15 aprile 2014

Chi bocciò Primo Levi

di Riccardo Chiaberge

Una lettera inedita di Natalia Ginzburg sul rifiuto di “Se questo è un uomo” da parte di Einaudi

L’editore Guanda ha appena ripubblicato, in carta e in ebook, la Conversazione con Primo Levi di Ferdinando Camon (sottotitolo: Se c'è Auschwitz, può esserci Dio? ) uscita nel 1987 a soli due mesi di distanza dalla tragica fine (suicidio?) del grande scrittore torinese. Un confronto appassionante sulla condizione umana, la natura e le origini del Male nella Storia, tra un cattolico e un ebreo: due punti di vista differenti e a volte in aperto conflitto. Si dà il caso che io sia stato il primo, l’11 giugno di quell’anno, ad anticipare il libro sulle pagine culturali del Corriere della Sera, e il mio corsivetto scatenò un mezzo uragano.

Una delle ultime domande di Camon a Levi riguardava le traversie editoriali del suo capolavoro, Se questo è un uomo. Perché Einaudi, nel 1946, non lo aveva voluto (lo pubblicherà solo nel 1958), sicché l’autore si era dovuto accontentare della piccola casa editrice de Silva di Franco Antonicelli? “Effettivamente il manoscritto non fu accettato per parecchi anni – risponde Levi – e quello che mi ha sempre sorpreso è che chi lo aveva letto era una personalità della letteratura italiana, ebrea, vivente. Se spegne il registratore glielo dico”. Qui il nastro si interrompe, per riprendere subito dopo: “Le motivazioni furono molto generiche: sono le solite che danno gli editori quando restituiscono un manoscritto. Non so perché sia stato rifiutato: forse fu solo la colpa di un lettore disattento”. Quanto a me, concludevo l’articolo invitando il responsabile della bocciatura a uscire allo scoperto. “Non per subire un processo che nessuno vuole intentargli: soltanto per amore della verità”. 

Chi fosse la misteriosa “personalità”, me lo aveva confidato lo stesso Camon, vincolandomi però alla consegna del silenzio, per rispettare il desiderio del defunto. L’indomani dalle colonne della Stampa, Nico Orengo si incaricò di squarciare il velo su quello che secondo lui era un segreto di Pulcinella: era stata Natalia Ginzburg, allora consulente dell’Einaudi, a comunicare a Levi che all’editore il romanzo non interessava. Ma, come precisava la scrittrice interpellata da Orengo, “non ci fu nessuna volontà censoria”. Beh, pensai: un conto è comunicare una decisione presa da altri, un conto è prendervi parte. E poi chi ha parlato di censura?

Passa qualche giorno, e ricevo una busta intestata “Camera dei Deputati”. Il mittente è l’Onorevole Natalia Ginzburg, all’epoca deputata del Pci. Tre pagine autografe dal tono risentito, uno schiaffone di quelli che lasciano il segno: “Mi hanno detto che lei ha scritto…” è l’amichevole incipit, come a rimarcare di non aver neppure degnato di uno sguardo il mio articolo “odioso”. E infatti subito dopo sostiene che l’avrei tacciata di “antisemitismo”, accusa ignobile e ridicola che non mi ero mai sognato di rivolgere né a lei né all’Einaudi. A sua discolpa, la scrittrice adduce il fatto che lei, a quel tempo, era l’ultima ruota del carro, e non avrebbe avuto il potere di accettare o rifiutare un manoscritto. Quello di Se questo è un uomo glielo aveva passato suo fratello, che era amico dell’autore, ma chi l’abbia poi letto, proprio non riesce a ricordare. E comunque fu Cesare Pavese a obiettare che erano già usciti troppi libri sui campi di concentramento, e che era meglio aspettare. Avrei dovuto battermi, ammette Natalia, “siamo stati dei colpevoli imbecilli”, ma non degli antisemiti.

Nessuna censura, dunque, solo una scelta editoriale superficiale, dettata dallo “spirito del tempo” che imponeva la rottura col passato, e provava imbarazzo di fronte a un vissuto così sanguinoso e così recente. Certo, se Levi non fosse stato un chimico ma un intellettuale di casa nei salotti letterari, l’accoglienza sarebbe forse stata diversa. 

Chi fosse la responsabile della bocciatura lo confermerà, anni dopo, Giulio Einaudi in persona, nel corso di un’intervista tv: “È stata Natalia Ginzburg a leggerlo. Il ricordo del nazismo, delle persecuzioni, della ‘shoah’ era troppo bruciante. Natalia aveva perso il marito pochi mesi prima, nel gennaio del 1944 (Leone Ginzburg morì in carcere a seguito delle torture subite dai nazifascisti). Non ho così avuto argomenti per oppormi a questo giudizio”.

E nell’introduzione alla nuova edizione, Camon torna alla carica: “Primo Levi è uno scrittore per tutti e per sempre: ‘Ha scritto opere che noi ci troveremo davanti nel momento del Giudizio Universale’ (Claudio Magris). Ma se è così, come mai la prima di quelle opere fu per tanti anni rifiutata dall’editore Einaudi, dove a leggerla e a respingerla era una scrittrice ebrea, che doveva sentire in quelle testimonianze la denuncia di un torto che anche lei pativa?”. Domande che restano senza risposta. Ma potremmo anche chiederci, a distanza di tanti anni, che senso abbia la “caccia al colpevole” in un paese dove la lista delle bocciature editoriali eccellenti è lunghissima, da Tomasi di Lampedusa a Morselli: tutti outsider, come Levi, della società letteraria.


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