La stessa palla da baseball che insegue per tutto il libro è uno scarto. Perché nei rifiuti confluisce tutto, ogni tipo di oggetto e di desiderio. La civiltà stessa è nata per reazione e autodifesa contro il proliferare continuo e inarrestabile dei rifiuti: la discarica è il centro del mondo, il presupposto per il quale il mondo esiste. La spazzatura, d'altra parte, è consustanziale allo stesso atto dello scrivere. Si scrive, si scarta, si riscrive, anche se poi i libri invenduti di ogni autore sono comunque destinati ad andare al macero (come Sandro Veronesi ha raccontato in un reportage sul Magazzino Centrale Mondadori). La spazzatura la ritroviamo nella trash tv e, con tutt’altra valenza, nell’orizzonte poetico della Pixar e dei suoi film. Wall-e cerca di conservare il non-conservabile, ciò di cui non conosce l’autentico valore: quasi a dire che anche la memoria diventa scarto. E in effetti non è un caso che in Inside out ci sia la Discarica delle Emozioni, dove precipita ciò che è necessario dimenticare per far crescere la propria capacità di elaborare nozioni ed esperienze. C’è sempre qualcosa di noi a cui possiamo rinunciare. Nella spazzatura è conservato il senso della perdita e della memoria, ma si trova anche quello di una scelta e di una volontà di permanenza. È lì che si nasconde l’amore.

 

Alessandro Zaccuri, Non è tutto da buttare, La Scuola, pagg. 174

 


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