28 febbraio 2017

Quel dialogo intimo con Kent Haruf

Holt è una contea inesistente, un luogo sperduto; un’isola anche se non è un’isola, dove Kent Haruf ha ambientato tutte le sue storie. Molto simile alle cittadine del Colorado in cui è vissuto, è un luogo fuori e dentro il mondo. E come un’isola stimola l’immaginario, come l’isola è luogo di avventure, è il posto del mito o dell’utopia. Non perché succeda chissà quale miracolo, ma perché sull’isola di Holt ci siamo noi con tutta la nostra umanità, tutte le nostre contraddizioni, tutto il nostro piccolo vibrare. Partendo da quel piccolo vibrare Kent Haruf riesce a espanderci in ogni direzione. E a cantare la potenza della vita.

Verso la fine del libro, i protagonisti delle Nostre anime di notte vanno al luna park: una coppia di anziani e un ragazzino. Dall’alto della ruota panoramica fanno un gioco che ho sempre amato: cercano di avvistare a distanza la propria casa, facendosi largo tra i dettagli del paesaggio. In quel gioco infantile, che si può fare solo davanti alla vista ampia e aperta di un belvedere, ho sempre provato una certa emozione, una trepidazione minuta. Cercare e trovare il nostro posto, il luogo al quale si appartiene intimamente. Poter dire: “Eccolo, è là!”. Mi sembra questo il cuore della piccola grande storia di Addie e Louis (come gli altri libri dell’autore, magistralmente tradotta da Fabio Cremonesi).

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”. C’è quella “E” all’inizio del periodo: è come se Haruf strappasse l’evento dal flusso ininterrotto delle storie di Holt, ma allo stesso tempo la mettesse a fuoco nella sua semplice esemplarità.

Tutto inizia da una proposta. Una proposta che ha dentro un senso di urgenza. Addie esce di casa, va in visita dal vicino Louis e gli domanda se per caso non voglia passare ogni tanto le notti da lei. “Tutto sembrava pulito e ordinato”, dice poco più avanti. C’è una luce in Kent Haruf, nella sua voce, ma anche nei paesaggi dorati e negli interni dove tutto trova una giusta collocazione, dove tutto è essenziale: una luce che vibra e rende ogni cosa magnetica, necessaria. Come il rossetto che in Benedizione Mary si mette sulle labbra prima di sdraiarsi nel buio di fianco al marito malato.

Nelle Nostre anime di notte Addie e Louis sono due vedovi, due persone ormai anziane, si conoscono da anni senza essersi frequentati mai. Sono seduti al tavolo della cucina e lei fa la sua proposta così, a bruciapelo, come sempre succede nei dialoghi di Haruf, quasi che quella frase scaturisse con un’urgenza non prorogabile. Il nucleo pulsante dell’invito di Addie però sta dentro una frase bellissima: “Sto parlando di attraversare la notte insieme”. Attraversare la notte insieme. Non è solo un invito, ma l’incontro col mistero della vita. L’idea di darsi forza nel buio e verso il buio, senza la presunzione di trovare un senso; se non nella semplicità di due corpi stesi uno di fianco all’altro, uniti dalle parole sussurrate nella notte e dal riposo che li accoppia in un lento ballo a due. “…starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”

 

I corpi nel buio, le confessioni, il raccontarsi per quello che si è stati. La sofferenza di Addie per un matrimonio fallito con la perdita improvvisa della figlia undicenne. L’infedeltà di Louis nei confronti della moglie e dell’unica bambina; le sue frustrazioni d’insegnante che avrebbe voluto essere qualcosa di più, forse un poeta. Le nostre anime di notte è la storia di un’intimità scelta e trovata, forse mai avuta prima con nessuno. Ma cos’è l’intimità? È un uomo nel silenzio della sera: ha in mano un sacchetto di carta con dentro il pigiama e lo spazzolino; passa davanti alle case dei vicini e bussa alla porta di una donna. È la prossimità dei corpi, il contatto, l’affidarsi, ma anche la sorpresa di conoscere qualcuno quando non si è più giovani, scoprire che è bello, che non si è completamente inariditi. È darsi la mano di notte. È andare al ristorante e sedersi l''uno accanto all’altra, non di fronte. Il libro è pieno di avvicinamenti che fanno della famiglia un luogo e una scelta - e la scelta è più forte quando di tempo ormai se ne ha poco.

I libri di Kent Haruf sono pieni di queste famiglie casuali: legami scelti volontariamente che delineano nuovi nuclei, nuovi spazi condivisi. Qui ci sono Addie, Louis e il nipote di Addie, Jim; ma di queste famiglie atipiche ne abbiamo già incontrata qualcuna nella Trilogia della pianura, che ha reso famoso Kent Haruf: Victoria Roubideaux e i due fratelli McPheron in Canto della pianura e in Crepuscolo, o ancora la piccola Alice e la nonna Berta May in Benedizione. Così come, dall’altro lato, ci sono madri naturali che se ne vanno o che abdicano al loro ruolo.

L’intimità è quel luogo piccolo e caldo, simile a un letto, dove tenerci stretti.

Il posto che riconosciamo dall’alto di una ruota panoramica a chilometri di distanza è dove vogliamo tornare: “la preziosa normalità” di cui parla il pastore Rob Lyle in Benedizione. Il luogo a cui ormai appartengono Addie e Louis; anche quando saranno costretti a separarsi, e troveranno il modo di parlare comunque di notte, al telefono.

Ma l’intimità è pure quella che Haruf riesce sempre a creare con il lettore, anche in questo ultimo libro scritto nei giorni faticosi della malattia. Quell’umanità tersa e pulsante che ci tiene avvinti alla pagina, a ogni piccolo gesto, a ogni parola sussurrata nella notte.

 

 Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NN Editore, Milano 2017, pp. 200

 


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