18 febbraio 2014

L'invenzione della Turchia

di Diego Marani

Nella prefazione all’edizione francese di Yaban, il suo più importante romanzo, Yakup Kadri  Karaosmanoğlu rilevava che era la traduzione italiana del suo titolo che meglio di ogni altra esprimeva l’idea di estraneità al proprio mondo su cui si impernia tutta la vicenda del protagonista, il soldato mutilato Ahmet Celal. L’edizione italiana, l’unica a tutt’oggi, era quella del 1941, nella “versione autorizzata” di Alessandra Scalero, che oggi meriterebbe una nuova traduzione. È appunto una “Terra matrigna” l’Anatolia dove il reduce della Grande Guerra va a cercare le sue radici, una steppa abitata da gente inconsapevole e priva di ideali, pastori poco più evoluti delle loro pecore. Sono giorni fatali per la Turchia quelli che Yakup Kadri descrive in queste pagine. L’offensiva greca del 1922 è al culmine, il generale ribelle Mustafa Kemal ha schierato i suoi uomini sull’ultima linea di difesa, il fiume Sakarya, ad appena sessanta chilometri da Ankara, la nuova capitale dei Giovani Turchi che rifiutano il trattato di Sèvres e la spartizione della Turchia. Ahmet Celal dal suo villaggio vede passare i convogli greci e turchi, vede alzarsi all’orizzonte il fumo delle cannonate. Ma non conosce ancora l’esito della battaglia. Intanto cerca di suscitare negli indifferenti anatolici il senso della patria e dell’appartenenza. È per loro che si stanno scannando i giovani volontari kemalisti, per quella nazione turca  che non sa di esistere e che per secoli è stata ignorata dalla Istanbul cosmopolita, “città mista e degenerata”. Ma i rozzi pastori non capiscono quell’uomo venuto da lontano. Non è uno di loro e non si fidano delle sue parole. C’è qualcosa di Cristo s’è fermato a Eboli in questa atmosfera di incomprensione e diffidenza dove quelli che il soldato idealista vuole andare a redimere dall’ignoranza di sé non vogliono essere redenti. Ahmet Celal è per certi versi l’alter ego di Yakup Kadri e di tutti quei cosmopoliti stambulioti che presero parte alla grande invenzione kemalista della nazione turca. È sorprendente vedere come furono proprio gli ottomanisti più convinti quelli che poi divennero i più zelanti cultori del turchismo, alcuni dei quali ideatori e poi esecutori dello sterminio armeno. La ventata di nazionalismi che alla fine dell’Ottocento investe l’Europa non lascia immune l’impero ottomano. Dopo una breve stagione di fiducia nel multiculturalismo e nella tolleranza che costituiva la tradizione dell’antico impero prima bizantino poi ottomano, gli ideologi del panturchismo cominciano a vedere come fumo negli occhi la mescolanza religiosa e etnica. Il loro modello diventa lo stato nazionale europeo e al tempo stesso quell’Europa tanto ambita e mai conquistata. È significativo che il movimento dei Giovani Turchi nasca in Grecia e in Macedonia e non nel cuore anatolico della nazione. “L’Europa continua a essere per noi una muraglia impenetrabile”, lamenta Ahmet Celal, alias Yakup Kadri, che è nato al Cairo in una famiglia colta e poliglotta. Nel suo quaderno di memorie cita Aristotele e Dostojevski, Virgilio e Shakespeare. L’ossessione per l’Europa è tale e tanta che nei villaggi lungo il fronte si spargono dicerie secondo cui “gli invasori non sarebbero truppe nemiche, (...) bensì santi dal turbante verde, mandati da una regina che ha nome Europa allo scopo di liberarci dalle bande che scorrazzano per il paese. Questa regina avrebbe intenzione, una volta che ci avesse salvati, di diventare maomettana.” Questo passaggio rivela la faglia di debolezza che ancora oggi traversa la costruzione identitaria di un popolo che è sempre stato propenso a identificarsi con la religione più che con la sfuggente appartenenza etnica. “Ma noi non siamo turchi, signore” dice un pastore a Ahmet Celal. “E che cosa siete allora?” “Maomettani, siamo, sia lodato e ringraziato Iddio!” Ancora oggi la Turchia vive nel travaglio di questa dualità. Cerca di tenersi salda ad un’identità che si perde nel vento delle steppe e intanto sembra chiederci conto del modello politico che volendoci imitare ha adottato, sempre all’inseguimento di quell’Europa misteriosa e truce, che la invade ma non la vuole.


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