17 marzo 2016

Io e Mabel. Un percorso di salvezza

L’aria che sa di resina e aceto pecioso delle formiche del legno. La “foresta spaccata”, un “bosco peltrato di brina”, le modalità arcaiche dell’istinto, una donna che cammina. Cerca qualcosa in un luogo selvatico: non di una selvatichezza inviolata da picco montano, ma di una selvatichezza sgangherata e strana, “frutto di cospirazione tra il luogo e le genti”. Un posto per astori e rapaci. Nel camminare i ricordi: una bambina, un padre.

È poco dopo quella passeggiata forsennata che Helen riceve una telefonata: suo padre è morto. Un uomo, un fotografo, che non era stato solo un padre ma anche un amico.

La foresta spaccata dell’inizio sembra un presagio, immagine della voragine selvatica che il lutto lascia in chi rimane. Helen Macdonald scrive un personal essay, un memoir: questo Io e Mabel, ovvero l’arte della falconeria è il resoconto di un bizzarro e disperato percorso di salvezza.

 

Ritornare alla natura primitiva e inviolata A qualche mese dalla morte del padre, i sogni della protagonista si popolano di rapaci (raptor è in latino il rapinatore; rapere il rapinare, il rapire). Compare un astore, e l’astore è la chiave. Non c’è un motivo razionale, nulla che dia conto di un filo logico. Se non, forse, che la falconeria ha in sé qualcosa di religioso. Ha i suoi testi sacri, oltre a quello antico di Federico II: Falconry , di Gilbert Blaine; Falconry, di Freeman e Salvin; Falcons and Falconry, di Frank Illingworth; e un volume dal titolo fantastico: Harting’s Hints on Hawks. Ma anche i suoi testi meno liturgici, in cui si annidano verità più profonde, più personali. The Goshawk , ad esempio: un libro sulla falconeria che sembra scritto da qualcuno che non ne sa niente, un certo T. S. White. White parla del suo astore come di un mostro, dà conto delle difficoltà nell’addestrarlo, della propria incapacità: il non saper fare qualcosa come senso di un percorso. White aveva fatto della falconeria una battaglia metafisica, l’incontro letterario tra uomo e animale: una sfida spirituale, dove in gioco c’è la salvezza. Come in Moby Dick o nel Vecchio il mare.

È quello che cerca anche Helen: non tanto una lotta, quanto qualcuno da cui ereditare un’esperienza per farla rifiorire e darle un nuovo senso. Un’eredità. Padri di sangue e padri d’elezione. Per uscire dalla depressione in cui è sprofondata, Helen si ritira dalla vita sociale e si dedica all’addestramento di un’astore, un rapace femmina dal nome amabile: Mabel.

Come White (uomo assediato dalla paura che aveva negato la sua omosessualità, le sue tendenze sado-masochistiche e non era mai stato se stesso), anche Helen vuole tagliare con il mondo: anche lei desidera ritornare alla natura primitiva e inviolata. In questo riscoprirsi innocenti c’è il sapore dell’iniziazione di Ike, il ragazzino che Faulkner descrive magistralmente nell’Orso. C’è, ma con la cupezza inesorabile dell’età adulta.

Addestrare un animale vuol dire rimanere in solitudine, osservare in modo ossessivo i comportamenti, prevedere le mosse, rendersi invisibile – annullarsi - e intanto scrivere le risposte dell’altro nella propria mente, fare il calco dei suoi istinti dentro i propri ragionamenti. Accerchiarsi. Trovarsi in modo inaspettato.

Scriveva White: “Addestrare un animale da caccia, frequentarlo assiduamente, identificarsi con esso poteva essere un modo per sperimentare in assoluta innocenza tutti i desideri irrinunciabili e sinceri, perfino i più sanguinari. Un modo per essere fedeli a se stessi.” White voleva essere libero. Helen vuole liberarsi dal dolore e ritrovare se stessa.

 

Un nuovo inizio Il nuovo percorso di Helen si snoda attraverso parole diverse, che si addentrano in territori inesplorati, perché dicono di un mondo altro e suonano come formule magiche: una lingua segreta e perfetta. Creance, feak, mute, rouse… il codice del falconiere. “Io stavo addestrando l’astore per far sparire tutto quanto”.

Al primo incontro, l’astore è un caotico sbattere d’ali e zampe e artigli; è furia e splendore. Ha occhi giganteschi. Sembra un rettile, un angelo caduto. Il rapporto esclusivo tra Mabel, l’astore, e Helen, la donna, ha le movenze di una lotta, poi di un paso doble, di un corteggiamento, … c’è rabbia, c’è fatica, c’è ritmo, e tenerezza, soprattutto quella. “L’astore aveva riempito la casa di selvatichezza, così come un vaso di gigli riempie la casa di profumo. Tutto stava per cominciare.”

Quello che sta per cominciare, in realtà, è una metamorfosi. “Non desideravo altro che essere come lei: solitaria, padrona di me, libera dal lutto e insensibile alle sofferenze dell’esistenza umana.” Gli addestratori hanno sempre un’ammirazione spropositata per l’animale che addestrano. C’è immedesimazione, ma anche fascinazione per le diversità più difficili da colmare: “Il mondo in cui vive non è il mio. Per lei la vita è più veloce, il tempo più lento. I suoi occhi possono seguire il battito d’ali di un’ape con la stessa facilità con cui i nostri seguono quello di un uccello. (…) La mia astore può vedere colori che io non vedo, in pieno spettro ultravioletto ”.

Ma poi in questa metamorfosi qualcosa s’inceppa. La selvatichezza dell’astore è inseparabile dalla morte. Mabel è smaniosa di uccidere, va in yarak (come insegna il gergo della falconeria). Cacciare con l’astore porta Helen al di là della propria umanità. Contraddizione faticosa, contraddizione a un passo dalla follia. Almeno fin quando le cose umane, guardate con distanza dal territorio selvatico, riprendono i loro contorni, il loro senso. E tornare umani risulta più facile. È quella la magia del percorso intrapreso col rapace. “ La caccia ti rende animale, ma la morte di un animale ti rende umana.” Insieme alla comprensione timida e muta del proprio essere mortale. Morirò, sì.

L’identificazione non può esserci, non deve. È qui, in questa presa di coscienza, che arriva la salvezza. Arriva il momento di abbandonare l’isolamento, il silenzio. L’astore serviva a riportare indietro le cose perdute: il proprio padre, la propria storia. La morte è l’ultima landa selvaggia che ci rimane e non si può che attraversare insieme a un animale selvatico. Fin quando non è ora di liberarlo e liberarsi. Di tornare nel mondo.

 


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