16 novembre 2015

Adrien Bosc e le sue vite in volo

Quello di Adrien Bosc e del suo Constellation (opera prima, vincitrice del Grand Prix du roman de l’Académie française, uscita in Italia con il titolo Prendere il volo per i tipi di Guanda) è un intreccio di coincidenze.

Una sera di qualche anno fa Bosc, seduto sul divano del suo appartamento parigino nell’11° arrondissement, guarda una trasmissione di Jacques Chancel sull’anima dei violini. Quasi seguendo un retropensiero, qualche giorno dopo, trova un link su YouTube che parla della voluta di un Guadagnini, il violino che era stato di Ginette Neveu. Il filmato ricorda che la famosa musicista era morta prematuramente, dopo un grande concerto alla Salle Pleyel, su un volo Air France diretto a New York e precipitato sulle isole Azzorre il 27 ottobre 1949. Sul suo stesso volo, l’ F-BAZN, viaggiava il famoso pugile Marcel Cerdan, amante di Édith Piaf: andava a riprendersi il titolo di campione del mondo dei pesi massimi che gli era stato strappato da Jake LaMotta, il Toro del Bronx: il Toro scatenato di Scorsese. L’incontro era fissato per il 2 dicembre. Rapito dalle immagini, Bosc ricorda di aver letto di questa coincidenza nei microricordi di Perec: “Je me souviens que la violoniste Ginette Neveu est morte dans le même avion que Marcel Cerdan” (è il ricordo 124).

La successione di collegamenti diventa ispirazione. Bosc trova nei giornali dell’epoca un elenco di passeggeri e inizia fare ricerche con un’idea precisa in testa: la sua ossessione per l’anti-cerchio rosso. Fedele all’insegnamento di Barthes per cui i fatti comuni sono sempre un abbozzo di romanzo, non sono tanto i volti noti a interessare Bosc, ma la folla. I visi che restano fuori dal cerchio rosso della storia, le vite più anonime. Come quella del pilota Jean de la Noüe, ex militare con una passione per i voli in solitaria e per la storia leggendaria dell’Aéropostale del Marocco, le imprese di Mermoz e Saint-Exupéry, il sorvolo del deserto dove non si sente nulla, la bellezza nascosta dell’immensità. Come quella di Kay Kamen, il mago del merchandising che aveva dato un’accelerazione al successo della Disney, e in quei giorni era a Parigi con la moglie, in attesa di tornare e chiudere un contratto con la casa di produzione (ben sapendo che ormai gli avevano voltato le spalle). Come quella di Bernard Boutet de Monvel, pittore che aveva mal sopportato le avanguardie, si era trasferito a New York nel 1926 quando Parigi era il centro del mondo, e vi aveva fatto ritorno durante la seconda guerra mondiale, quando New York era diventata l’esilio preferito degli artisti europei. In America si era fatto la fama di ritrattista e, anche se non avrebbe voluto tornarci, si era deciso a partire per un ingaggio importante: avrebbe ritratto Ingrid Bergman per l’uscita del film Giovanna d’Arco. Quello dell’eroina era stato un tema caro anche a suo padre, già illustratore nell’Ottocento. Bernard era salito su quel volo per chiudere il cerchio della propria storia familiare (anche se avrebbe dovuto partire qualche giorno prima). Sul volo c’era anche un’operaia, Amélie, in partenza perché scopertasi inaspettatamente erede di una zia immigrata negli Stati Uniti molti anni prima.

Così la narrazione procede da un passeggero all’altro, anche se scrittore e lettore sanno che la fine è il suo inizio. Un finale che precede (l’aereo precipitato) è il presupposto stesso della scrittura a ritroso; dà forma e senso, amplifica e distorce qualunque cosa ci sia stata prima. Conoscere il destino di quarantotto persone - quel destino - rende ineluttabile anche il dettaglio più residuale di una vita. Cosa ci sta raccontando Adrien Bosc? Sta cercando di abbattere le pareti che ci separano dalla morte, di risolvere il mistero racchiuso dentro ognuno di noi, quel destino che sembra un algoritmo. Con la sua ricerca ossessiva cerca di intercettare quelle coincidenze che risuonano al misterioso confluire delle vite.

Il giorno in cui i corpi dei passeggeri torneranno in patria, proprio alla stessa ora, Kathleen Ferrier si esibisce per la prima volta a Parigi. La sua performance suona come una messa da requiem per l’amica Ginette Neveu. Nelle coincidenze tutto sembra una beffa. Ernst Lowenstein, proprietario di due concerie a Casablanca e a Strasburgo, aveva divorziato il mese precedente, ma stava tornando a New York per riconciliarsi con la moglie. Adrien Bosc colma i pezzi mancanti rintracciando il figlio dei coniugi Lowenstein che allora aveva nove anni. Margarête Froehmel, appassionata di musica e fan della violinista, quando qualche giorno dopo scopre della morte della Neveu, presa dalla disperazione, si suicida: la chiamano la quarantanovesima vittima del Constellation.

Le vittime non sono cinquanta perché Étienne Vatelot, giovane liutaio che si occupava dei violini di Ginette, doveva salire su quell’aereo e non l’ha fatto.

Di Adrien Bosc, 28 anni, fondatore di Feuilleton, una rivista di reportage letterari, l’editore Gérard Berréby – il primo per cui ha lavorato - dice che era curioso di tutto. Ma a colpire il lettore non è solo la sua curiosità. È l’inafferrabilità della sua scrittura.

Prendere il volo è un reportage letterario, ma non lo è. È un romanzo, ma non lo è. È una collezione di piccole biografie, anche se non in senso stretto. È autofiction, ma solo a margine. Il tutto assomiglia più a una confidenza che l’autore fa il lettore. La spartizione di un segreto sull’esistenza. “Mi sento bene nelle vite degli altri”, ha detto Bosc in un’intervista. Forse pensando a Carrère, o forse no.

 


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