29 luglio 2014

Casanova polemista difende le donne

Giunse a Bologna il 1° gennaio del 1772 per dedicarsi allo studio e completare la traduzione dell’Iliade ma, si sa, «l’inferno è lastricato di buone intenzioni»: già prima di Pasqua, Giacomo Casanova aveva ripreso a frequentare le «eroine da teatro», al posto dei noiosi salotti letterari, e a Omero preferì due bizzarri professori universitari, che stavano litigando a suon di pamphlet sull’origine uterina del pensiero femminile. Petronio Ignazio Zecchino, metafisico e dottore, sosteneva che le donne ragionano con l’utero e quindi «si devono perdonare loro gli errori che commettono, perché a causarli è l’utero che le fa agire contro la loro volontà»; viceversa, Germano Azzoguidi, altro barone di origini romagnole, replicava che «l’anatomia non ha mai scoperto il più piccolo canale di comunicazione tra questo organo, vaso del feto, e il cervello». Stuzzicato dalla bislacca querelle, e sentendosi a buon diritto esperto in materia e dotto «in tutto ciò che riguarda le donne», il seduttore decise di intervenire nel dibattito con una scherzosa pubblicazione, che gli valse pure, «a spese di quei due medici di bell’ingegno, una trentina di zecchini»: Lana caprina, ora pubblicata da elliot (pagg. 70, € 9,00) con la curatela di Renato Giordano, è una chicca di erudizione e ironia, citazioni colte e argomentazioni filosofiche, da Orazio a Rousseau e Voltaire. Persino il sottotitolo è curioso: Epistola di un licantropo, che sta forse a indicare quell’unico uomo-bestia influenzato e regolato dal ciclo della luna, proprio come il «bel sesso». Così, in questo libriccino, il veneziano si scopre raffinato accademico e sensibile umorista, svelando l’altra faccia dell’erotomane e massone: quella di filosofo, fisiologo, fisico. Dopotutto, anche Sade era un grande intellettuale. Con perizia retorica e puntigliosità grammaticale, Casanova smonta le tesi del primo e bacchetta la lingua del secondo, che scrive sotto pseudonimo e in francese maccheronico: «Si trovano sparse qua e là parole, le quali al di là delle Alpi nessuno ha mai usate, come deris per deriso, vilté per viltà, compatir invece di plaindre, erudissant, confuter ed altri». Esasperando il riduzionismo e il materialismo della «dialettica uterina», l’esule trae una granitica conclusione: «La donna ha un utero e l’uomo dello sperma, e questa è tutta la differenza… cosa mi va a cercare questo signor medico l’utero nelle donne più che lo sperma nell’uomo?». Parimenti, ci potrebbe essere qualcuno che pensa con lo stomaco, con il fegato, con le intestina, con la milza, «di modo che uno è pensator cardiaco, l’altro epatico, splenetico, intestinale, emorroidale pensator del podice». Casanova contesta pure la strisciante misoginia dei due autori: «Se le donne danno in stravaganze, ciò succede a cagion che, per natura più deboli di noi, vengono rese più ancora deboli nell’educazione… Che vi sieno delle donne incredibilmente battute e quasi oppresse nelle loro facoltà animali, e cogitative dalle affezioni uterine ed effetti isterici, ridotte fuora de’ sentimenti, in rischio di soffocarsi, attratte ne’ nervi, date in convulsioni, trattate in modo che sembrano pazze agli uni, indemoniate agli altri, non si può negarlo; ma sfido la fisica tutta e tutte le osservazioni anatomiche a dimostrarmi come tali infelici moti possano cambiare le induzioni del raziocinio». Pur nato come irriverente «cicalamento», senza alcuna pretesa di scientificità e valore letterario, il libro si attirò non poche e costumate critiche, in primis da parte dell’abate Giacinto Cerutti, che stroncò l’operina sulle pagine della rivista “Effemeridi letterarie”: «L’autore di questo compassionevole opuscolo ci sembra un erudito da parata che a proposito di una questione di LANA CAPRINA, come ha forse già fatto in altre sue miserabili produzioni, parla de omni scibili a casaccio e da stordito, mescolando San Gerolamo e Pierrot». Per dovere di cronaca va detto che Cerutti era assai inviperito con Casanova perché quest’ultimo gli aveva soffiato una certa Margherita. Resta da verificare, invece, con quale misteriosa parte anatomica avrà mai ragionato l’abate per stendere la sua invettiva.


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