17 gennaio 2020

Salendo alla Sacra di San Michele

di Valeria Canavesi

Non è più stagione di foliage, ma il bosco conserva la sua suggestione di sempre. Faggi, castagni e roverelle ammantano il monte Pirchiriano, di cui più avanti scopriremo la cima, e circondano uno dei siti religiosi più suggestivi d’Italia: la Sacra di san Michele, ispiratrice di pensieri alti e di capolavori come il Nome della rosa di Umberto Eco. La sua immagine inconfondibile appare anche sulla copertina dell’ultimo libro di Paolo RumizIl filo infinito ‒ che accompagna noi lettori italiani ed europei alla (ri)scoperta di valori lontani, eppure più attuali che mai. Valori coltivati ormai mille anni fa dai benedettini; idee con radici profonde, che sanno resistere alle intemperie metereologiche e ai rovesci di un’attualità sempre più miope e materialista. Un viaggio alla Sacra è prima di tutto un cammino dentro se stessi: un percorso lieve eppure in salita, capace di farci alzare lo sguardo e innalzare i pensieri.

Poco importa se crediamo o no in un’entità superiore: la Sacra parla a tutti con la potenza di un luogo costruito apparentemente contro ogni legge della statica e della gravità. Siamo a 40 km da Torino, all’imbocco della Val di Susa: abbracciato a uno sperone roccioso svetta il complesso monastico dedicato a s. Michele Arcangelo fondato alla fine del X secolo. Le sue origini sono legate all’eremitaggio di s. Giovanni Vincenzo e alla ricerca di redenzione del conte Ugo di Montboissier, che fece costruire l’abbazia per ottenere l’assoluzione dai propri peccati. Nell’arco dei secoli l’importanza del luogo crebbe esponenzialmente per fama, possedimenti, potere temporale e spirituale (si pensi che già nell’XI secolo l’abate Benedetto II riuscì a ottenere l’indipendenza dalla diocesi torinese). L’abbazia, incastonata tra le Alpi e la pianura, sorse sulla misteriosa linea retta che ancora oggi congiunge, dall’Irlanda a Israele, rinomati luoghi di culto intitolati al santo (tra gli altri ricordiamo Mont-Saint-Michel e l’omonimo santuario sul Gargano): una posizione fisica e metaforica che contribuì a renderla un centro nevralgico di preghiera e sviluppo dal Piemonte all’Europa. Il declino tuttavia arrivò anche qui, a metà del 1300: dopo l’ultimo abate Pietro di Fongeret si alternarono al governo della Sacra diversi commendatari, lontani dall’abbazia sia con il corpo sia con i propri interessi. Nel 1622 il monastero che aveva ospitato migliaia di pellegrini e i personaggi più influenti del tempo venne soppresso da papa Gregorio XV: la decadenza fu inesorabile e venne interrotta solo due secoli più tardi con l’arrivo dei padri rosminiani, che ancora oggi custodiscono il sito e la sua sacralità verticale.

Dai resti dell’antica chiesetta ottagonale (chiamata anche Sepolcro dei monaci) che precede la Sacra si inizia in effetti un viaggio tutto in salita: si superano scale, si inseguono archi rampanti in rincorsa verso il cielo, si respira con il fiatone nello Scalone dei morti, indugiando tra le antiche sepolture e i 18 metri del pilastro che sorregge la chiesa soprastante. Si sale, ammirando i pizzi marmorei del Portale dello Zodiaco (opera del maestro piacentino Nicolò) e le figure allegoriche dei capitelli. Si sale, giungendo allo splendido portale romanico dell’XI secolo e alla chiesa, che in verità ne contiene tre: le cappelle primitive, dalle origini antichissime (IV-X secolo); il “coro vecchio”, dove sorgeva il luogo di culto dei tempi di Montboissier; la navata e le absidi che ospitano ancora oggi le sacre funzioni. Si sale, ma non si fa fatica, perché il percorso è una continua ascesa di spiritualità e sorprese, come i capolavori rinascimentali esposti (tra i quali il polittico di Defendente Ferrari del 1520, l’affresco dell’Assunzione del 1505 e l’antica Predica dei morti) o la cima del monte Pirchiriano, affiorante da un pilastro della navata centrale. Ancora, si può assistere al prodigio che si ripete ogni 29 settembre ‒ giorno dedicato a s. Michele ‒ quando la luce del sole irrompe dal finestrone dell’abside grande inondando la chiesa di luce. Appena fuori, tra le rovine del Monastero Nuovo e la Torre della bell’Alda a strapiombo sulla piana, rivivono memorie di guerra, leggende lontane e biblioteche perdute. Si spazia dall’alto con lo sguardo e anche il tempo vola: si è fatta l’ora di tornare. Eppure si indugia, si aspetta, ci si sofferma un altro istante: uscire dalla Sacra significa scendere, ed è molto più difficile.

 

Immagine: La Sacra di San Michele, Torino. Crediti: Federico Cappone / Shutterstock.com

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