28 novembre 2016

Il dialogo tra padri e figli, una pratica estrema

Un padre, un figlio, il mare aperto. Un padre, un figlio, la vetta di una montagna. Il passaggio di Pietro Grossi; Le otto montagne di Paolo Cognetti.

“Ecco il luogo dove avevamo cacciato gli dèi”. “Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”. Due giovani uomini si confrontano con qualcosa di grande e indecifrabile. Qualcosa che sta fuori, ma anche dentro di loro.

Questi due intensi romanzi affrontano uno tra i temi più classici di sempre - il rapporto tra padre e figlio -, con molte differenze e molti punti in comune. Ma soprattutto entrambi, grazie a una lingua esatta ed essenziale, fanno un ritratto preciso di quello che significa diventare uomini (e forse non è un caso che gli autori siano coetanei).

 

Una distanza quasi incolmabile Nel Passaggio, Carlo, il protagonista, viene chiamato al telefono dal padre dopo molto tempo. L’uomo gli chiede di raggiungerlo in Groenlandia: porteranno insieme una barca a vela fino in Canada. Il padre, in difficoltà, chiede aiuto al figlio, ma l’ubicazione estrema sembra già prefigurare la natura del loro ricongiungersi. Dopo mille dubbi, Carlo accetta, ben sapendo che ad aspettarlo ci sarà una continua battaglia – con sé stesso, e non solo. “Per me una regata era un elegante incrocio tra gli scacchi e la danza classica, per lui un incontro di pugilato dei primi del Novecento”.

Al centro del libro di Cognetti invece c’è una famiglia: un padre, una madre, il figlio Pietro. L’amore per la montagna, posto dell’anima.

Il padre di Pietro è stato un uomo senza pazienza, o almeno così lo ricorda lui: in camminata puntava alla vetta, ma poi, una volta arrivato, era preso da una specie di delusione, e a quel punto voleva solo tornarsene a casa. “Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia.” Certo nelle Otto montagne c’è anche il tema pulsante dell’amicizia, del riconoscersi in un altro. Ma anche questo grazie al padre: è la sua eredità. Lui, l’uomo ruvido e schivo, il chimico attratto dalla materia, “affascinato da ogni granello di sabbia e cristallo di ghiaccio e del tutto indifferente alle persone”, dopo la morte si rivelerà - agli occhi del figlio - un uomo diverso. Dotato di generosità e passione. Lascerà in eredità un rudere a duemila metri che Pietro trasformerà in un rifugio grazie all’aiuto di Bruno, l’amico d’infanzia che non aveva mai dimenticato. Costruire una casa diventerà il modo per ritrovare il padre e il proprio posto nel mondo.

 

Decifrare un padre, ritrovare sé stessi

Padri e figli diversi per natura. Padri condizionanti come quelli della lettera di Kafka; più che genitori, oggetti contundenti. Talmente ingombranti da essere pervasivi. Per trovare la propria libertà bisogna metterli da parte, operare uno strappo. Ma ogni lacerazione rimane addosso come una cicatrice: è così per Carlo, così per Pietro.

Da un lato c’è l’inconoscibilità di un padre asserragliato nella sua afasia, dall’altro il desiderio di trovare una lingua comune come pratica estrema. Perché è solo al limite che le cose diventano chiare e si rivelano per quelle che sono. È solo in mezzo all’oceano che Carlo si trova nel suo elemento, solo lì il suo cervello funziona come una macchina sofisticatissima. E lo stesso vale per Pietro nelle Otto montagne: in quota il pensiero fluisce, si ossigena.

Nel libro di Grossi la lingua comune è quella delle onde e di una vela a spasso per i mari più difficili (gli scricchiolii delle scotte, il ticchettio dei bozzelli, il sibilo delle vele…, ma anche la tuga, la bitta, la battagliola, la coffa, i paglioli…); nel libro di Cognetti invece è quella della montagna (la brenga, la pezza, l’arula, la barma, il berio, e anche il filo di cresta, i gendarmi, gli speroni…).

Sia Carlo sia Pietro cercano un linguaggio in contatto con l’istinto, unica possibilità di dialogo. Che poi è anche il modo di trovare sé stessi nel senso più profondo, e una storia da scrivere sul bianco della neve o dei ghiacci artici. Qualcosa di simile alle passeggiate di Robert Walser, l’infinito andare in un chiarore che abbaglia e annulla. Perché in entrambi c’è la voglia di scoprirsi, di far fluire il pensiero senza ostacoli, ma -  latente - anche quella di scomparire, come Walser. La seduzione della solitudine, del sentirsi liberi.

Il naufragio, le vette. L’estremo è il punto da cui non si torna indietro. Il momento decisivo in cui si diventa uomini.

“Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato: il tempo in cui fare i conti… con la distaccata consapevolezza di trattare chi mi aveva messo al mondo per ciò che era. Il tempo in cui dare un’identità al mio addio, alla mia incapacità di colmare il vuoto che ci separava,” dice Carlo nel Passaggio.

“Quest’altro padre mi aveva lasciato un rudere da ricostruire. Allora decisi di dimenticare il primo, e fare il lavoro per ricordare lui,” dice il protagonista di Cognetti.

Il rapporto con un genitore è fatto di incontri dilatati nel tempo. Incontri che da adulti si trasformano in scontri tra la vita di prima e la nuova vita, quella che ci siamo costruiti a dispetto di tutto. Poi succede qualcosa d’inaspettato, un clic improvviso ci dice che abbiamo superato il guado. È quello che Elizabeth Strout descrive nel suo Mi chiamo Lucy Barton. La protagonista guarda la madre ai piedi del letto. È sempre lei, donna minuta e spiccia; si porta dietro tutto, tutto il passato, anche quello doloroso, quello che Lucy vorrebbe dimenticare per sempre. Ma non fa più male, non come prima.

Non esiste più un responsabile della nostra sofferenza. La nostra prospettiva è cambiata perché finalmente, ormai adulti, riusciamo a esercitare uno sguardo materno sulla nostra madre. Questo vale anche qui. Eccolo il guado, la vetta: il momento in cui lo sguardo di un figlio sul padre è pieno di sentimenti paterni di comprensione. Il genitore torna a essere un uomo: lo si comprende, lo si capisce in tutte le sue contraddizioni.  

“E fu quello l’istante in cui capii tutto ciò che c’era da capire su mio padre. Si aprì come una fessura nel tempo, il mondo rallentò, e l’uomo che avevo davanti fu tagliato via da tutto il resto. Non aveva più segreti.” Lo si perdona. Nel ricordo lo si trasforma “nel più bel rifugio”. E, finalmente, si è liberi di andare per la propria strada.

 

Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi Pietro Grossi, Il passaggio, Feltrinelli

 


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